BALLI IN FAMIGLIA

   Napoli 9 Febbraio

   La domenica a sera si balla su tutta la linea. Ogni felice mortale che possiede un pianoforte verticale o a coda o un gravicembalo qualunque, e tiene in casa due o tre ragazze da marito che abbiano valicato i quattro lustri, è obbligato a dare una così detta società. I grandi misteri della economia domestica vengono sotterrati per un giorno; e fin dall’alba il babbo, la mamma, le figliuole zitelle, la serva, la moglie del ciabattino-portinaio, l’amico di casa, e l’innamorato della più bella delle zitelle, (qualora sia stato ammesso ad una certa intrinsechezza) sono occupati a spolverare e a rassettare i mobili, ad allucidare i mattoni del pavimento, ed a rilegare nel retrè tutti gli oggetti che possano dare dello stato della famiglia un’idea non vantaggiosa. Si fa il conto degl’invitati e delle sedie che ci sono, incluso quelle a cui mancano due o tre traverse, e che erano state messe al ritiro da qualche mese. Le sedie non bastano; ed ecco che si mette a contribuzione tutto il palazzo. Donna Pasqualina al primo piano manda quattro sedie; donna Giuditta al secondo ne manda altre quattro con impagliatura d’incerto colore; e donna Saveria a fianco manda le uniche due sedie rimaste sane tra una dozzina distrutte da un Attila di sei anni col soprannome di Piscitiello.

   Aggiustata la faccenda delle sedie, bisogna pensare pe’lumi. In casa non ci è altro lume che una lucernuola di ottone addimandato lume inglese, battesimo esotico che quel povero e modestissimo arnese non si sognava mai di meritarsi. Ultimamente, il papà, vinto un ambo da quindeci lire al lotto, tornò a casa con un carcel di quattro lire da scisto, ottima a illuminare le funebri volte di un sepolcro.

   Come fare pe’lumi? Bisogna mandare da zio canonico che ha quattro candelabri di bronzo, veramente un po’troppo lunghi dove si ficcheranno quattro cerogeni. Lo zio canonico usa di questi candelabri per un suo privato altarino, su cui venera Santa Fotina, della quale è divoto.

   La cosa è rimediabile. Con un lume inglese che verrà situato sul pianoforte, co’quattro candelabri che verranno sistemati due per ciascuna mensoletta, e colla famosa carcel, da quattro lire che verrà allogata nella stanza coniugale, l’illuminazione non farà difetto. Aggiungi che le bugie del leggio del pianoforte si accenderanno pure quando si canterà qualche pezzo. In quanto alle scale, le consuete tenebre, di che queste godono i misteriosi vantaggi, riceveranno l’alto onore di un nicchietto acceso che verrà messo in un buco aperto ab antiquo appo l’uscio, e che serviva, ne’tempi avventuratissimi dei nostri antenati, per smorzarvi la fiaccola che un valletto officioso portava accesa di dietro al codino del padrone.

   Stabilite le cose per l’illuminazione, eccoti la gravissima faccenda delle acconciature femminili. A Carmela, la primogenita, manca la camicetta bianca; a Luisella mancano gli stivaletti; a Checchina manca niente meno che la veste, che sta in pegno presso una particolare.

   Si manda dalla comarella donna Bettina per la camicetta e per gli stivaletti. La camicetta arriva; ma è necessario lavarla e stirarla; vengono gli stivaletti; ma il piede di donna Bettina è due volte più grande di quello di Luisella, la quale non fa che piangere per tutta la santa giornata. In quanto alla vesta di Checchina, impegnata per 4 lire fin dalla passata stagione estiva, è un vero inferno in famiglia. Checchina, che è l’enfant gatèe della famiglia, non sente ragioni, e sbatte i piedi, e dà pugni alla mamma, e giura di gittarsi dal balcone se non ha la veste. Ma intanto, ci vogliono almeno otto lire per liberare la veste carcerata. Come si fa? In casa ci è appena una carta di dieci lire, colla quale bisogna provvedere pel pranzo e pei cerogeni e per ogni altra minuta spesa. Ma le mamme sono create apposta per secondare le voglie e i capricci delle figliuole: elleno sanno cavarsi da ogni difficile impaccio; e, quando si tratta di mettere in mostra le figlie, si cacciano nel fuoco e fanno miracoli. Ecco che la mamma si gitta addosso uno sciallo arabescato; si pone in testa una cuffia di cappello alla moda nel 1836, ed esce colla cartellina del pegno in saccoccia. Ella conosce la cocchiera in un vicolo contiguo alla strada Taverna Penta, e si fa dare pro manibus la sommetta di carlini ventiquattro, coll’obbligo di restituirne trenta in quattro mesi. Della detta somma di carlini 24, la signora deve rilasciare alla graziosa prestatrice un regalo di carlini tre, e carlini due pel tabacco alla vecchia mamma della cocchiera. La veste è spegnorata; e Nennella è tutta contenta.

   Durante la giornata, quella casa è in un subbuglio, in un inferno! Il pranzo va in ruina, e il gatto celebra il giovedì grasso: i ragazzi saltano su le sottane insaldate delle ragazze, e il cane trova comodissimo di andare a deporre un ruscelletto di ammoniaca animale in una di quelle campane di pezza. L’innamorato di Carmela non si parte da quella casa in tutta la giornata. I momenti sono propizi: la mamma non può badarci, e le sorelle lasciano fare. Il babbo borbotta, bestemmia, piglia tabacco, aggiusta i quadri, e bada alla illuminazione. Per la festa della sera, i ragazzi hanno fatto festa a scuola; e si trovano proprio nel loro centro in quella confusione; e rompono, lacerano, sporcano, si battono e si accappellano tra loro, e strillano e piangono e chiedono da mangiare ad ogni momento.

   Così passa la giornata, e vien la sera. Mutamento di scena! Tutto è all’ordine; e le tre pupe sono vestite e parate.  Oh come si vogliono sfrenare, ciascuna col suo damo!

   E noi vorremmo regalare a’nostri lettori la descrizione di questa festa da ballo; ma avremmo bisogno di almeno un buon volume di 400 pagine; epperò lasciamo alla loro fervida immaginazione la dipintura delle scene grottesche che accadono in simili balli.

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                               FRANCESCO MASTRIANI