Attualità, antropologia, fantasie esoteriche: la vita di Napoli nei primi tre inediti di Francesco Mastriani

ATTUALITÁ, ANTROPOLOGIA, DEMOPSICOLOGIA, FANTASIE ESOTERICHE:

                            

LA VITA DI NAPOLI NEI PRIMI TRE INEDITI DI FRANCESCO MASTRIANI, PUBBLICATI DA GUIDA EDITORE

   Se un lontano venerdì 25 maggio 1990 non fossi stata invitata a tenere, per il ciclo: Un rione di Napoli: la Sanità, una conferenza su Francesco Mastriani escluso dalla cultura accademica, forse, a parte la conoscenza frammentaria della trilogia, non l’avrei tanto  approfonditamente letto e studiato fino a siglarne il saggio Francesco Mastriani: un escluso,Tullio Pironti, Napoli 2013.

   Per di più, non l’avrei apprezzato e debitamente stimato come oggi che colgo nella sua narrativa le pulsioni primigenie e aurorali dell’animo popolare napoletano. Revisione, lo ammetto, tardiva, perché sulla scia del Croce che lo censura, affermando che lo legge tutta  Napoli, allinfuori[1] della gente letterata che lo snobba, lo snobbavo anch’io e, senza averne sentore, mi allineavo alla virgolettata  gente letterata, in nome della mia formazione classica, che in lui non intercettava segni di letteratura interrelata con politica, etica, economia, diritto, filosofia e, come tale, estranea alle problematiche del mondo.

   La mia chiave di lettura prima di innamorarmi della statura morale dell’uomo integerrimo, un vissuto di lutti e sofferenze, rinunce e sacrifici, senza cedere a compromissioni o ad accaparrarsi sinecure; a tutto tondo un volitivo: della biblioteca di don Antonio Farina legge i quattrocento e più volumi che l’arricchiscono, sorretto da una tenacia accostabile, sotto certi aspetti e, in maniera diversissima, a quella del Leopardi, che entra nella biblioteca paterna recanatese e ne esce cittadino del mondo.[2]

  Tale, anche Mastriani per la sua cultura eclettica (romanzi, poesie, teatro, giornalismo) con radici ben salde nella conoscenza delle lingue moderne e delle letterature europee, anticipatore inconsapevole del sapere globalizzato. Un sapere, profondo, variegato: dalla vetta plana sul pianoro, dalla pagina culturale del giornale sulla demopsicologia e antropologia della strada, palcoscenico, di cui assorbe, impregnandosene, odori, profumi, sapori, colori, parlata larga e sguaiata, scienza di arrangiarsi, furfanterie, voci tristi e canore di popolani anonimi e misconosciuti, tutti e sempre in mezzo alla strada, imperciocchè la casa è un pretesto; la  strada è casa, è bottega, è  tutto.[3]

   Un tutto, all’epoca de La  Malavita, il primo degli inediti in discorso, esposto all’invasione di eserciti di vacche e di capre[4]: inondano le vie, anco le più nobili.[5]

   Uno scadere della proverbiale bellezza, ieri contaminata da mandrie e greggi in libertà, oggi da cumuli di rifiuti solidi, maleolenti e mefitici, ad attestazione del senso civico abiurato e delle Istituzioni declassate, latitanti sul piano operativo, se non colluse con le eminenze grigie della criminalità organizzata, connotata da un malversare che ristagna nella gora del furto, dell’omicidio, dello stupro, del mercimonio, della vendita delle fanciulle con connesso avviamento alla prostituzione.

   Capita a Giustina, frutto di una relazione adulterina di Paolo Borghi, marito di Delfina, che la vende alla maîtresse che la inizia al  mercato carnale.

   Afflitta da disagio economico, nel quale si dibatte con la figlia legittima Andreana, impossibilitata a soddisfare la voracità dell’ intrusa, vera macchina digerente,[6]  Delfina, a cuore leggero, se ne sbarazza.

   Binomio indigenza-depravazione: il lettore è istintivamente sollecitato a illazionare sul futuro precario della reietta: guasta  dentro, con disinvoltura e spudoratezza, si abbandona alla perdizione per prurigine di sesso e di cibo a sazietà.

   Nella stagione del Secondo Ottocento, dominato dal sentimentalismo edulcorato e mellifluo, Giustina è l’antieroina romantica; oggi prototipo di tante minorenni, disinibite e disamorate, che offrono le loro fresche e acerbe grazie anatomiche a deviati posizionati, esponenti del bel mondo e, perché no, dell’agone politico.

