COMMENTI

   Decisamente un romanzo narrativo, dove il protagonista principale è l’amore.  L’intreccio principale è abbastanza semplice: due fratelli amano la stessa donna, Silvia, che alla fine sposa un terzo pretendente. Ma non mancano gli episodi proprio del romanzo gotico, con morti violente, elementi del soprannaturale, con chiaroveggenze e magnetismo animale. E il colpo di scena finale, e cioè il ritrovamento di un tesoro nella poltrona del diavolo.

   Anche in questo romanzo ci troviamo dei personaggi decisamente buoni come Adriano, e cattivi e cinici come suo fratello Guglielmo. Ma spicca su tutta l’avarizia del loro genitore Nicola, grazie alla quale riesce ad accumulare una ricchezza della quale ne usufruisce, grazie ad un caso di magnetismo animale, il personaggio buono del romanzo, e cioè Adriano: Bisogna sempre ricordarsi che l’avarizia è follia; e sarebbe un gran beneficio da render alla civil società quello di far rinchiudere ne’manicomi queste creature nocive che gittano si forti ostacoli alla libera circolazione dei capitali. [1] .

   Solita tematica a favore della povertà contro la ricchezza, a tal proposito viene citata in l’aforismo Aut fur aut filius furis: Se tu sei ricco, sei ladro o figlio di ladro; così parla il Sapiente de’Sapienti. E ladro estimiamo non solamente colui che s’impadronisce delle altrui sostanze, ma quegli eziandio che seppellisce le proprie a danno della giustizia e della carità. Non ci si dica, poterci essere dei ricchi probi e cristiani, dappoichè gli uomini probi e cristiani non possono e non vogliono essere ricchi. L’ONESTO LAVORO DÀ PANE MA NON RICCHEZZE. [2]

   Uno dei personaggi, Adriano è un pilotino di navigli per cui non mancano alcune digressioni sulla gente di mare: l’uomo di mare, il quale, avvezzo alla vita monotona, materiale, zimbello d’un onda, d’un vento d’uno scoglio, a nulla aspira fuori che soddisfare i momentanei bisogni del corpo ed a ricalcar la terra più vicina, che è sempre meta de’suoi immediati desideri. […] Quest’essere anfibio che la civiltà spigne a vivere sovra un’implacabile elemento, il mare [3]. Egli amava colla selvaggia energia dell’uom di mare, le cui passioni sono vaghe e infinite come l’oceano, [4]

   Una delle tematiche di Mastriani che troviamo in varie sue opere, è il destino o fato: La mano invisibile che gli sciocchi e i fatalisti chiamano destino, e che noi domandiamo la sapienza di Dio, menava questo sciagurato giovane nelle ugne del suo avvoltoio.[5]

   Anche il duello è una dei temi che Mastriani affronta sovente nei suoi romanzi, del quale è decisamente contrario: Il duello non è solo la più insigne follia della società, ma benanco una delle maggiori codardie un uomo possa commettere, accettando per viltà di animo il falso punto d’onore che il social pregiudizio gl’impone. [6]

   Mancano del tutto i riferimenti storici.

                                                                    ROSARIO MASTRIANI

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[1] Francesco Mastriani, La poltrona del diavolo, Napoli, Stab. Tip. Cav. Gennaro Salvati, senza anno di pubblicazione, Parte Terza, cap. III «Come di diventa ricco», pag. 144

