Come commento inserisco:

   – Il PROGRAMMA, la PREFAZIONE al PROLOGO, la PREFAZIONE alla PRIMA PARTE e il PROLOGO. Questi brani, scritti da Francesco Mastriani, si trovano nell’ Edizione dell’editore Luigi Gargiulo, Napoli, 1868.

   – La struttura de Le Ombre  e la visione di Mastriani. Questo brano, scritto da Luca Torre, si trova nell’INTRODUZIONE del romanzo, nell’edizione, Luca Torre, Napoli, 1992.

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   PROGRAMMA

   Iddio die’ la Donna a compagna dell’uomo, e la sottopose alla potestà di lui.

   La pena del lavoro fu imposta esclusivamente all’uomo, perocchè alla Donna furono moltiplicati i dolori.

   Il LUSSO sottopose al lavoro una sterminata porzione di figlie di Eva, che la civiltà e la miseria strappano al naturale patrocinio dell’uomo.

   La mercede del lavoro donnesco è crudele ironia. La Donna soccombe sotto la fatica, la cui mercede non basta neppure ad alimentarla.

   FIGLIA e SPOSA, ella resiste e combatte contro tutte le seduzioni, contro i bisogni e le privazioni. MADRE, ella cade alla vista de’figliuoli affamati, e . . . . diventa OMBRA.

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   PREFAZIONE

   La benigna accoglienza fatta da’nostri concittadini alla nostra opera I Vermi, di cui è sotto i torchi una terza edizione illustrata in 4000 esemplari, c’incoraggiava a proseguire i nostri studi sociali su le classi diseredate di quei beni che con assurdo traslato si dicono beni di fortuna. Trattammo in quel lavoro più specialmente di quella numerosa porzione degli abitanti d’un vasto centro di popolazione; i quali, indotti dalla miseria, dall’ozio e dall’ignoranza, vivono su queste tre grandi piaghe della società, tendendo perpetue insidie alle classi agiate, laboriose ed oneste.  Per la natura del subbietto che avevamo tra le mani, dovemmo inoltrarci a scavare nel lezzo e nelle brutture del vizio, portando il nostro esame sugli effetti immorali della forza e dell’astuzia nella parte maschile de’vermi sociali e della perdita di ogni senso morale nella parte femminea. Ma un gran vuoto ci restava a colmare; e noi richiamiamo sovra esso l’attenzione dei nostri lettori, formandone il subbietto speciale di questo nuovo lavoro.

   La civiltà allargando sempre più la cerchia de’fattizi bisogni dell’uomo, lo allontana a poco a poco dalla vita semplice e casalinga. Il giovine, avido di vive impressioni, bisognoso di espandere intorno a se quella esuberanza di vita che lo agita e lo rende inquieto, intravede uno sterminato oceano di felicità nell’amore; sogna un paradiso di corrispondenza di affetti nella donna: e si slancia nel mezzo della società in cerca di questa vaga felicità. Ma il torrente di questa gran novità, che è per lui il mondo, lo strascina; egli scambia il sesso per l’individuo; e spreca le forze del suo cuore nella varietà degl’individui, in cui indarno ei cerca la infinita poesia del tipo che si era creato nella mente.

   La febbre del senso predomina in lui alla dolcezza del sentimento; ed egli corre, corre la sua via, urtando tra mille larve, fino al momento che, disilluso, stanco, snervato di mente, di cuore e di corpo, egli anela un riposo in quello stato, in cui avrebbe dovuto entrare in tutto il vigore d’un anima vergine di affetti. Allora egli fa una casa, nella quale introduce una donna che porta il nome di sua moglie, una giovane ricca d’innocenza, d’amore e di fede, un cuore che ama per la prima volta, educato nella religiosa solitudine delle mura domestiche, e che ha pur sognato il suo paradiso nell’affetto esclusivo di un uomo. Ma questo uomo non può offrirle che l’avanzo d’una giovinezza sciupata nelle febbri dei ridotti, de’balli e dei domestici veglioni; quest’uomo è esausto di forze, di vita, di amore. L’abitudine dello svagamento, se non del vizio, lo strascina ancora; e, fin dal primo giorno della sua unione con la compagna ch’egli ha scelta, ei la lascia sola, abbandonata tra lo sbalordimento e l’ebbrezza d’un mondo novello che le si è dischiuso improvvisamente dinanzi agli occhi; tra la trepidanza d’un incerto avvenire, ed il rammarico delle perdute innocenti gioie della sua paterna famiglia.