   Contropartita del traviamento la futilità, la velleità di esibire griffati di moda e prodotti ultimo grido della tecnologia avanzata.

   Il guaio è nella famiglia: di niente si accorge, con buona pace dell’incomunicabilità, fomentata dal gap generazionale.

   Sono piaghe cancerose, fiamme che non inceneriscono in cinigia, reificazione della femminilità e della dirittura morale.

   Mastriani, acuto osservatore del tralignare, eletto a stile di vita di uomini, sulla scala degli esseri vicini alle suggestioni dei bruti, si qualifica scrittore di scottante attualità, immerso in una realtà vecchia-nuova, la realtà di un ieri che si è fatto oggi e, presumibilmente, si farà domani, a norma  di un nihil novi sub sole, sfrondato di valori etici e deontologici.

   Senza legge morale, decodificate e bacate, rodate nell’arte di procacciarsi con illiceità tutto e il contrario di tutto, le donne di mala. La Malavita ne annovera a iosa, da Rosaria Sorci a Lucia, a Giovanna, la Granatiera, una Masaniello in gonnella, fiancheggiata, nella rivolta contro il Poggiali, da scalmanate par suo. Armate di mazze, coltelli, grosse pietre, nella loro crassa ignoranza, anatemizzano l’ispettore, colpevole degli aggravi fiscali, estesi dal governo di Torino a  tutta la  penisola.

   Non è che una diversione in difesa di Ciccillo, figlio della tignosa,[7] dopo un regolamento di conti, imboscatosi nel basso della Granatiera, sua amante.

   La rivolta, gestita da donne, prime esponenti dell’Antistato, si contemporaneizza  per  effetto di un processo che è di attualizzazione del passato e storicizzazione del presente. Nel boomerang ieri-oggi nelle donne di mala del Mastriani si ravvisano le donne di mala del nostro Mezzogiorno, furenti lanciatrici di pietre contro le forze dell’ordine, per scongiurare la cattura dei loro uomini, stanati dai bunker della clandestinità.

   Sulla ribalta dell’ex lege un’umanità pervertita, deteriorata dalla fenomenologia del vissuto, che l’appendicista tratteggia e trasmette al suo pubblico con lo sconcerto dell’osservatore attento e dolente dei mali della società e dei suoi fuorviati.

  Un acquerello, quello del malversare, che dalla narrativa mastrianea transita in romanzi di scrittori contemporanei come se, parallelizzandosi, mutuasse progenitura e collateralità dal feuilleton.

   Ad esempio, il compianto Giorgio Barberi Squarotti in Pensoso vo mesurando, riporta un passo del viaggio verso il Sud di Carlo Levi, con personaggi affiancabili a quelli de La Malavita. Uno dei foschi figuri, in cui Levi si imbatte, suscita pensieri tutt’altro che edificanti, tarchiato com’è, con un viso più bestiale che umano, mostra su un braccio un tatuaggio, raffigurante un uomo e una donna abbracciati che ballano intrecciando le gambe.[8] Sotto i piedi, quasi a seminare terrore, la scritta MALAVITA NAPOLITANA, bubbone antico e purulento di una città aggiogata al carro del delinquere, fiorente nell’immediato secondo dopoguerra di Levi e al sorgere, siamo nel  1861, del Regno d’Italia.

   Fatti e accadimenti sintonicamente analogici: ne La jena delle Fontanelle dall’esperienza occasionale e comunitaria della strada si infiltrano in vicende storiche più complesse: amalgamandosi con i tabù, i pregiudizi, le superstizioni, mutuati all’oralità metropolitana, degenerano in assurdi fenomeni di persecuzione razziale, messi in atto con la spietatezza della legge del taglione: uccidere barbaramente un tenero virgulto, un bambino di sette anni, col pretesto, ingiurioso ed eretico, di placare lo sdegno del martire Gennaro, offeso per il  trafugamento, dalla  località  La Pagliara (Resina), di una statua che lo rappresentava.

   Accusata della sparizione e, perciò, colpevole della devastante eruzione del Vesuvio del 1794, Ninive, dispregiata stella gialla, costretta, per sfuggire all’intolleranza e alle norme ostative del diritto di integrazione, a vivere lo stato di semiclandestinità.

