COMMENTO

    Senz’altro il presente romanzo è frutto della fantasia dell’autore, ma ci sono personaggi davvero esistiti come il maestro compositore Leonardo Vinci (Strongoli 1690-Napoli 1730), che fu uno dei massimi esponenti della scuola operistica napoletana. Il Vinci morì in circostanze non chiare, e secondo una leggenda in seguito ad un avvelenamento. E nel presente romanzo l’autore gli attribuisce colui che lo avrebbe avvelenato, un protagonista del racconto: Gasparro Scorpione, detto la cuccuvaja di Porto. Si legge infatti nel testo: Signor Don Tommaso Calcagni conoscete voi il signor Don Gasparre Scorpione? – Eccolo presente – Di che siete venuto ad accusarlo in questo tribunale? – Di avvelenamento sulla persona del maestro di cappella signor Leonardo Vinci. [1]

   Ma ci sono altri due personaggi realmente esistiti e che abbiamo trovato in altri due romanzi di Mastriani, in «Rosella la spigaiola del Pendino» e «Compar Leonardo di Pontescuro»; essi sono la ipocrita santocchia Isabella Mellone e padre Gregorio Rocco. Addirittura ci troviamo un episodio che vede protagonista padre Rocco e la Mellone, descritto nella «Spigaiola del Pendino»: Li muort so chillo che non magnano; li vive, si non magnano, morono; disse il frate alla santocchia, smascherandone l’ipocrisia e le turpitudini come quella di far credere alla gente che non prendeva alcun nutrimento. [2]

   Pochi i personaggi storici citati e tra questi va ricordato il medico naturalista inglese Edward Jenner: la poveretta morì incinta di pochi mesi, vittima del maligno vaiuolo che in quel tempo menava stragi nelle città e nelle campagne perciocché non ancora godevasi la discoperta del grande Jenner contro questa funesta malattia. [3]

    Interessante è la citazione a Metastasio, il poeta Cesareo, cioè poeta ufficiale della Corte austriaca, il quale in quel tempo godeva alla corte di Vienna agi e onori. [4]

   Come in altri suoi romanzi, l’autore cita la «Colonna della Vicaria», o come detta volgarmente dal popolo, a culonna ‘nfame. Leggiamo Era dinanzi a’Regi Tribunali una colonna sulla quale veniva ad esporsi il debitore che voleva essere assoluto del debito suo. Egli dovea dietro alcune altre formalità, profferire il motto Cedo bonis (letteralmente: svendo tutti i miei beni). Onde quante volte volea il volgo che si fosse assoggettato a quell’umiliazione, dicesi nel linguaggio del popolo: ha fatto zita bona. Tra le formalità c’era quella che il debitore veniva costretto a salire in cima alla colonna e doveva abbassarsi i calzoni e mostrare le natiche alla folla divertita.

    Tra i mestieri curiosi del popolino spicca quello del baciliere, descritto anche in altre sue opere da Mastriani: Addimandansi bacilieri li servienti addetti alle sale anatomiche: è loro lucro esclusivo la vendita de’cadaveri a’professori di anatomia, è loro ufficio di raccogliere in un bacino (onde il nome popolare di baciliere) le membra tronche de’cadaveri che vengono sezionati e che rimangono esposte sulla tavola anatomica. [5]

    Da segnalare un’interessante nota di Carlo Celano dedicata a quel luogo addimandato il GuastoA destra della strada che mena a Poggio Regale ( attuale Poggioreale), luogo murato che serve per orti di erbe commestibili. Chiamasi questi il Guasto, ed ha questo nome fin dal 1251. È probabile che questo luogo Guasto, sia l’attuale zona di Napoli, che pure si trova alla destra della strada di Poggioreale, e che viene nominata il Vasto. [6]

     Anche in questo romanzo, come in tanti altri, l’autore considera il cognome Esposito come un marchio quasi infamante: ma correa la voce che l’autore de’suoi giorni avesse un cognome poco onorevole, comune a tutt’i trovatelli, e che molto gli fosse costato di ottenere il mutamento del cognome Esposito in quello di Postieri. [7]

   Tra le tematiche, ce ne è una ricorrente nei romanzi di Mastriani, l’origine delle ricchezze. Anche in questo romanzo è palese il pensiero dello scrittore: Ad ogni modo, chiudiamo gli occhi per carità cristiana, sulle sorgenti delle ricchezze del signor Don Francesco, siccome è d’uopo chiuderli sempre quando si tratta d’indagare le origini di presso che tutte le ricchezze, imperocchè rarissimo è il caso, per non dire impossibile, che l’onestà le partorisca.[8]

   Senz’altro Francesco Mastriani non disdegnava i piaceri della tavola, lo si può intuire da questa breve digressione: Avea ben ragione chi disse che tutto è vanità, tranne un buon desinare e una miglior cena. Quanto non siamo noi debitori alla provvidenza che rinnova in noi tutt’i giorni il desiderio e il bisogno del vitto! Come incresciosa, monotona e grave sarebbe la vita, senza quelle ore giocondissime in cui tutto si dimentica, e il solo piacere sembra che regni! Seduto a tavola, l’uomo non ha più età: egli è sempre giovine, uguale a se stesso; tutte le altre passioni tacciono in lui. Posto ciò, un buon sistema di educazione può e debbe essere quello che intende vieppiù sviluppare il buon appetito e a perfezionare l’alacrità della digestione.[9]

                                                 ROSARIO MASTRIANI

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[1] Francesco Mastriani, Matteo l’idiota, Napoli, Tommaso Guerrero, 1856, Parte Prima, vol. I. cap. V.«Storiella di Don Gasparro», pp. 62-63.