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  ʺ Se ciò avviene nelle classi agiate, più deplorabile è lo stato della donna nelle basse regioni della nostra società. La fanciulla del popolo, sfuggita alle mille seduzioni che la circondano nel seno di una popolosa città, si congiunge in matrimonio con un operaio di bassa mano. Ne’primi anni della loro unione, ciascuno di loro due lavora; l’uomo guadagna una o due lire al giorno; la donna 45 centesimi: l’operaio ha l’abito della gozzoviglia, della cànova, del tocco la domenica: questo abito divien più forte a seconda della età. Vengono i figli. La mercede dell’operaio non basta ad alimentare le creature e la taverna; la donna perde gli occhi a lavorare; arriva a guadagnare (miracolo di fatica!) 75 centesimi al giorno. I figliuoletti sono abbandonati nel mezzo della pubblica strada, laceri, scalzi, dove imparano il linguaggio, i modi e i costumi della corruzione, della depravazione, del vizio. Viene il tempo tristissimo dello sciopero. L’operaio non lucra niente e i figli bisogna nutrire, e alla taverna bisogna andare almeno la domenica e i dì festivi: a tutto questo dee pensare e provvedere la donna. La sventurata non dorme: i suoi occhi sono perduti; le sue braccia affrante; profonde occhiaie sono scavate su le sue pallide gote; ella è giunta (incredibil cosa!) a lucrare UNA LIRA al giorno: mezza lira pel suo uomo; mezza lira per se e pei figli! La donna si ammala; il marito la batte perché non gli dà la mezza lira per andare alla bettola; i figliuoli affamati piangono, ed egli dà loro pugni e schiaffi invece di pane. E la donna… o soccombe alla fatica, e muore;… e la famiglia si dissolve, si sperpera come granelli di sabbia sotto il soffio di borea; imperciocchè l’unico anello che tiene fra loro congiunti i membri di una famiglia è la donna; ovvero s’ella è ancora giovine e bella, non resiste alle grida de’figlioletti che le chieggono pane, e… scende in istrada.

   Tutto quel dì, la misera è stata immobilmente seduta in un cantuccio del suo tugurio: la rocca e il fuso le giacciono a’piedi; e con questi arnesi ha appena la forza di ruzzare un bambino di tre anni gracilissimo per fame e per mal’aria. Un pannolino su cui ieri la donna lavorava, le giace ora su le ginocchia, inerte… abbandonato… ‒ Mamma, del pane!… Mamma del pane! ‒ gridano con gli occhi spalancati e lividi i figlioletti più grandi: e quelle parole sono piombo liquefatto sul cuore della infelice!… Ed ella è pensosa… sembra indifferente… Un sorriso le sfiora anzi le labbra bianchissime… Il giorno cade, un giorno lunghissimo… senza pane!… L’aria si fa scura, e le tenebre cominciano a cadere in quel tugurio, dove il sole non penetra mai. Una scheggia di specchio è rimasta ad una specie di tavoletta da acconciatura… Per la prima volta la misera s’informa se è ancora bella… Oh Dio! L’uragano è passato su que’gigli e su quelle rose! Tutto è vizzo, languente, scolorato! Pure, gli occhi, queste faci dell’anima, hanno conservato una febbrile vivacità… Gli occhi son belli ancora!… Per la prima volta ella non dice le sue avemmarie, né le fa dire a’suoi bimbi… Instupiditi dalla fame più che dal sonno, i figli sono caduti in una specie di catalettico torpore… La donna, la… casta sposa, l’intemerata, l’onesta… chiude le chiome in un panno;.. dischiude l’uscio e… scende in istrada.

   Le batte il cuore… le tremano le membra… Una lagrima ardente le spunta su gli occhi… Una voce arcana, che parte dalle ime profondità del cuore, le grida – Dove vai sciagurata? Tu vai a precipitarti in un abisso dal quale non potrai più ritrarre il piede – Ella sembra vacillare;.. ha fatto un passo indietro per ritornare tra quelle mura, dov’è sempre entrata onesta e pura, dove tante volte ha pregato la madonna perché non le facesse cadere nel peccato… Ma un grido straziante le risuona ancora nell’orecchio Mamma, del pane!… Ed ella non ha pane da dare a’suoi figli! Oh l’inferno non ha tormento uguale a questo!.. Sono trentasei ore che le sue creature non toccano cibo!… La fame… la fame de’figli è cosa orribile! O ricchi! O ricchi! Dio vi chiederà conto del supplizio di queste madri.

   La povera donna si allontana a passi concitati dalla sua casa… Ella si sdrucciola lungo le mura;.. gitta gli scompigliati capelli dietro gli orecchi per esporre il suo volto a’passanti… I suoi passi non fanno rumore: non è già una donna, ma un’OMBRA!… Un uomo, una specie di maestro di bottega, le si accosta… Entrambi spariscono nelle tenebre…

   Oh! questa donna non si prostituisce… Ella s’immola; è una martire!ʺ [1]

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   Noi seguiremo questa assurda creazione della civiltà che dicesi l’operaia, parola empia, sordida, che nessuna lingua ebbe mai, che nessuna epoca avrebbe compresa prima di questa età dI ferro, e che basta da se sola a neutralizzare i nostri pretesi progressi, siccome ben si esprime il Michelet. Noi seguiremo l’operaia nelle sue tante specialità a cui il bisogno la spinge: la seguiremo nelle infinite colluttazioni che ella affronta contro le seduzioni di ogni sorta che la circondano, nella triste elegia delle sue veglie notturne che le affievoliscono gli organi più essenziali della vita, nelle febbrili insonnie d’una sovreccitazione nervosa, effetto di lungo e penoso lavoro. Da una parte l’onestà, il pudore, divine impronte che tutto tende a cancellare; dall’altro il contagio del vizio, il malo esempio, la vanità di donna, suprema tentatrice anche tra i duri spinai della miseria. Questo gran dramma, che si svolge ogni dì sotto gli occhi di una società burlona e indifferente, noi lo seguiremo dalla sua protasi fino alla catastrofe, levando un grido altissimo di commiserazione su tanta sventura e stimmatizzando l’avarizia sociale che gitta una ironia di mercede su i sudori della misera operaia.