   Sono supposizioni alchemiche del popolino ignorante, anima e mente offuscate da credenze ataviche imbevute di fanatismo e blasfemia: snaturano il concetto di sacralità della fede e predicano, in luogo dell’afflato umanitario, la vendetta. Vittima designata, per placare l’ira del Santo, il piccolo Ismaele, figlio di Ninive, sopravvissuta alla morte del marito Malachia, flagellato come un secondo Cristo in croce; alla morte del padre, lapidato; alla strage degli avi: il nonno, divorato da due molossi; il bisavolo, gettato dalla finestra della sua modesta dimora; le figlie, oltraggiate dalla turba di manigoldi; la moglie, abusata dal prete, che guida la frotta di antropologi, aizzandoli con la ciancia che la città sarebbe stata distrutta dal Vesuvio, vomitante cenere e lapilli, se non si fosse sacrificato un ebreo alla collera di Dio.

   Corre, come già detto, l’anno 1794, tempo non sospetto di campi di sterminio e di olocausto, di genocidio e di soluzione finale, pure la brutalità, l’odio selvaggio dei villici hanno modi di connessione e convergenze con la belluinità di Hitler e delle SS, con  l’eccidio delle Ardeatine, con il Golpe nel Cile, con la pulizia etnica nell’ex Jugoslavia, sintomo e indizio di follia collettiva e di perdita di lucidità, costante fenomenologica da quando, a ricordare Giovanni, gli  uomini  vollero  piuttosto le tenebre che la luce.[9]

   Articolato in ben nove capitoli, lo spaccato sull’oppressione e vessazione degli ebrei come flagello che sovrasta Napoli e dintorni, sembra staccarsi dalla peculiarità del romanzo d’appendice nostrano e approcciarsi al feuilleton francese con radici e antecedenti in un  passato che si omogeneizza con il presente, per effetto di una vendetta, quella di una madre, covata in pectore e portata a compimento con un’idea di giustizia alla Edmond Dantès.

   Con la nuova struttura narrativa, quello che ai fedelissimi di Mastriani può configurarsi strozzatura o diversione all’interno del feuilleton tradizionale, è provvisoriamente accantonato, non dimenticato dietro le quinte del rione Sanità-Fontanelle, perché lo scrittore colma la sensibile frattura dicotomica tra la prima e la seconda parte della storia, recuperando la pletora di deviati e, da abile burattinaio, sensibilizzato da quell’antropologia popolare, scaturita dalla consuetudine di soffermarsi sulle caratteristiche fisiche e comportamentali, li manovra dalla cabina di regìa: li fa muovere, agire, interagire su una ribalta profanata dal fil rouge del malversare.

   Dominano la scena Aniello, lo Sgargiato, beccaio sanguinario e violento, sgozzatore del piccolo Ismaele; Peppe Ruotolo con la moglie Giuditta, come il personaggio tarchiato di Levi, più bestie che uomini. Biechi, torvi, avari, riversano la frustrazione dell’ indigenza sulle figlie, Agatina, additata col nomignolo di Sgobbata, per la malformazione che le incurva una spalla, e Caterina, l’Idiota: per la mostruosità del padre, scaraventata, appena nata, contro il muro, perché la Giuditta aveva partorita una seconda femmina e non l’agognato maschio.

    Feuillettonizzatasi, la fabula rientra nei canoni distintivi del romanzo mastrianeo con la sentina di truffatori e contrabbandieri di basso profilo; una miscela di abietti, ladri e figure inquietanti, orripilanti già nei tratti fisiognomici: coniugano il delinquere con la precarietà economica e, nella stagione del presente racconto, con un clima di terrore che, come folata di vento letale, sorvola sul quartiere in continuo lutto per il rapimento, l’occultamento, l’uccisione di bimbi innocenti. Senza alcuna logica motivazione scompaiono e vengono restituiti cadaveri alle rispettive famiglie il nipotino di un anno e mezzo di Marta; la figlioletta di Filomena, la lavandaia. C’è da chiedersi perché.

   La risposta è nelle intenzioni di Mastriani e nella escamotage di procedere con gradualità per tenere il pubblico in altalenante sospensione fino all’agnizione finale. Nell’attesa della rivelazione, gli appassionati possono formulare ipotesi che, per la singolarità dell’accaduto, rimandano all’esoterismo di stampo popolare, inteso come forza ostile, indomabile, funesta: essa circola nell’aria come spettro che inibisce e insidia.

