COMMENTI

   Questo romanzo da più critici, è considerato il capolavoro di Francesco Mastriani. Infatti è stato il romanzo che ha avuto più ristampe, l’ultima delle quali nel 2009. Ma oltre alle tante ristampe, ci sono state anche diverse riduzioni teatrali e cinematografiche, ed ha avuto anche delle traduzioni in spagnolo, ceco e tedesco.

   L’editore Dario Rossi di Genova lo pubblicò nel 1852, senza chiederne l’autorizzazione all’autore, e questa fu una delle tante ingiustizie editoriali che subì Francesco Mastriani nel corso della sua vita. Chissà se lo avrebbe immaginato che questo suo romanzo sarebbe stato ristampato all’inizio del terzo millennio.

   In una pubblicazione della Lucchi di Milano, nella sua prefazione, l’editore scrive: «Questa edizione dei romanzi di Francesco Mastriani è stata ritoccata nella forma per quel minimo che era richiesto e diremmo imposto dal gusto del lettore moderno. Si sa che il fantasioso, efficace e a volte potente romanziere napoletano aveva uno stile e una lingua già arretrati su quelli del suo tempo: caso stranissimo, di romanzi popolari con intenzioni romantico-veriste, una lingua arcaica e qua e là con pretese classiche addirittura». [1]

   Può anche darsi che il romanzo Mastriani lo scrisse con un suo linguaggio particolare, arcaico già per i suoi tempi; di certo che il piacere che si prova nel leggere l’edizione originale del 1851, non la si ritrova nelle svariate edizioni novecentesche, spesso manipolate e ridotte (Bietti, Milano 1914; Barion, Milano 1925; Bideri, Napoli 1933; Lucchi, Milano 1954; Edizioni Paoline, Vicenza 1955).

   Nella prefazione che Riccardo Reim, fece di questo romanzo per l’editore Avagliano, si legge: «le descrizioni dei personaggi e dei luoghi cominciano ad essere vive e vere, Napoli è osservata con occhi più attenti, desiderosi di non fermarsi alla superficie delle cose».[2]

   «In quel laberinto d’infiniti viottoli, ronchi e stradelle non più larghe d’un distender di braccia, da’cento barbari nomi, vestigia funeste di straniera gente, attraversando le quali si ha sempre una certa sospensione di animo, come quando si visita una carcere o un ospedale; in quell’ammasso di luride e nere case ammucchiate le une sulle altre, e raramente allegrate dalla luce del sole; in quei quartieri, dove l’occhio e il pensiero dell’opulenza penetrano di rado, e che pur raccolgono nelle loro umide pareti oneste famiglie di giornalieri di bassa mano; in quella rete  insomma di popolati chiassuoli antichi onde compongosi i quartieri del Mercato, del Pendino e del Mandracchio, e con un solo generico nome soglionsi addimandare la Vecchia Napoli, giace un vicoletto, o meglio un bugigattolo, uno di que’mille che destano una specie di paura in petto allo stesso Napoletano che per la prima volta va a visitarli. questo vicoletto, malaugurato e fetido, porta il nome di Vico Chiavetta al Pendino»[3]

   «È l’apertura del romanzo dove Mastriani si mette alla prova, saggia le proprie capacità d’indagine sociale: sperimenta, indaga, annota…»[4]

   Cosa che farà in particolar modo nei romanzi della trilogia socialista (I VermiLe OmbreI misteri di Napoli).

                                             ROSARIO MASTRIANI 

.

.[1] Francesco Mastriani, La cieca di Sorrento, Lucchi, Milano, 1946, «Prefazione dell’editore», pag. 3.

[2] Francesco Mastriani, La cieca di Sorrento, Roma, Avagliano, 2009, «Francesco Mastriani. Le plus notable feuitelloniste d’Italie», di Riccardo Reim. pag. 15.

[3] Ibidem, pag. 15.

[4] Ibidem, pag. 16.

.

⁂⁂⁂

.

   Siamo all’altezza del 1851, Mastriani ha già pubblicato nel ’48 il suo primo romanzo, Sotto altro cielo. Ora, se lì l’assenza di problematiche questioni sociali poteva essere ascritta alla sovrapposizione cronologica della scrittura assorta del romanzo stesso con lo sviluppo drammatico di eventi rivoluzionari (dalla concessione della Costituzione il 10 febbraio di quell’anno fino all’apertura del nuovo Parlamento, ovvero alle barricate del 15 maggio) certamente questa giustificazione non può valere per La cieca di Sorrento di tre anni dopo.