   Tenendoci paghi a porre sotto gli occhi de’nostri lettori gli effetti di questa enormità d’ingiustizia, non entreremo nelle questioni economiche che si sono in questi ultimi tempi agitate sul lavoro donnesco.

   Il nostro compito è quello di presentare il tristissimo quadro dell’ammalata; ad altri l’ufficio difficile ma non impossibile di apprestare la sanità e la vita. Se noi additassimo i rimedî che crediamo più atti a curare questa gran piaga sociale, non mancherebbe chi li dicesse fantastici e poetici; perciocché anche quelli che riconoscono capitali difetti nella organizzazione sociale non hanno la lealtà di confessarli e la forza di combatterli. Gli uomini che si chiamano di ordine gridano allo scombussolamento della vecchia macchina sociale ad ogni riforma che tenti a scardinare alcune logore basi su cui è poggiata con incessanti pericoli del consorzio civile.

   Tutto il nostro lavoro è diviso in un Prologo e tre Parti. Che i cuori innocenti e casti non si spaventino leggendo questa prefazione dell’opera nostra. I nostri quadri saranno velati dal santo pudore delle lettere, la cui nobile missione è quella d’ingentilire e di moralizzare. Scrivendo della donna, noi vogliamo che le donne ci leggano senza paura che venga minimamente offeso il loro senso morale. Ciò non pertanto, noi non ci arresteremo dinanzi a’quadri che formar debbono il dramma sociale che andremo svolgendo, per quanto ei possano essere tali da rivelare certi misteri della vita a quella classe di lettori, che per la loro posizione e per le loro aderenze non hanno né possono avere l’occasione di trovarsi in contatto cogli abitanti delle basse regioni della nostra società.

   Sono storici i personaggi e i fatti che narriamo? A questa interrogazione risponderemo come per la nostra opera I Vermi:

   «A tutti coloro i quali, in occasione del presente racconto e per qualunque altro che si trovi nel corpo di quest’opera, ci dirigono la detta interrogazione rispondiamo che allo scopo di questo libro non prema che altri creda immaginati o reali i fatti domestici che narriamo. Abbiamo abbastanza chiaramente qualificata l’indole del nostro libro».

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[1] Questo brano della Prefazione, che ho evidenziato tra virgolette, è stato recitato per ben due volte dall’attrice Loredana Martinez, nel corso di due Congressi Culturali dedicati a Francesco Mastriani nella città di Napoli (Nota di Rosario Mastriani).

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   Il brano seguente, che pure è stato estrapolato dal lavoro Le ombre, nel cap.IX «La Morta della Carriera Grande», è decisamente commovente, e meritevole di esser virgolettato.

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   ʺ Margherita volle che tosto le si fosse recata nelle braccia la sua cara bambina; di che la mammanaccia le consentì.

   Quando per la prima volta la giovane madre sentì le sue braccia cariche di quel novissimo amore ch’ella avea portato per nove mesi nel suo seno, fu invasa da una folle ebbrezza, per cui rideva e piangeva ad un tempo. La bambinella aprì due vivi e neri occhiuzzi, e affisò la madre in sì strana e malinconica espressione che sembrava volesse dirle: ‒ Oh! perché codesta egoistica gioia che tu mostri? Tu godi di avermi posta al mondo! O donna, o madre, perché mi traesti fuori degli spazi interminabili di perpetua luce ove abitano gli spiriti non ancora rivestiti di umane carni? Perché mi traesti in questo tenebroso soggiorno d’ignoti dolori, dove la presente ripugnanza mi avverte della futura sciagura? O donna, a cui ho cagionato in nascendo così fierissimo strazio, perché mi guardi e sorridi? Oh! tu non sai in quale incommensurabile oceano di dolori e di miserie tu m’hai travolto! O mamma, per quel tuo sangue ond’io mi nodrii nella caverna de’tuoi visceri, deh! se tu mi ami, fa che io ritorni in quelle regioni degli spiriti, donde fui qui sbalzato in questi viluppi di ossa e di carni… Deh! madre mia, pietosa a’miei futuri danni… affogami co’tuoi baci questo primo alito che mi vien su le labbra, e fa che io non vegga le oppressioni, le enormità e le ingiustizie che si commettono sotto il sole. Oh quanto meglio saria stato se mai non fossi nata! Dagli spirti che furono incarnati per patire i dolori di questo scelleratissimo tra i piccoli mondi, imparai che Beati sono i morti anzi che i vivi, e più felici degli uni e degli altri quelli che ancora non nacquero.ʺ  [2]

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[2] L’Ecclesiaste IV – v. 1. 2. 3.

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   PREFAZIONE ALLA PRIMA PARTE. L’ORFANA

   La pena del lavoro fu imposta all’Uomo: perocchè  ALLA DONNA FURONO MOLTIPLICATI I DOLORI.

   Noi ci facciamo di presente a narrare tristissimi casi, storia viva e contemporanea degli infiniti dolori della Donna, priva, per le presenti condizioni sociali, del naturale patrocinio dell’Uomo. Cupe tinte adombreranno i nostri quadri, ritratti dal vero. Noi entriamo in una regione di pianti, di miserie, di sofferenze inaudite e ignote a quella classe che ha palagi, cocchi e cavalli. Coloro che si tappano gli orecchi per non sentire il grido di dolore che parte dagl’infermi d’una grande città, o che torcono gli occhi da’luridi cenci a cui si avvengono per la via, lascino queste carte, che noi scriviamo pe’cuori nobili e sensitivi.