   Tale il trait dunion che riannoda la prima alla seconda parte della storia e ne colma l’apparente discrasia, quando la jena ridens si disbosca e, assumendo nell’immaginario collettivo le sembianze di Vampa, dissemina, con efferati infanticidi, il terrore per l’intero quartiere.

   Mastriani, che non potrebbe annoverarsi tra i napoletani doc se ignorasse le leggende popolari, diffuse in tutto il Sud, baratta la ferocia della jena per evento enigmatico, incomprensibile, mostruoso: di esso si reputa edotta la collettività delle Fontanelle, ance-stralmente  affascinata da tutto quanto è etichettato come stupefacente e misterico.

   Una invalsa vox populi, vox dei giura che dall’Ossuario una Vampa, metamorfizzatasi in jena, si aggiri tra case e stamberghe in cerca di carne burrosa, di cui cibarsi. Spietata e crudele, l’immonda bestia osa abbandonare il corpicino esanime di Narciso, figlio di Biagio, l’ortolano, disteso a  terrauna larga ferita al collo mostra che linfelice creaturina è stata sgozzata come un agnello.[10]

   Morte atroce anche per Raffaele, figlio dello Sgargiato, depositato presso l’ingresso della casupola con la gola squarciata da larghissima ferita.[11]

   La serie di morticini incolpevoli suffraga l’assunto che tra i defunti dell’Ossuario dimori qualche anima dannata che, di volta in volta, prende la forma di Vampiri, spiriti maligni che di notte tempo escono dacimiteri, dove sono sepolte le loro  ossa… si introducono nelle  case circostanti e succhiano il sangue dei dormienti.[12] Si diversificano dalle Vampe: escono dall’Ossuario sottoforma di fiere sanguinarie e come  dicessero di una jena e vanno  alla  ricerca di  bambini  o de fanciulli  di pochi anni, li rapiscono dalle loro cune e se li traggono nel cimitero dove succhiano dapprima il sangue, e poi ne divorano le carni.[13]  Esse, per unanime consenso, sono gli spiriti appartenuti a quelle ree femmine che sono le fattucchiere, le streghe, le maliarde. [14]     

   Jene, Vampe, Vampiri… arzigogoli fantasiosi, oscurantismo della ragione di chi è agitato da una forza potente quanto occulta, che domina e inibisce.

   Nel quartiere delle Fontanelle, colpevole l’ignoranza e l’analfabetismo, la meraviglia, lo sbigottimento, il terrore, il panico del  soprannaturale, si almanacca su stregoni, jettatori, versiere, streghe, maliarde. Invece di rincorrere larve di spettri inesistenti sarebbe stato saggio riflettere, perlustrare luoghi e covi nascosti da folta boscaglia, indagare, persino negli atteggiamenti sospetti della cornacchia nera, senza scomodare Vampe, Vampiri e altri attori del noir.

   Ma Napoli, è risaputo, è città sui generis, particolarissima, come particolarissimi sono gli abitanti dei vicoli, che si lasciano condizionare da credenze tramandate dagli antenati: davano, nella loro ingenua credulità, per certa l’esistenza di spiriti, spiritelli, jettatori, munacielli, entità a metà tra l’esistente e l’inesistente, venerati e invocati: diversamente avrebbero apportato sciagure e calamità, invece di un miglioramento, se non un capovolgimento in positivo, delle condizioni economiche. Il pensiero corre a Questi fantasmi di Eduardo.

   Senza perifrasi o giri di parole, è l’uomo natura quello che Mastriani traspone sul proscenio letterario napoletano e regionale, in forza di quell’antropologia culturale di cui ha un’informazione, più che scientifica, empirica, suffragata dalla sensibilità dell’ osservatore che, monitorando da maestro, le esternazioni primigenie e genuine dei popolani, le amalgama con il sostrato socio-storico-politico e con quello demopsicologico.

   La fusione, che ingloba credenze, arte, costume, codice morale, gli fornisce una visione essenzialistica e fissista dell’uomo, trapiantato sullo scenario letterario con inequivocabili  cognizioni di  concretezza, scevra di sbavature manieriste.

