COMMENTO

   L’intreccio del romanzo è abbastanza limitato e ruota attorno a due protagonisti principali: il medico Ugo Fulvi, bello e ricco quanto abile scienziato, e la brutta Cecilia, giovane gobba e rachitica.

   Una storia d’amore, in quanto del medico sono innamorate sia Cecilia che Amalia, una nobildonna siciliana.

   Alla vicenda amorosa va ad aggiungersi un’altra di motivi d’interesse, in quanto c’è un personaggio, la nobile Patrizia, matrigna di Cecilia, che spinta dalla Compagnia di Gesù, vuole appropriarsi di un retaggio destinato alla gobba.

    Come in tanti romanzi di Mastriani, anche il presente si conclude a lieto fine, con il premio per i buoni, in questo caso la brutta Cecilia, che alla fine riesce a coronare il suo sogno d’amore andando in sposa al medico Fulvi; e il castigo per alcuni protagonisti malvagi.

   Senz’altro il racconto narrativo, è frutto della fantasia di Mastriani, ma vengono citati due personaggi realmente esistiti: il terribile direttore di polizia Peccheneda e un suo sgherro particolare, il commessario Giuseppe Campagna, il quale voleva arrestare il medico: «Il dottor Fulvi rispose a questa ingiunzione consegnando un famoso calcio ne’ lombi del feroce che si era slanciato per agguantarlo»[1].  Ma nel prosieguo del romanzo il feroce riesce a far imprigionare il medico, che però ci rimane solo pochi giorni in quanto è suddito inglese: «imperocchè l’Inghilterra era in quel tempo l’incubo della polizia napoletana» [2].

   In un capitolo dell’opera, l’autore affronta il tema della deformità, e in particolare quando vengono colpite le donne «La deformità è uno dei grandi segreti di Dio, de’ quali non è dato alla umana mente indagare le impenetrabili ragioni. Perché un’anima calda di gentili amori, è dannata alla prigionia di un corpo conformato a controsenso della matura e che respinge ogni luce di affetto?». [3]

   Cecilia sa di essere brutta, ma la sua crisi avviene nel momento in cui scopre di amare il dottor Fulvi, ed è consapevole che non potrà mai essere sua, e dopo essersi guardata nello specchio: «esclama come uscita da senno ‒ Gobba!… io sono gobba e rachitica… maledetto, maledetto!  E, dato piglio d’ un candeliere ch’era su la tavoletta di acconciatura, il vibra con ira contro il cristallo dello specchio che cade in frantumi». [4]

   Un’altra protagonista del romanzo, e che pure ama il medico Fulvi, sposata con un uomo per interessi, viene colpita da un male le cui «sofferenze sfuggono all’occhio superficiale della scienza […] perché una donna giovane e ben conformata possa vivere nelle condizioni normali della sanità è d’uopo che, oltre dell’azoto e dell’ossigeno, ella ritrovi un altro elemento nell’aria atmosferica che ella respira; e questo terzo elemento è l’amore » [5] […] «il male da cui era travagliata la principessa di Colleverde era la mancanza d’amore nell’atmosfera della sua vita». [6]

   Per ciò che concerne i matrimoni, l’autore né da un concetto già espresso in altri romanzi « per la  donna il matrimonio è l’ultimo scopo e l’uomo è il mezzo di conseguire questo scopo; mentre per l’uomo al contrario, la donna individuo è lo scopo e il matrimonio è il mezzo» [7].

   «Gli uomini hanno inventato l’atroce sentenza che il matrimonio è la tomba dell’amore; e per noi altre misere creature invece il matrimonio è la culla dell’amore» [8].

  Anche sul duello il pensiero di Mastriani è chiaro ed espresso anche in altri numerosi suoi lavori: «Non è già vile chi rifiuta un duello, ma bensì chi lo accetta o lo provoca […] Vile è chiunque fa una cosa per paura. Perché si accetta o provoca un duello? Per paura della così detta pubblica opinione. La società non vuole spadaccini, ma cittadini probi ed onesti» [9]

   Francesco Mastriani venne definito da Giovanni Bovio l’educatore del popolo, e in quasi tutti i suoi romanzi, questa definizione avuta dopo la sua morte, non manca di essere confermata. Egli cercò nei suoi lavori di inculcare nei suoi lettori semi di onestà e virtuosismo, tali da avvalorare una frase di Bruto citata nel presente libro «La virtù non è dunque un nome vano sulla terra!».[10]

.

[1] FRANCESCO MASTRIANI, La brutta, Napoli, Luigi Gargiulo, 1867, Vol. I. cap. I. «Il dottor Fulvi», pag. 11.

[2] Ibidem, pag. 12.

[3] Ibidem, vol. II. cap. I. «Cecilia», pag. 5.

[4] Ibidem, vol. III. cap. III. «Paragone», pag. 49.

[5] Ibidem, vol. II. cap. IV. «Il sudor freddo», pag. 98.

[6] Ibidem, pag. 104.

[7] Ibidem, vol. III. cap. IV «Il medico e l’amante», pag. 56.

[8] Ibidem, vol. II. cap. V. «Misteri di un cuore di donna», Pag. 118.

[9] Ibidem, vol. IV. Cap. III «La moriente», pag. 66.

[10] Ibidem, vol. IV. Cap. II «Lo scambio», pag. 53.