   È una triste elegia quella che scriviamo, nella quale non caricheremo i colori per creare l’immaginoso e il sorprendente. Uno scopo altamente umanitario e sociale muove la nostra penna a descrivere le miserie e i patimenti dell’operaia, creazione d’una bastarda civiltà in contraddizione co’divini ordinamenti, co’dettami dell’eterna giustizia, colli stabilimenti del principio sociale.

   Noi tutti portiamo in nascendo una misteriosa colpa: tutte le religioni del mondo si accordano in questo primissimo domma. La carne è prigionia dello spirito ribelle alla divina sua origine: la vita è espiazione; la morte è la suprema umiliazione inflitta all’antica superbia.

   Nessun nato di donna può sfuggire alla legge universale imposta colla vita: la fatica pel Viro, [1] il dolore per la Donna.

   La legge tetragona della FATICA pel viro ricevè la sua estesissima applicazione nell’opera intellettuale o materiale onde quegli procacciasi i mezzi di vita; nelle cure ne’pensieri e negli affanni che si accompagnano alle ricchezze piovute da quella assurdissima legge che si domanda EREDITÀ: nelle perturbazioni del potere; nelle febbrili agitazioni dell’ambizione; nelle pallide fantasime che circondano i troni e ne’balze di cuore che travagliano i sonni de’re.

   La legge del DOLORE per la Donna ricevè la sua estesissima applicazione nelle infinite trepidanze dell’amore, atmosfera morale in cui la donna respira; nelle domestiche croci del matrimonio, ne’palpiti incessanti e ne’travagli e nei pericoli della maternità.

   Pesata la soma de’mali dell’uno e dell’altro sesso, troviamo che la espiazione imposta alla Donna supera di gran lunga quella gravata sul Viro. La natura, ossequente ad un altissimo decreto, dette alla Donna una sensitiviva squisita, quasi per renderla più adatta a’dolori. Le corde di questa lira elegiaca furono accordate da renderne più flebile l’armonia. Le sorgenti delle lacrime sono inesauribili per le figlie di Eva. Tutto è un mistero di sofferenza nella vita della Donna. Ben potrebbe dirsi, senza poetica esagerazione, che il dolore è la più bella aureola di gloria di che ella si circondi dinanzi al Giudice supremo, siccome è pure il più possente prestigio di che ella si abbellisca al cospetto dell’uomo. Noi amiamo di vedere su i femminei sembianti la dolce pallidezza del sentimento e la soave malinconia di antiche o recenti lacrime. Una faccia di donna che annunzii l’assenza del dolore ci sveglia ad amarla, ci allontana da lei, ci alletta gli occhi, ma ne lascia freddo il cuore. La Donna comprese per istinto questo tristo privilegio delle lacrime ch’ella si ebbe dalla matrigna natura, e se ne fece uno strumento di civetteria. Nello irresistibile bisogno di piacere al viro, ella simulò il dolore quando questo lo risparmiava; affettò il sentimento quando una gran massa di fibrina o di linfa rendeva in lei superiore la vita organica alla vita sensitiva; spremette lacrime alle ciglia per fattizi cordogli quanto i veri mancavano. Tra i fiori olezzanti del giardino di amore ella trovò spine acutissime e i rovi e i bronchi e i sterpi e aspidi velenosi; in cima a quel paradiso ch’ella si era sognato ne’suoi sogni virginei trovò, nel matrimonio, il suo calvario; tra le ineffabili gioie materne si avvenne ad ogni passo in una croce.

   È indubitabile che gli spirti condannati a rivestirsi di umane carni sotto femminee forme esser debbono di quelli che con libito maggiore peccarono nel fallo comune. Se la espiazione è maggiore, la colpa esser dovè maggiore, o più pervicace l’intenzione; tranne che simili spiriti non sieno di quelli che a Dio più accetti furono da Lui prescelti a più sollecita purificazione pel fuoco delle mondane sofferenze.

   Ma senza perderci in queste conghietture che altri potrebbe qualificare da visionario o da poeta, non è men vero che alla Donna furono moltiplicate le spine [2]. Questa moltiplicazione di dolori che Iddio stesso impose alla Compagna dell’Uomo a gastigatura del primo fallo quale ragione si ebbe? Perché il retaggio delle lacrime non fu eguale nell’uno e nell’altro sesso?

   La ragione di questa moltiplicazione di dolori troviamo nel testo stesso della Genesi, quando Iddio sottopone il Viro alla dura catena del lavoro.

   La espiazione ebbe dunque due modi di sviluppo e di espletazione, come due erano i sessi cioè le forme della incarnazione degli spirti caduti: la fatica per l’uno, il dolore per l’altro: e per l’uno e per l’altro: la stessa suprema umiliazione, la morte.

   Ma di questa distribuzione divina il Viro non si tenne pago, e, come quello ch’era il sesso più forte, scaricò sulla Donna una sì gran parte della sua quota di espiazione; e la fatica, a lui imposta, egli la impose alla Donna. E le disse:

   ‒ Tu sei più debole di me per lottare contro il mio volere; ma sei più forte nelle sofferenze ed anco nella fatica del corpo; onde, tu lavorerai per me, ed io ti getterò un tozzo di pane come si fa a’cani che ci hanno più o meno ben servito. Tu curverai la tua schiena sotto la fatica, se vuoi non veder morire di fame i tuoi figliuoli.