[2] Ibidem, pag. 145

[3] Ivi, Parte Seconda, cap. X. «Il viaggio», pag. 97

[4] Ivi, Parte Terza, cap. IV. «Amore», pag. 148

[5] Ivi, Parte Terza, cap. VII. «Il barone Adolph», pag. 171

[6] Ivi, Parte Terza, cap. XI. «La fine di un dramma», pag. 203

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   La data di pubblicazione della Poltrona del diavolo, 1859, e l’indifferenza dell’autore, vera o presunta, comunque ostentata, per la situazione socio-politica del tempo (stato di polizia, regime repressivo, sommosse, carboneria, morte di Ferdinando II, il 22 maggio, e ascesa al trono delle Due Sicilie di Francesco II) ci fanno ricordare il suo primo romanzo, Sotto altro cielo (pubblicato in una data ancora più significativa, il 1848) in cui mai si parlava di rivoluzione, di barricate o simili eventi e immagini del tempo. Di tali argomenti Mastriani comincerà a scrivere più in là, ne I vermi (1863) quando saranno ormai non più attuali, ma storicizzati, incastonati in una nuova e indiscussa (o forse indiscutibile) visione dello Stato, del nuovo regno, della nuova Italia.

   Ricordiamo anche che proprio nel 1859, per gli sponsali del principe ereditario Francesco con Maria Sofia di Baviera, Mastriani partecipa a una pubblicazione in lode della dinastia borbonica napoletana. E ricordiamo inoltre che a un noto dirigente del servizio di polizia, Luigi Aiossa, è dedicato il romanzo epistolare Acaja che esce a stampa in volume nel gennaio dell’anno fatidico 1860. Si conferma, insomma, che Mastriani con i borboni non ci stava poi tanto male e che veramente traumatico dev’essere stato il ritrovarsi a vivere “sotto stesso cielo sotto altro re”.

   Il titolo del romanzo è spiegato nel capitolo quarto (di 16) della parte seconda (di 4):

   Quando, dopo molti anni, la prima anima viva, estranea alla famiglia, fu entrata in quella stanza ed ebbe veduta quella poltrona, su cui nelle masse di ombra si perdea la melensa sparuta persona dell’avaro, non potea far di meno, uscendo, di andar strombazzando pei vicini, aver lui visto il diavolo in persona sdraiato sulla sua nera poltrona [1].

   Nonostante il titolo, comunque, così fortemente connotato, il romanzo non è solo una anatomy dell’avarizia e degli annessi e connessi, individuali e sociali del vizio capitale, e anche, ricordando le forms of fiction di Northrop Frye cui abbiamo fatto costante riferimento, novel, e cioè romanzo vero e proprio con tanto di caratterizzazione psicologica dei personaggi e di descrizione accurata del loro ambiente sociale. Tratti di romance, infine, non mancano e si possono scorgere nella figurazione eroica del fratello moro Adriano, che trionfa in maniera plateale, letteralmente principesca sull’avarizia del padre cui si è aperta la porta dell’inferno.

   Come già notato a proposito di Sotto altro cielo, il tema dei due fratelli (gemelli nel primo romanzo e quasi coetanei in questo, figli di madre diverse) indica nell’autore un’attenzione particolare e costante alla questione dell’ereditarietà dei caratteri, somatici e, soprattutto, morali. Ecco un passo del romanzo in cui tale attenzione è evidenziata, mentre la vistosa differenza fra i caratteri dei due fratelli è altrimenti spiegata  se non come «singolar capriccio della stessa natura» [2]:

   Guglielmo aveva all’incirca un anno e mezzo su Adriano. La natura aveva messo nelle fattezze e nell’indole di questi due fanciulli tal diversità che per forza ingenerar dove a tra loro somma opposizione e antipatia. Ma, per singolar capriccio della stessa natura, Guglielmo nato da madre napolitana buona, dolce e pia, aveva sortito un’indole malvagia e proterva; Adriano, nato da madre giavanese, invida, collerica e crudele, mostrava un naturale generoso, condiscendente, amorevole […] A così fatte avverse disposizioni de’loro animi, questi due fratelli aggiungeano pure la diversità delle loro esterne fattezze chè l’uno (Guglielmo) era di statura svelta ed elegante; e l’altro (Adriano) avea forme grossolane e selvatiche, capei ricciuti e neri come quelli de’mori, occhi di demone e sorriso d’angelo [3].

