Angiolina o la corifea

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…..Queste edizioni sono in possesso degli eredi Mastriani

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    … Questa nota è tratta dai  Vol. I. e III. dell’edizione

     .. Napoli, Tipografia dell’Industria, 1859

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Altre edizioni in volume:

– Napoli, Giosuè Rondinella, 1864, 2 volumi , seconda edizione.

– Napoli, Giosuè Rondinella, 1879, 2 volumi.

– Napoli, Gennaro Salvati, senza anno, forse 1892.

– Firenze, Adriano Salani, 1924 ( Il romanzo per tutti), 1936, 1938.

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SCHEDA DEL ROMANZO

  La presente scheda è stata realizzata prendendo come riferimento l’edizione: Napoli Tipografia dell’Industria (Mariano Lombardo Editore) 1859, tre volumi, di misura 7 x 11 in 16°

 

I TEMPI

   La prolusione del romanzo inizia il 2 novembre del 1855, giorno in cui l’autore si reca nel Cimitero di Poggioreale a rendere omaggio alla tomba dei suoi defunti genitori Filippo e Teresa Cava. Ma la trama del romanzo inizia a Napoli il 15 aprile 1853.

 

INDICE

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PERSONAGGI

 

PAROLE DESUETE

 

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TRAMA

   Angiolina Esposito è una trovatella che trascorre la prima parte della sua infanzia in condizioni pietose. All’età di sette anni, durante una gita in campagna, riesce a scappare dai suoi genitori adottivi. Di sera si ritrova a Napoli nei pressi del Teatro San Carlo ove avviene un caso straordinario che decide della sua vita. Si butta ai piedi di una splendida dama, la marchesa Olimpia, donna di buon cuore, che s’impietosisce di lei e le permette in seguito, di vivere nel suo lussuoso appartamento, ove la marchesa convive con la sorella Vittorina che al contrario di lei, è altera e malvagia. In questa casa vive anche Gustavo un leggiadro giovane, figlio di Vittorina al quale viene dato l’incarico, all’insaputa della madre, di insegnare alla giovane Angiolina a leggere e a scrivere. Nel periodo delle lezioni Angiolina da bambina diventa una splendida donna e inevitabilmente i due giovani s’innamorano l’un dell’altro. Il loro amore viene contrastato, e a Gustavo che era anche il maestro di Angiolina, viene vietato di vedere la ragazza la cui educazione viene affidata ad un precettore don Gennarino che avea esercitato il mestiero di Pulcinella su i pubblici teatri (pag.105 vol.II), il maestro scopre nella fanciulla doti di ballerina. Don Gennarino convince Angiolina ad abbandonare la casa della sua benefattrice facendole credere che grazie ai suoi insegnamenti, la farà diventare una ricca e famosa danzatrice. I due si trasferiscono a Salerno ove don Gennarino possiede una piccola casa e qui continua a darle lezione di danza. Qualche mese dopo tornano a Napoli dove il maestro conta di farla diventare corifea del San Carlo. Durante la prima invasione del colera del 1836, don Gennarino viene colpito dal fiero morbo e muore. Angiolina viene aiutata da un bravo scultore romano, Gabriele Depolve, che alloggiava nello stesso albergo dove si trovavano Angiolina e don Gennarino e in seguito il giovane, seppur non era favorevole che la ragazza diventasse una corifea, l’aiuta e la fa trovare un occupazione da corifea nel teatro San Carlo. Grazie alla sua avvenenza, più che alla sua valentia di corifea, Angiolina riesce a diventare indipendente e comincia a condurre una vita dissipata, grazie ai numerosi e ricchi corteggiatori che le stanno attorno. Il giovane Depolve, amareggiato si allontana da Angiolina che in seguito viene sedotta da Giuliano che aveva promesso di sposarla, ma l’abbandona nonostante che la corifea diventa madre di uno splendido bambino, Edgardo; e grazie alla nascita del figlio, Angiolina comincia a condurre una vita ritirata, seppur per bisogno, non abbandona le scene. Viene aiutata nelle faccende domestiche da una brava fanticella, Brigida, che si prende anche cura del bambino quando la madre è a teatro. Ma la felicità non era per Angiolina, infatti il bambino al quale sia la madre che la Brigida erano molto attaccati, muore a quattro anni per un’infezione intestinale, ribelle a tutti i rimedi medici. Angiolina è costretta a continuare a lavorare come corifea, ma sopravvive al figlio pochi mesi, infatti, colpita dal colera, morbo che aveva fatto la sua riapparizione a Napoli, muore con la gioia di diventare sposa del bravo Gabriele Depolve, che era tornato a Napoli dopo che anche lui era diventato vedovo. Lo scultore era riuscito a rivedere Angiolina, che aveva sempre amato, proprio negli ultimi giorni della sua sventurata vita.