   É quanto emerge da Carmela, terzo inedito in predicato. In esso don Francesco punta la sua lente prismatica su un panorama di passioni elementari e inalienabili, pulsanti in una pletora di individui che narrano coralmente e compongono la storia di una comunità, di un quartiere, dove l’uno vive in empatica simbiosi con l’altro, sia nel bene che nel male.

   Sono, sotto la parvenza socio-economica, creature che quotidianamente si misurano, senza poterle neanche scalfire, con l’indigenza, la miseria, la povertà, veicolate, di generazione in generazione in eredità, fardello di cui non ci si può liberare.

   Relazionate con l’antropologia, alcune di queste, vuoi per pressione ambientale, vuoi per empiti di rabbia, livore, invidia per chi reputano, per agiatezza e amabilità, più fortunato, affilano, contro il presunto baciato da un destino propizio, le armi della vendetta. Si materializza nell’accusa di sedizione contro la Monarchia e la figura paternalistica del Re. La denuncia è all’istante  accolta e immediatamente espletata da Commissari e Ispettori, che si arrogano il diritto di esercitare una giustizia sommaria servendosi, in luogo della littre de cachet, di delatori collusi, abili a snaturare la verità, costruendone una di comodo con l’inattendibilità della relata refero, mai contestata. 

  Delatore per eccellenza in Carmela è uomo su cui le componenti antropologiche, storiche, psicologiche fungono da traino e propellente per la messa in moto del congegno infamia, don  Antonio  Barile, fuor di metafora, essere spregevole.

   Guercio, un vissuto di asocialità e misantropia, malvoluto dalla pluralità di Vico delle Zite, più che figlio di un dio minore, Antonio Barile sembra decapsulato dalla mente malsana di Satana.

  Turpe, intrattabile, roso di invidia per il fratello uterino Salvatore, fidanzato di Carmela, oggetto delle sue fantasie erotiche, il rivendugliolo[15] di scarpe si macera di odio e rancore per i due giovani, innamorati, belli, ma poveri. La loro liaison, senza speranza, è  opacata di grigio, perché Salvatore, alle dipendenze del fratello-padrone, con le mortificazioni di scarso rendimento, introita un’ esigua manciata di spiccioli e la sigaraia un salario di fame, a stento sufficiente a cautelare il fabbisogno giornaliere e a curare la madre, inferma e anziana. 

   In quanto ad Antonio Barile, consunto dalla mordacità che lo strugge dentro, accusa il fratello di sedizione, aggiudicandosi dai loschi ceffi che strisciano nei palazzi del potere e con cui è colluso, per Salvatore sovversivo, dapprima le carceri della Vicaria, in seguito l’instradizione per l’America.

   Mistificando sdegno e raccapriccio per l’accaduto, il Barile, segregatosi in un’ irrazionale clausura, pianifica nel cupo della mente distorta e della nera coscienza, il prosieguo di  un divisato disegno, folle e volpino.

  Trascorsi alcuni mesi dalla condanna di Salvatore oltreoceano, affettando dolore indicibile, con strategia luciferina e da attore  provetto, recita il ruolo di fratello affranto per la morte improvvisa del caro congiunto.

   Latrice della ferale notizia una lettera che, con aria  triste e sconsolata, esibisce a Carmela, che non sa leggere.

  La missiva, vergata di suo pugno e attribuita alla penna di Giorgio, compagno di sventura di Salvatore, annuncia la dipartita disattesa del povero esule. 

   La donna, impossibilitata a riprendere, per la salute cagionevole, il lavoro in  fabbrica; completamente sul lastrico dopo la perdita della madre; psicologicamente depressa, debilitata, col cuore che sanguina, infrange il giuramento di fedeltà all’amato estinto e accetta la proposta di matrimonio del viscido Antonio, eteronima di tante giovani a lei contemporanee, sacrificate, per lenire i morsi della fame, alla concupiscenza di un partner che detestano.

   Gelosia? tradimento? delazione? Solo rivalità, invidia, sentimenti inferiori in Carmela? No, di certo! Carmela è il quartiere, la coralità del vicolo, il condensato della psicologia e dell’antropologia sociale, amara, amica e nemica, intrigante, spesso, maldicente, perché si lascia coinvolgere dalle apparenze, pronta a intrufolarsi e a pesare sul privato dei sodali con un ventaglio di mere supposizioni. Basta la presenza di Salvatore  in casa della Pasqualina, dove in precedenza è  stata  intravista Carmela, e la solfa della tresca amorosa è bella e confezionata.