   I due fratelli sono innamorati della stessa donna, Silvia van Roskovo, bionda bellezza nordica che è invece innamorata di se stessa, come nota un altro personaggio, Gisa/Marta, mora bellezza tropicale innamorata di Adriano. Ce n’è abbastanza per costruire un intreccio interessante e, anzi, avvincente per i lettori del tempo, desiderosi di qualche distrazione dalle angustie dello stato di polizia del tempo. Ma non solo di questo vive il romanzo chè, anzi, a proposito di distrazioni, è ricchissimo di descrizioni di oggetti e paesaggi esotici, per trovare i quali Mastriani fa navigare Adriano, il fratello buono, intorno al mondo promuovendolo anche da mozzo a pilotino”.

   Ricordo che un critico di buona fama non molti anni fa sul tema marittimo nella letteratura italiana se ne uscì con una dichiarazione perentoria del tipo, l’Italia non ha letteratura di maree, quasi a riprova della vistosa assenza, portava come misera eccezione uno scipitissimo stornello di Carducci, Fior tricolore. Certo è che questo critico non conosce(va) l’opera di Mastriani, altrimenti si sarebbe ricordato della Poltrona del diavolo, del Barcaiuolo d’Amalfi e del suo seguito Maddalena, la figlia adottiva, come anche del Figlio del mare e di Giosuè il marinaio di Pozzuoli. Ma tant’è, Mastriani è stato ed è tuttora ignorato dai letterati di professione.

   Degno di nota in questo romanzo è senz’altro l’atteggiamento moderno di massima apertura al diverso con spirito egalitario, antirazzista e protofemminista (come meglio, comunque, si vede nelle Ombre). Ecco, a proposito, un passo significativo:

   Certamente la bellezza, nel suo tipo ideale, è perfezione di forme, armonia di parte, arcana corrispondenza di linee; e né noi sapremmo intendere il perché le donne di cute bianca abbiano ad avere lo esclusivo privilegio della bellezza e quelle nate sotto i tropici e al di là della linea esser debbano né più né meno che animali di sesso femmineo poco dissimili dalle bertucce e dagli orangotanghi. Iddio ha dato a tutte le sue umane creature la ragione ed il cuore, con essi la maggiore o minore perfezione delle esterne fattezze; facendo sì che la vivezza delle mente e la bontà del cuore si riflettano in su i sembianti del volto e v’imprimano più o meno caratteri avvenenti e simpatici. Europee, avete voi l’idea e potreste mai formarvela della indefinibile espressione degli occhi trasparenti d’una vergine mora? [4].

   Questo nulla toglie, comunque, al fascino dell’esotico che si esprime anche in toni e immagini del mistero e dell’orrido. Come nel caso del malthus, un composto di foglie di una pianta dell’isola di Giava che ha il potere di estendere la vita del morituro o addirittura, di riportare alla vita per qualche ora chi è appena spirato. È ovvio qui il ricordo dell’upas, il terribile veleno vegetale, sempre dell’isola di Giava, che tanta parte ha avuto nel Mio cadavere. Tinte gotiche colorano varie pagine del romanzo, come nella elaborata descrizione delle allucinazioni dell’avaro nel corso della sua prolungata agonia, e del suo apparente risveglio della morte, con l’orrido roteare delle pupille, per effetto del malthus.

   Sebbene queste descrizioni costituiscano parti isolate del romanzo, il cui fulcro rimane il triangolo familiare composto dall’avaro e dai suoi due figli, esse concorrono a dare spessore alla narrazione e complessità retorica al romanzo, oltre che, naturalmente, amenità di lettura ai sempre più numerosi e fedeli ammiratori dell’autore.

                                                                                        FRANCESCO GUARDIANI

 

[1] Francesco Mastriani, La poltrona del diavolo, Napoli. Stab. Tip. av. Gennaro Salvati, p.62

[2] Ivi, p. 58

[3] Ivi, p. 58

[4] Ivi, p. 35