[2] Ivi, Parte quarta, vol. IV.  cap. III «La cronaca vivente», pag. 74.

[3] Ivi, Parte Seconda, Vol. I. cap. I. «Il marchese de Jacellis», pag. 139.

[4] Ivi, Parte Seconda, vol. I. cap. II «Il piccolo Marco», pag.144.

[5] Ivi, Parte terza, vol. III. cap. III. «Don Aniello il Baciliere», pag. 29.

[6] Ivi, Parte Terza, vol. III. cap.II «L’uno per cento», pag. 16.

[7] Ivi, Parte Quarta, vol. III. Cap. I «Il Conte di Montenero e sua famiglia», pag. 112.

[8] Ivi, Parte Seconda, vol. I. cap. I. «Il marchese de Jacellis», pag. 130.

[9] Ivi, Parte seconda, vol. II. cap. IV «Un’educazione secondo il buon vecchio tempo», pp. 22-23.

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   Si tratta di un romanzo particolarmente impegnativo, composto con grandissima cura per coerenza narrativa e concatenamento logico di eventi molto distanti fra loro nell’arco temporale del racconto. Scritto nell’ultimo decennio borbonico senz’ombra di spirito rivoluzionario, il romanzo ci rivela o ci conferma elementi di poetica che saranno dimenticati (o comunque messi da parte) nel trambusto socio-politico, culturale e antropologico causato dal cambio di regime dai Borboni ai Savoia.

   Abbiamo nel romanzo, di nuovo, ricordando Sotto altro cielo (1848) e Il conte di Castelmoresco (1855), un affondo investigativo sull’eredità dei caratteri fisici, psichici e intellettivi con l’invenzione di un bel fior nel fango: Marco de Jacellis/Matteo l’idiota, che risplende in una famiglia di ignoranti, avidi, vanesii, debosciati. Abbiamo poi una serie di descrizioni dettagliatissime di luoghi napoletani, quartieri, strade, chiese e monumenti a cominciare dalla Taverna del Cerriglio in apertura di romanzo, che va ben al di là della necessità di ambientazione narrativa. Testimonia, infatti, un assegnare agli oggetti, alle presenze materiali e ai luoghi in particolare un ruolo di protagonista della commedia umana rappresentata.

   C’è poi un aspetto su cui sia utile soffermarsi a riflettere un po’ più a lungo. Si legge in esergo sul frontespizio di ognuno dei quattro volumi (diverso solo il quarto frontespizio, che registra la diversa data, 1857) la profezia evangelica: «Ne dixeris: Peccavi, ed quid mihi accidit triste? ALTISSIMUM  ENIM EST PATIENS REDDITOR. [Non dirai: peccai e che cosa mi è successo di male? L’altissimo è paziente con i debitori.] (Eccl.  Cap.5. v. 4)». Mastriani ha uno spiccato, provvidenziale, senso di giustizia che traspare in ogni romanzo e che anzi ne determina spesso la trama o, almeno, la sua conclusione. Mastriani ama chiudere le sue storie, inquadrandole in un armonico disegno provvidenziale. Per lui non è soltanto nell’aldilà che siamo chiamati a rendere ragione delle nostre azioni: l’armonia del mondo fa sì che il cerchio della santa giustizia, che prevede il premio per il virtuoso e il castigo per il reprobo, si chiuda nell’arco della nostra vita terrena. La formula ricorrente di Mastriani per esprimere questo concetto è il seguente proverbio che si attaglia alle più svariate situazioni e che compare in bocca ai personaggi più diversi sul piano morale: «Chi soffre quel che altrui soffrire ha fatto, alla santa giustizia ha soddisfatto». In Matteo l’idiota il proverbio è messo in bocca a don Aniello, baciliere, mentre sta per ammazzare il dottor Letale forzandolo a trangugiare il liquore centerbe avvelenato che questi gli aveva offerto con ipocrita espressione di amicizia.[1]

   Nella trama principale del romanzo, la santa giustizia si prende il suo tempo (quasi un secolo) per rimettere le cose a posto. Il virtuoso Marco de Jacellis/Matteo l’idiota, che ha la vita lunga, ha la santa soddisfazione di vedere riconosciuti i suoi diritti, ma solo quando i suoi oppressori sono tutti morti di vecchiaia. E allora? Non c’è la punizione dei reprobi? Sì, ci dice Mastriani, perché mentre il loro destino eterno è nelle mani di Dio, patiens redditor, il radde rationem giunge per i loro figli. È dunque questo il castigo per la progenie di Adamo, secondo cui le colpe dei padri ricadono sui figli? Certamente, ma per lo scrittore questo principio prende una forma provvidenziale perché il vecchio saggio Matteo l’idiota che non conosce avarizia, toglie il superfluo ai nuovi ricchi, figli del lusso, e ridistribuisce la ricchezza con generosa equità.[2]

                                          FRANCESCO GUARDIANI

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[1] Francesco Mastriani, Matteo l’idiota, Napoli, Tommaso Guerrero, 1856, Parte Terza, vol. III. cap. III. «L’uno per cento», pp. 24-25

[2] Francesco Guardiani, Napoli città mondo nell’opera narrativa di Francesco Mastriani, Firenze, Franco Cesati Editore, 2019, pp. 219-220