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COMMENTO

   È questo il primo romanzo in cui l’autore inserisce nella trama una delle sue passioni giovanili: il teatro. Infatti la protagonista è Angiolina, giovane ed avvenente corifea dei teatri San Carlo e del Fondo. Il racconto si basa su un manoscritto della giovane che perviene a Mastriani grazie ad un altro protagonista del romanzo, il giovane scultore romano Gabriele Depolve. È difficile stabilire se questi personaggi siano realmente esistiti o siano frutto della fantasia del romanziere. Ricordo che altri romanzi di Mastriani sarebbero tratti da manoscritti da lui avuti: La sepolta viva, Karì-Tismè Memorie di una schiava, Le memorie d’ una monaca, Giovanni Blondiini Memorie di un artista, Eufemia.

   Secondo una studiosa, la dottoressa Anna Cristiana Addesso, lo scrivere dei romanzi, giustificando le trame da manoscritti reperiti, sarebbe una tecnica di scrittura.

   Poche le citazioni storiche rilevate nel romanzo; viene segnalata la prima invasione colerica che colpì la città di Napoli nel 1836. Buona parte del cap.III a pagina 131 è dedicata a questo triste avvenimento che iniziò il 2 ottobre 1836 dove un doganiere era morto in Napoli di quel brutto male, nel quartiere di Porto.

   Nella prolusione del romanzo a pag.10 del vol.I l’autore fa riferimento ai suoi genitori Mia madre lasciava le mortali sue spoglie, colpita dal fiero morbo nella sua prima invasione del 1836; e mio padre, cui la perdita dell’amatissima compagna fu piaga che lentamente cancrenata menò a morte anche lui, ottenne (l’unico forse non estinto di colèra che riposi nel camposanto colèrico) esser sepolto a fianco di colei, che per tanti anni gli avea accresciuto le brevi gioie e scemato i lunghi affanni, eredità di quanti veggono la luce di questo mondo.

   La protagonista del romanzo, Angiolina, è una trovatella e in questo romanzo viene citato il componimento di un poeta, che Mastriani ha citato in diversi suoi romanzi: Saverio Costantino Amato (Nocera Inferiore 1816-1837), una bellissima e malinconica poesia intitolata La Buca della Nunziata, e questi versi che sono descritti alla pag.83 del vol.II, richiamavano alla mente di Angiolina la sua sciagurata sorte di trovatella. Del sopraddetto poeta a pag.166 del vol.III ci sono le prime due quartine di un suo sonetto ispirate alla vista di un bambino morto.

   A pag.126 del vol.I c’è una breve digressione sul caffè Entrai in una di quelle botteghe da caffè, di che è piena la strada di Toledo e comandai che mi arrecassero una tazza di caffè, sul cui prezzo m’informai prima, sorbii per la prima volta la deliziosa bevanda orientale, la quale mi riuscì sì gradevole, sì nuova, ch’io più non maravigliai che sì universalmente ella fosse diffusa, e non esservi condizione di gente, la quale non la gusti.

   Francesco Mastriani nella sua vita fece anche degli studi in medicina, e in questo romanzo leggiamo una interessante digressione La febbre è la medicina che dà la natura per guarire da molti mali. E i medici che si ostinano a voler curare la febbre, ed han trovato i così detti rimedi febbrifughi! È lo steso che voler togliere alla natura il mezzo più efficace di guarigione, di che ella si vale.

   Altra tematica in questo romanzo, riguarda il destino, e la troviamo nel pensiero di una protagonista del racconto, la signora Vittorina la cui intelligenza e istruzione erano superiori al suo sesso. Leggiamo a pag.39 del vol. II Il destino! Sciocca espressione di più sciocca idea! Non ti avvezzare figlia mia a nominare a dritta e a manca codesto insensato parolone destino vuoto di sentimento. Il più grande oltraggio che far si possa alla Provvidenza e alla Giustizia di Dio è il credere che il mondo possa essere governato da una forza cieca che tenga sotto il suo scettro di ferro le sorti de’poveri mortali divenuti altrettanti burattini nelle sue mani.

   Un’altra breve digressione il narratore napoletano la dedica a se stesso, a pag 23 del vol.I, dove si compiace che un giovane straniero ( di Roma per la precisione), è consapevole esser lui l’autore del romanzo Il mio cadavere.

   Per la prima volta forse in vita mia, un certo tal sentimento di vanagloria e di compiacimento di me medesimo surse nell’animo mio, sentendomi lodare da questo straniero. Confesso che mi sarei sentito alquanto umiliato se quegli non mi avesse affatto conosciuto per mezzo de’miei lavori