   Mastriani, per capirci, non è affatto socialista, e con i Borboni non ci sta male. Questo dato di fatto non è da vedersi come titolo di merito né come difetto. La tranquilla convivenza di Mastriani con il regime di Ferdinando II dopo il ’48 va ricordata e deve far riflettere non solo sull’ epistemologia dei romanzi dell’ultimo decennio borbonico, ma anche su quella dei successivi. In particolare, c’è da riflettere sulla natura del suo presunto “socialismo” degli anni Sessanta Settanta: un socialismo assolutamente non allineato a sentimenti risorgimentali, ma generato da un’autentica indignata reazione a condizioni sociali comune nel nuovo regime piemontese-italiano.

   All’altezza del 1851, dunque, il meglio che Mastriani avesse da offrire era la visione di un tranquillo e stabile mondo napoletano dominato da un’aristocrazia benevola e illuminata, riverita, se non addirittura amata dai suoi sudditi. La quale aristocrazia, comunque, pur essendo espressione di un regime assolutistico, lasciava spazio all’arrampicatore sociale talentuoso e volenteroso come Gaetano Pisani, sebbene ne permettesse (o, anzi, ne incoraggiasse) l’esodo. Al giovane medico di bell’ingegno della Cieca di Sorrento, corrisponde l’aspirante sindacalista Paolo Onesimo al termine dei Misteri di Napoli, anche lui rivolto alla moderna, giusta e nobile Inghilterra.

   La cieca di Sorrento è il romanzo più famoso di Francesco Mastriani. Esso è il romanzo della piccola e media borghesia che aspira a prendere il posto della declinante aristocrazia. La borghesia, soprattutto quella più ambiziosa, legge e trova qui descritto il mondo a cui aspira, dalle residenze regali agli abiti principeschi, dai cibi raffinati ai modi garbati, dalle feste garbate ai viaggi per diporto.

   Sotto altro cielo è un romanzo più denso da un punto di vista socio-antropologico. Il problema di fondo in Mastriani, in genere, è costituito dalla ereditarietà dei caratteri, psicologici e morali prima che somatici, e ciò risulta con ben altro spessore nel primo romanzo.

   Da notare, infine, nella Cieca di Sorrento: la contraddizione relativa all’anello nuziale e l’ingenuità di giudizio nella descrizione del personaggio di Geltrude. A proposito dell’anello nuziale, che è parte della rapina di Nunzio Pisani e Tommaso Basileo, si ricorderà che Gaetano/Oliviero intende consegnarlo al legittimo proprietario, e che, anzi, questo suo desiderio lo stimola ad accettare la proposta di viaggio che gli fa il Franconi per conto di Rionero. Ebbene, Gaetano/Oliviero non solo non fa alcun tentativo per rintracciare il proprietario delle gioie rubate, ma addirittura ne sceglie una per regalo alla sua giovane sposa. Per quel che riguarda la descrizione del personaggio di Geltrude, l’ “ingenuità” di giudizio consiste nell’associare e bilanciare il senso della vista con il senso della ricchezza… ma lasciamo parlare il testo:

   Non sì tosto per la prima volta, la figliuola di Rionero ebbe udita la voce di Geltrude, la estimò di un cuore generoso, eccellente e devoto e prese a ben volerla tanto che ella medesima ne gioiva e si era fatta meno triste. Sembrava a Beatrice che, siccome a lei mancava un senso, anche in quella donna fosse difetto di un senso, il senso dei ricchi, e però la disparità era scomparsa tra loro, Beatrice suppliva a Geltrude in quello che le mancava d’agiatezza, e costei suppliva a lei nel senso della vista [1].

   Ovviamente questa non è la voce, o il pensiero, del narratore o dello scrittore. È il personaggio di Beatrice che mette i due sensi allo stesso livello. Ma pure, perché sminuire in maniera così plateale il fascino angelico del personaggio principale del romanzo che tanto dolce e sensibile ci è apparso fino a quel punto?

                                                                                         FRANCESCO GUARDIANI

  

[1] Francesco Mastriani, La cieca di Sorrento, Napoli , Tipografia dell’Omnibus, 1851, vol. I. p.82.