COMMENTO

   È questo uno dei primi romanzi di Francesco Mastriani, fu pubblicato la prima volta in appendice nel 1854. Senz’altro il racconto è frutto della fantasia dello scrittore, ma in esso vengono citati personaggi veramente esistiti, come Micco Spadaro, al secolo Domenico Gargiulo, che è stato un pittore italiano di stile barocco, attivo in modo particolare a Napoli soprattutto per aver documentato i tumultuosi avvenimenti della Napoli del XVII secolo. Nel romanzo lo troviamo nei primi capitoli, da bambino, frequentatore di una scuola gestita da due personaggi ambigui. Parte del suo tempo libero lo trascorreva nel negozio del padre che aveva un’attività di spadaro, e voleva che suo figlio imparasse la sua arte, da qui l’agnome di Spadaro. Ma il bambino aveva il talento della pittura. Nel capitolo dedicato proprio a Micco, viene evidenziata l’ostinatezza del bambino a voler fare nella bottega del padre, disegni e caricature di personaggi che entravano nel negozio. E un giorno nella bottega entrò un nobile giovane spagnolo che dopo aver visto una tavola disegnata dal fanciullo disse al padre: Non vessate la voglia di questo ragazzo: voi avete un gioiello per figlio. Fatelo dipingere a suo talento, e un giorno forse andrete superbo di esser padre di Micco Lo Spadaro.[1] Quel nobile era il gran pittore Giuseppe de Ribera, detto Lo Spagnoletto. Lo ritroviamo poi alla fine del racconto quando il suo nome già risuonava con gloria in Napoli, dove condusse una vite nell’umile stato in cui la provvidenza lo aveva fatto nascere.

   Un altro personaggio sicuramente storico citato è Gennaro Barile il rosso, che fu uno dei popolani che figurarono nella gloriosa rivoluzione del 9 luglio 1647, seguace del celebre Masaniello, allorché il Reame di Napoli era governato dal viceré Duca d’Arcos.[2]

   Molte le digressione storiche riguardanti alcuni re Spagnoli, come Filippo III, che fu vittima dello stretto cerimoniale che vigeva in quell’epoca nella Spagna, e Carlo V che abdicò a favore del figlio che divenne Filippo II, e si ritirò in un convento, dove morì a 59 anni.[3]

   Altro personaggio storico citato nel libro è Don Pedro Giron, duca d’Ossuna che fu viceré di Napoli dal 21 agosto 1616 al 4 giugno 1620, quindi proprio nel periodo in cui si svolgono i fatti principali del romanzo; negli anni in cui governò il meridione d’Italia, si distinse per la lotta alla corruzione e alla delinquenza. Nel romanzo viene citato anche il progetto ambizioso del Duca di Ossuna per l’annessione di Venezia al regno spagnolo. E la caduta del duca influisce anche su alcuni personaggi del romanzo tra cui la Comare di Borgo Loreto che altri non è che Julia De Santal y Tarbea, Contessa di Florinas, che insieme al marito Conte di Florinas, sosteneva la politica del Duca d’Ossuna, per cui anche la Comare e il Conte Suo marito, subiscono le conseguenze della caduta in disgrazia del Viceré di Napoli, Duca d’Ossuna.[4]

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[1] Francesco Mastriani La comare di Borgo Loreto, Napoli, Stab. Tip. Cav. Gennaro Salvati, senza anno di pubblicazione. Parte Seconda, cap.I «Micco», pag. 40-

[2] Ivi, Parte Sesta, cap. V. «Riepilogo», pag. 265

[3] Ivi, Parte Quarta, cap. III. «Il Principe di Hermosatierra», pag. 160

[4] Ivi, Quinta, cap. VII. «I cinque spagnuoli», pp. 227-235