   La congettura sull’infedeltà della sigaraia e del suo drudo lievita, fermenta, si gonfia: sulla  griglia del passaparola corre, dilata, fluisce di bocca in bocca dalla Giuditta alla Palummella, a Michela, a Peppina. Tacere non si può. Urge allertare il marito becco.

   Riunite in conciliabolo le maeste eleggono a messaggera di discordia tra coniugi, Palummella, nome appropriato per volare dal vico delle Zite al calzaturificio di via Chiaia con l’intento di calunniare Carmela e di instillare in don Antonio il virus dell’esecrazione verso la fedifraga.

   La saccenteria della Palummella e delle altre comari viene bollata dalla compostezza distaccata e glaciale del rivendugliolo. Accorto e avveduto com’è, con connaturata freddezza e impassibilità, congeda la delatrice e si dispone a risolvere la questione in ambito  domestico, al  riparo  di  occhi  e orecchi indiscreti.

   Durante un pretestuoso e provocatorio battibeccare con la moglie, l’infuriato don Antonio estrae da un astuccio un ben affilato rasoio[16] per infierire su Carmela, segnandola con lo sfregio inflitto alle donne infedeli: la cicatrice su una gota, quando… Intervento della Provvidenza o colpo di scena? Per qualche manzoniano eterogenesi dei fini, che inficia il dissennato proposito dell’ uomo, grazie all’anima candida e all’intelligenza intuitiva di Angiolina, balia e domestica dei Barile, legata a Carmela da affetto sincero.

   Allontanata speciosamente dal padrone, la servetta, subodorati i preliminari della tragedia che sta per esplodere, scesa in strada, invoca l’intervento di due guardie che, guidate da lei, irrompono nell’ appartamento in tempo utile per disarmare l’accoltellatore e convocarlo in Commissariato. L’attentato alla bellezza è sventato, non l’aggressione alla donna, allora attuata con lo scempio del viso, ora con lo stupro individuale o di gruppo, l’acido, la benzina,  il coltello,  progenitore  il  rasoio che solcò la guancia di Assunta Spina, la  stiratrice di Caponapoli e che stava per sfigurare la gota di Carmela. 

   Sentenziare per adagi e per proverbi, espressione della sapienza popolare più icastica della cultura ufficiale, è il manifesto dell’ antropologia e demopsicologia, cardine  della  produzione  mastrianea.

   In merito ad Antonio Barile suona pertinenziale l’adagio Chi fa male, male aspetti. E lui il male avrebbe dovuto preavvertirlo e prevederlo dal fero giorno! [17]  della  convivenza con donna Clementina.

   Ex attrice di costumi scollati, arrampicatrice sociale, ambigua e avida, spudorata e ipocrita, simulatrice e dissimulatrice, delatrice spregiudicata e cinica, Clementina cova in pectore l’aspettativa della morte prematura e disattesa di Carmela per impalmare, come suole coniare, il suo vecchietto e stendere la mano sul capitale da godere con l’ardimentoso Gaetano, al servizio di don Antonio.

   Per la realizzazione del piano bisogna agire alla svelta, soprattutto con astuzia e circospezione per dare al misfatto credibilità di infortunio accidentale.

   Quale alibi più verosimile di una caduta durante una scampagnata? Una giornata all’aria aperta che si epiloga con un ruzzolone, attribuito al vino bevuto a profusione.

   La mano assassina, armata di un bastone di ferro, responsabile della sanguinante ferita assestata alla nuca di don Antonio, è quella di Gaetano, debitamente catechizzato dalla Clementina.

   Il proponimento va a buon fine. Il ferito, condotto a casa in stato comatoso, è l’occasione agognata dalla megèra per impadronirsi di preziosi e denaro, custodito in un armadio a bombola,[18] la cui chiave sottrae dalla tasca del morituro. Una spogliazione convulsa, disturbata da sprazzi di lucidità del Barile, d’intralcio alla rapidità del saccheggio.

   Allora, la scellerata donna, spietata e senza una briciola di umanità, con furia leonina tolse una coppia di forcine dal capo ela  ficcò con tutta forza nella ferita dalla quale aveva scostato la fasciatura.[19]

   Il misero gettò un grido straziante; si agitò in tutta la persona; e poipiù non si mosse.[20]

   – Sarà morto finalmente! – esclamò l’infame.[21]

  Lasciata la stanza, con naturalezza, come se niente di orribile avesse commesso, la micidiale continua, da energumena, a carpire quanto più[22]può.