   E questo non bastò. La Società disse alla Donna:

   ‒ Tu servirai a’bisogno e a’piaceri del Viro: le mura domestiche saranno la tua prigione; a te le cure, i fastidi, i travagli, le perpetue annegazioni, il sacrificio perenne delle tue aspirazioni: per te tutti gli obblighi senza nessun dritto. E i tuoi sospiri saranno spiati, le tue parole severamente sindacate, i tuoi sguardi interpretati, i tuoi passi sorvegliati; e, se un sol pensiero uscirà dalla sfera delle tue domestiche attribuzioni, se sul tuo labbro verrà sorpreso un alito delle bollenti passioni che si agitano nel tuo seno, io ti porrò su la fronte la mia stimate, e tu non potrai rialzare più il tuo sguardo. Noi faremo ogni possa perché tu cada; ti circonderemo di adulazioni di tentazioni; ti porremo d’intorno gli agguati d’ogni maniera; attizzeremo il fuoco delle tue passioni, stuzzicheremo la tua vanità, soffieremo su la mobilità de’tuoi nervi, corromperemo il tuo cuore, ribelleremo i tuoi sentimenti, snatureremo i più puri tuoi affetti, affameremo i tuoi figliuoli; e, dopo questo, se tu cadrai, noi ti copriremo d’infamia, e ti fulmineremo colla morte civile.

   Povero angelo! Ecco il tuo destino nel mezzo di questa aggregazione di crudeli egoismi che si domanda civil società!

   Ma questo scellerato abuso di forza Iddio non lascia impunito. L’uomo si trova fuori centro lungi dalla famiglia, lungi dalla donna. Gittandosi alla cieca a brancolare tra le sue vittime, egli vi trova decezioni, sterilità di affetti, insidie perenni alla rettitudine dell’animo, alla sua dignità personale, alle sue sostanze, al suo cuore, alla sua salute. Assetato di felicità e di amore, ei non trova che stordimento e venalità; colà dov’egli crede abbracciare un angelo, ritrova un bruto; stende la mano per abbrancare una donna, e non afferra che un OMBRA.

   La FAMIGLIA è il fondamento posto da Dio all’edificio sociale. Quando si scrollano le basi, scrolla e precipita l’edificio.

   E la Famiglia è scrollata quando il Viro si separa moralmente dalla Donna e la priva del patrocinio del suo braccio e dell’amorosa corrispondenza del suo cuore.

   La famiglia è scrollata quando la DONNA LAVORA PEL VIRO;

   quando il Viro si disonora nell’ozio;

   quando i figliuoli sono abbandonati alla corruttela della pubblica strada;

   quando il sentimento religioso non ravviva ne’cuori la Fede in Dio;

   quando la virtù è punita come vizio, e il vizio premiato come virtù;

   quando l’assurda e scandalosa di sproporzione delle ricchezze lascia una sezione della società umana nella impotenza di costituirsi in legittime ed agiate famiglie, ponendo dall’altra banda l’altra sezione nella facilità di formare immoralissimi e scellerati garbugli.

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[1] Mancando assolutamente nel nostro idioma una parola da contrapporre a Donna, dacchè nel vocabolo Uomo (homo) si comprende il genere umano, nella doppia specialità di maschi e femmine, abbiamo deciso di adottare il Vir de’Latini, che significa precisamente il maschio nel genere umano. Non sappiamo veramente perché questa bella voce Viro non abbia finora avuto l’onore della cittadinanza italiana, mentre abbiamo virilità virile, virilmente.  Che se per adoprarla è mestieri assolutamente dall’autorità di un classico, crediamo che i più schifiltosi possano tenersi paghi alla esemplo del sommo Alighieri, che adoprò tal voce nel 4.° canto dello Inferno:

E ciò avvenia di duol senza martiri

Ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,

d’infanti e di femmine e di Viri.

   Dove, benché taluni abbian creduto che Dante avesse adoprato questa voce nel significato di età perfetta, pure ei ci pare che questa interpretazione sia erronea, perocchè la voce Viri è messa proprio affianco a femmine.

[2] Multiplicabo auremnas tua

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   RIEPILOGO

   Siamo giunti, la Dio mercè, al termine del nostro lungo lavoro, nel quale ci siamo studiati di porre in evidenza questo gran fatto umanitario sociale.

LA PROLETARIA SCHIAVA CONDANNATA ALLA GLEBA DEL LAVORO DELLA CIVILISSIMA EUROPA, E LASCIATA A SCEGLIERE TRA IL MARTIRIO DELLA VIRTÙ O LA DEGRADAZIONE DELLA SPECIE.

   Abbiamo svolta la vita dell’OPERAIA nelle sue dolorosissime vicissitudini, ed abbiam cercato di spiegare la sentenza del Michelet, posta in fronte della nostra opera:

   L’operaia! Parola empia, sordida, che nessuna lingua ebbe mai, che nessuna epoca avrebbe compresa prima di questa età di ferro, e che sola basterebbe a far contrappeso a tutt’i nostri pretesi progressi.

   Abbiamo seguita l’operaia «nelle sue tante specialità a cui il bisogno la spinge: l’abbiamo seguita nelle infinite colluttazioni che ella affronta contro le seduzioni di ogni sorta che la circondano, nella triste elegia delle sue veglie notturne che le affievoliscono gli organi più essenziali della vita, nelle febbrili insonnie d’una sovreccitazione nervosa, effetto di lungo e penoso lavoro. Da una parte, l’onestà, il pudore, divine impronte che tutto tende a cancellare, dall’altro il contagio del vizio, del malo esempio, la vanità di donna, suprema tentatrice anche tra i duri spinai della miseria. Questo gran dramma, che si svolge ogni dì sotto gli occhi di una società burlona e indifferente, noi lo abbiamo seguito dalla sua protasi fino alla catastrofe, levando un grido altissimo di commiserazione su tanta sventura e stimmatizzando l’avarizia sociale che gitta una ironia di mercede su i sudori della misera operaia». [1]

   Le OMBRE, funesta trasformazione dell’operaia, nascono dalla Ecclissi totale della donna nelle sfere della sua sublime e divina missione.

   Nulla farà la società a pro della Donna degenerata? Nulla faranno i governi civili per restituire la luce dell’anima colà dove sono le tenebre della muliebre degradazione? Lasceremo alla maturità de’tempi la soluzione di questi importanti quesiti?

   No – Noi abbiam fede nel verbo di Dio, nel progresso, nella civiltà; abbiamo fede ne’nobili cuori di cui non scarseggia l’umana specie. Ma le nostre maggiori speranze sono riposte negli animi colti e gentili delle DONNE ITALIANE, dalle quali aspettiamo la nobile e generosa iniziativa di un’Opera altamente filantropica, che onorerà la nostra presente rigenerazione. Noi dunque invitiamo le nostre Concittadine a concorrere alla stabilimento di una CASA DI RITIRO per le donne miseramente uscite dalla vita onesta, e che desiderino rientrarvi. Noi manchiamo di questa bella e benefica istituzione. Una sottoscrizione aperta su larga scala ed auspicata da nomi preclarissimi potrebbe dischiudere un Asilo di pace, di LAVORO BEN RETRIBUITO, d’istruzione e di morale alle disgraziate, cui la miseria o l’ignoranza spinse nel baratro della prostituzione. Facciam voti che questo appello che noi facciamo al cuore delle nostre Concittadine trovi un’eco di simpatia, e sia fecondo di tanto bene ad una sciagurata sezione del loro sesso.

   Chiudiamo queste pagine coll’implorare a questo nostro lavoro il maggiore compatimento de’nostri Concittadini; ed abbiam fiducia che, non guardando alla molta imperfezione dell’Opera, eglino ci terran conto dello scopo altamente umanitario che avemmo in mira.

               FRANCESCO MASTRIANI

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[1] Prefazione, pag. 5.

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LA STRUTTURA DE LE OMBRE

   Quando penso all’opera di Mastriani, inopinatamente la mia mente scorre a Donatien-Alphonse-Francoise marchese de Sade.

   Vero è che la presenza di Sade si avverte in molta parte della letteratura d’appendice e che «le vie del terrore e del sadismo sono misteriose e coincidenti».[1]

   Infatti circa mezzo secolo prima che apparisse Justine (una prima versione è anteriore al 1790) lo scrittore inglese Samuel Richardson, ritenuto insieme a Daniel Defoe il fondatore del romanzo inglese, pubblica la triste storia di una ragazza, Clarissa, virtuosa e puritana che viene perseguitata, narcotizzata e infine violentata da un libertino, tanto da impetrare e ottenere la morte.

   Ne Le Ombre, Margherita Damiani, la madre, e Marcellina la figlia, sono più o meno vittime delle stesse vicissitudini di Clarissa e di Justine. Ambedue perseguitate dalla cattiva sorte, costrette a subire ingiustizie e violenze e condannate a fine prematura, dopo innumere sofferenze.

   Non solamente i personaggi, anche gli autori di Justine e de Le Ombre hanno delle caratteristiche comuni pur con profonde differenze ideologiche. Mastriani non diversamente da Sade è stato ritenuto non degno di far parte delle sacre lettere. La cultura ufficiale si è accanita contro il «divino marchese» sia come persona che come scrittore. La sua è stata ritenuta l’opera di un pornografo. Il suo stile crudo e discontinuo è stato, per molto tempo, ritenuto il frutto di assunti ideologici e programmatici che prendono il sopravvento sulla materia trattata, mortificando le ragioni poetiche e letterarie dei suoi romanzi.

   Così Francesco Mastriani è stato accusato di aver trascurato la letteratura per utilizzare le pagine come un pulpito dove fare della didattica, della filosofia, della morale, in sintesi dove dar sfogo alla propria ideologia e ai propri intenti programmatici.

   Altro elemento comune sono le rispettive biografie: due vite piene di sofferenza (la pigione continua per Sade, la pigione impossibile e dunque miseria e la morte di quasi tutti i suoi figli per Mastriani) e ciononostante l’ostinazione a scrivere in qualunque condizione e luogo.

   Tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, caduta ogni prevenzione nei riguardi della letteratura erotica, l’opera di Sade è stata rivalutata o quanto meno rivisitata criticamente. Sarà forse perché la liberazione sessuale (ma quale liberazione?) ha prodotto la liberalizzazione anche della pornografia rendendo più accettabile il confinante erotismo sadiano, del tutto assente nell’opera di Mastriani, sarà che egli è il buono costretto a soccombere e il cattivo Sade a vincere (giusta la visione di quest’ultimo) suo malgrado; fatto sta che l’opera di Mastriani è stata definitivamente relegata al ruolo di letteratura di second’ordine, confusa col romanzo d’appendice tout-court.