   Un antropologo di scuola lombrosiana catalogherebbe Clementina tra i primitivi infraumani, atti a compiere azioni una volta usuali, oggi ritenute delittuose. All’esame delle alterazioni fisiologiche, patologiche, ereditarie e non, lo studioso ricollegherebbe a malattie dell’asse cerebro-spinale, a lesioni del capo, a tare dell’intelligenza e della sfera affettiva, alla miseria, all’assenza di freni morali la disumanità di Clementina con turbe psichiche, che la conducono al delitto sotto l’impulso del cervello guasto nella chimica e che antropologi e criminologi anatomizzerebbero con capillare scientificità.

   In Mastriani niente di quanto è ramificata e vivisezionata indagine scientifica.

   Le sue creature, le sue donne, di sana o rotta moralità, germogliano dalle emozioni e dalle suggestioni che gli trasmette la pluralità dei soggetti nei quali si imbatte casualmente negli spostamenti da un capo all’altro della città, per recarsi al giornale o a impartire  lezioni ai suoi allievi. Sono individui che gli penetrano nell’io, gli si attaccano addosso come seconda pelle e gli cantano, senza infingere, il quotidiano dei quartieri, dei vicoli, delle vie, dei borghi, attestandosi essi stessi a prototipi e a protagonisti di quella antropologia e di quella demopsicologia, di cui egli ha una informazione empirica e antiaccademica.

   Allora le credenze esoteriche dei popolani della Sanità; il cicaleccio delle comari di vico delle Zite, le voci roche e sonore degli ambulanti di Borgo Loreto e di Borgo Sant’Antonio Abate diventano l’anima della sua Napoli, atavicamente amata e bestemmiata, esaltata e denigrata, fonte inesauribile delle sue storie amare e coinvolgenti, perché narrate, per dirla con Gramsci, da uno scrittore che del popolo conosce i bisogni, le aspirazioni, i sentimenti diffusi e non rappresenta qualcosa di staccato, di campato in aria, una casta.[23]

   Vivendo del popolo e col popolo, Mastriani si autoesclude dalla casta, si colloca fuori della cultura ufficiale per essere, abbracciare, custodire in sé l’anima e il cuore di Napoli.

   Questo, a mio avviso, il segreto dei suoi romanzi se Saverio Mercadante, dopo aver letto il  primo volume de La cieca di Sorrento, scrive testualmente… Sto in attenzione del secondo volume che certamente sarà più interessante del primo[24] e se un anonimo lettore del Roma, in una lettera del 21 maggio 1880 lo definisce il iddio dei romanzieri.

                                                                                                         

        Anna Gertrude Pessina

          Già Docente nei Licei Psicopedagogici di Napoli.

 

[1] B. Croce, La Letteratura della Nuova Italia, Laterza, Bari 1973, vol. IV, p. 300.

[2] F. De Sanctis, Saggi critici, a cura di C. Salinari, Universale Economica, Milano 1953-54, vol. I, p. 24.

[3] F. Mastriani, La Malavita, Guida editore, Napoli 2016, p. 111.

[4] Ivi.

[5] Ivi.

[6] Ivi, p. 137.

[7]Ivi,  p .191.

[8] G. Bárberi Squarotti, Pensoso vo mesurando, Manni editori, San Cesario di Lecce  2014, pp. 89-90.

[9] Giovanni, III, 19.

[10] F. Mastriani, La jena delle Fontanelle, Guida editore, Napoli 2017, p. 267.

[11] Ivi, p. 303.

[12]Ivi,  p.120

[13] Ivi.

[14]ivi.

[15] F. Mastriani, Carmela, Guida editore, Napoli  2017, p. 7.

[16] Ivi, p. 244.

[17] G. Parini, La vergine cuccia, da Il Giorno, a cura di A. M Zuradelli, Utet, Torino 1977, p. 151.

[18]F. Mastriani, Carmela, cit., p.317.

[19] Ivi, p. 331.

[20] Ivi.

[21]Ivi,

[22]Ivi.

[23] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, a cura di V. Gerratana, Letteratura e vita nazionale, Sul concetto di nazionalpopolare, Quaderno XXI, vol. IV, p. 217.

[24] S. Mercadante, Lettera del 27 giugno 1852

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