   Ci si è chiesto se l’ideologia precede o segue l’invenzione narrativa in Sue, e così in molti romanzieri d’appendice.

   Ebbene è certo, per averlo letto dalle sue pagine, che l’ideologia precede in Mastriani l’invenzione formale. Come dire che quest’autore è importante, nella storia del romanzo, per aver anticipato i tempi di una crisi che esploderà non molti anni dopo la sua morte: la crisi delle strutture narrative arcaiche.

   La disgregazione della trama dovuta alle lunghe e ripetute digressioni (dei quasi monologhi dell’autore) la necessità di rendere topograficamente collocabile la vicenda con la tecnica della registrazione fotografica che anticipa quella dei naturalisti francesi (e non vi sono dubbi) oltre che per i contenuti legati alle umane miserie, tare e abiezioni, pongono quest’autore tra gli antesignani del romanzo moderno a dispetto di ogni altra considerazione.

   In questa sede si vuol entrare nel merito della sua arte, non si vuole giudicare l’efficacia delle sue proposte o le contraddizioni insite in esse («L’intrigo dei suoi romanzi ha la stessa funzione conservatrice che ha nei libri di Xavier de Montepin. È la trappola che scatta quando ci si avvicina, per quanto l’abbia preparata un innocente, ignaro di far morire chi ci casca dentro; ed anzi con la pretesa ingenua di salvare la vittima». [2], ma si vuol apprezzare il tentativo di averle effettuate. Del resto, non ha mai preteso di voler rivoluzionare il sistema, ma solo di analizzare le contraddizioni all’interno del sistema stesso che accetta nelle sue linee generali.

   Ne testimoniano le varie tematiche dei suoi romanzi, tese a voler correggere, non a modificare completamente l’apparato sociale da cui i mali provengono.

   Importante, invece, (a parte il fatto che Viviani queste critiche le muoveva in pieno clima sessantottesco, di cui buona parte di noi subiva l’influenza) è il modo diverso con cui affronta il genere romanzo, che non è dovuto ad una esplicita ricerca formale, ma ad una ideologia del sociale che paradossalmente sa di nuovo perché è abbastanza vecchia da essere stata dimenticata: quella vetero-testamentaria e del cristianesimo delle origini.

   E il tema de Le Ombre nasce proprio da un dettato biblico, come più avanti si vedrà, anche se la struttura richiama immediatamente quella forma della tragedia greca: il prologo, gli episodi (le tre parti, l’orfana, la moglie, la madre); gli stasimi (le digressioni dell’autore); l’epilogo (il riepilogo finale).

   È una misura con una notevole dose di modernità e di antichità, come nell’incipit, reso con un periodare paratattico che richiama la tecnica cinematografica del piano sequenza e lo stile biblico: «Un freddo eccessivo spopolava le strade di Napoli al cader della sera… Un agghiacciato rovaio sbuffava con impeto selvaggio nelle crocevie; e sollevava nembi di polvere fin su gli alti piani dei palazzi; e rompea invetriate; e menava giù da’ parapetti delle altane i testini di pianticelle; e sbatteva i battitoi dei portoni; e strillava come anima dannata pei frati de’tetti; e incalzava da tergo i viandanti; e faceva insomma cose da insatanassato».

   Tema centrale è lo sfruttamento del lavoro femminile; già affrontato in parte ne I Vermi.

   La prima parte del romanzo inizia con una parafrasi biblica: «La pena del lavoro fu imposta esclusivamente all’Uomo; perocchè ALLA DONNA FURONO MOLTIPLICATI I DOLORI».

   Tutta in maiuscolo la proposizione dedicata alla donna. L’argomento è affrontato con strumenti un po’ logori (se visto alle soglie del 2000) ma solo in apparenza se si tiene conto delle condizioni di sfruttamento a cui era sottoposto l’operaio nell’Ottocento; e ancor più la donna-operaio, sottopagata rispetto all’uomo e con in più l’incombenza del marito e dei figli (situazione di disagio non ancora del tutto superata).

   È legittima dunque, la denuncia dell’autore che, beninteso, non deve essere presa come un appunto alla donna che lavora, ma come un’accusa alla società che sfrutta la donna nell’ambito del lavoro al di fuori della famiglia. Solo nel 1869 il movimento delle suffragette in Inghilterra otterrà per le donne il diritto al voto per i consigli municipali; e nel 1880 quello per i consigli di contea, e non per tutte le donne, ma solo per quelle di un certo ceto sociale e alfabetizzate.

   La trama del romanzo è esile e scarna. Margherita Damiani è una operaia cucitrice nel laboratorio Modes e Nouveautes de Paris di Madame G. a Chiaia a dodici grana al giorno, pari a circa 60 centesimi (come a dire un po’ più di mezza lira), quando per vivere modestamente occorrevano minimo due lire, nel 1844 data di inizio del racconto.

   Con questo misero salario deve sostenere sé e le due sorelline più piccole, dal momento che Rocco Damiani è in galera per un delitto d’onore (ha spaccato con la scure la testa della moglie fedifraga). Pur nei tratti di un’aberrante miseria la sua vita è resa più sopportabile dall’amore per un giovane di gentile aspetto, di modi educati che, tuttavia, la circuisce, l’illude, la seduce e l’abbandona. Si era presentato come persona di modeste condizioni, in realtà è un nobilotto seduttore di innocenti fanciulle: il conte Ascanio Orsini. Margherita ne rimane incinta, ma non può farne parola a nessuno. Specie al padre Rocco che uscito dal carcere per vari condoni fa ritorno alla famiglia.

   Rocco ritiene necessaria una spiegazione ai figli dell’uccisione della loro madre e con toni fosche e ancorati narra della scura, ereditata dal padre che la usò per vendicare a sua volta l’onore di sua madre. Quella scura è il simbolo dell’onor familiare.

   È, e sarà sempre la riparatrice dei torti di famiglia.

   Margherita è spaventata dalla presenza di questo simbolo di giustizia privata e tace sulle sue condizioni. Fuggirà di casa e partorirà una bambina, Marcellina, che sarà costretta ad affidare ad estranei pietosi. Morirà di consunzione all’ospedale degl’Incurabili, e finirà cadavere sul tavolo anatomico di studenti di medicina. Fin qui il prologo.

   Le tre parti successive sono affidate al personaggio di Marcellina. Venduta (da chi l’aveva adottata) ad una megera, a sette anni, per un misero tozzo di pane e da qualche frutto, è costretta da mane a sera a girare la ruota nella grotta delle spagare al Chiatamone [3] senza mai potersi concedere un attimo di riposo, pena inenarrabili sevizie da parte della megera. Deve al caso se riesce a liberarsi da questa schiavitù anche se costretta a vivere raminga, di elemosina.

   Questa vicenda, come tante altre del romanzo, sull’abiezione delle umane miserie, è trattata con una oggettività di grandissima efficacia documentarista. Sordida e cupa è l’esistenza dei miserabili, radiografata attraverso i loro stracci. Non v’è la pietà che scalda la facile lacrima, ma il bisturi del chirurgo che incide il bubbone per farne uscire il marcio. Il fetore del pus si avverte.

   Così di vicissitudine in vicissitudine, Marcellina operaia, moglie e madre rimasta vedova di un marito ubriacone e ribaldo, sarà costretta a prostituirsi, a diventare l’ombra di se stessa. A nulla varrà la vindice scure che suo nonno Rocco (che ritroverà dopo una serie di agnizioni e colpi di scena) abbatterà sul cranio di Ascanio Orsini. Ella morirà di tifo e di colera vittima innocente di un’antiprovvidenza.

   L’epilogo finale tira le somme dell’intricata vicenda. Alla moribonda viene assicurata, da uno zio vescovo ritrovato, l’esistenza futura della figlioletta.

   Questo lieto fine, se non fosse per tutto quanto s’è letto, a fatica, tra mille parabasi dell’autore al limite di quella disgregazione narrativa di cui sì è già detto. Disgregazione che è tutt’uno con la ideologia di Mastriani, che al di là del suo antiborbonismo, o di reminiscenze e sedimentazioni proprie della cultura piccolo borghese cui appartiene, propugna una sorte di socialismo riformista, oggi più attuale che mai, ma ancor oggi reso disattivo da quei mali che hanno afflitto la società di tutti i tempi: l’insensibilità, l’egoismo, l’avarizia, la miseria morale e reale, e un malinteso concetto di superiorità dell’uomo sull’uomo.

   «Cittadini del mondo siam tutti; e tutti non occupiamo co’ nostri piedi che mezzo metro di terra. Il sole spande i suoi raggi su tutti; la terra produce i suoi grani e le frutta per tutti; le acqua scaturiscono da’ monti per tutti. E ciò non di meno l’uomo rapisce di sotto ai piedi del suo fratello il mezzo metro di terra che questi deve occupare; dalla bocca del fratello strappa il pezzo di pane onde questi deve nodrirsi; e toglie il posto a’ raggi del sole e gli niega il bicchier d’acqua che deve dissetarlo… Bisogna arrossire di essere uomini!». [4] E non è questa l’ipostasi del decimo comandamento: non desiderare la roba d’altri? E che prolunga questo comandamento se non la liceità della proprietà privata (la roba) in termini di moderazione, di modo che possa divenire un bene sociale per tutti?

   Ma dietro questa ideologia ugualitarista, tradita già all’apparire del nuovo stato unitario, ve n’è un’altra che fa capolino (legata forse ad una impossibilità tutta antropologica di modificare l’uomo) più scettica e tuttavia sempre vetero-testamentaria, ricavata dal più anomalo dei libri sacri, l’Ecclesiaste IV-v. 1, 2, 3: «Beati sono i morti anzi che i vivi, e più felici degli uni e degli altri quelli che ancora non nacquero». [5]

                                                                                  LUCA TORRE.

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[1] A. Bianchini, Il romanzo d’appendice, ediz. ERI, 1969.

[2] V. Viviani, Storia del Teatro Napoletano, Guida Editore,1969.

[3] Le grotte degli spagari non si trovavano al Chiatamone, ma nel quartiere di Montecalvario, al di sopra dei Gradini di Santa Lucia al Monte (nota di Rosario Mastriani).

[4] Le Ombre, op. cit. pag. 187.

[5] Le Ombre, op. cit. pag. 161.

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