LO SCRITTORE CHE INVENTÒ IL GIALLO E MORÌ POVERO E CIECO

DOVE BATTE IL CUORE DI PARTENOPE

   «l’Uovo di Virgilio» – I Luoghi della memoria, la memoria dei luoghi», è un lungo viaggio, a cura di Vittorio Del Tufo, nei miti e nelle leggende (di ieri e di oggi) di Napoli, nel cuore magico della città, nelle sue storie segrete o dimenticate. La nuova puntata è dedicata al grande scrittore Francesco Mastriani e ai suoi luoghi napoletani. Autore tra i più prolifici, “forzato” della penna, eternamente in fuga dai padroni di casa e dagli usurai, affrontò nei suoi romanzi il dramma della povertà e dell’emarginazione e gettò le basi per la nascita del verismo in Italia. Il titolo I misteri di Napoli riecheggia I misteri di Parigi di Eugène Sue, mentre di grande importanza storica è Il mio cadavere, considerato il primo romanzo noir scritto in Italia.

 

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LO SCRITTORE DEL POPOLO CHE INVENTÒ  IL GIALLO E MORÌ  POVERO E CIECO

   I luoghi, e i fantasmi, di Francesco Mastriani tra gli autori più prolifici dell’800. Scrutò gli “abissi” della città e cambiò decine di case, sempre inseguito dagli usurai. Dal Mercato alle ombre del Mandracchio, tra viottoli e “stradelle” dai cento barbari nomi. Quegli operai convocati per il suo funerale. Con «Il mio cadavere» nacque il genere noir.

   «Il basso popolo ebbe sempre una gran ripugnanza per tutto ciò che è emanazione del governo: è un istinto irragionato, se non sempre irragionevole, di repulsione, che trova la sua esplicazione nell’odio naturale dei servi contro gli oppressori» (Francesco Mastriani).

 

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   Lo chiamavano narratore del popolo, perché del popolo raccontava la miseria e gli affanni, gli sfinimenti e gli abissi, e ogni volta che c’era da affondare le mani nel fango, nella melma, nella putredine urbana lui le affondava, facendosi portavoce degli ultimi e dei derelitti. Il popolo era quello napoletano e il narratore era Francesco Mastriani, di cui tre anni fa ricorreva il bicentenario della nascita. Tra gli scrittori napoletani più prolifici e popolari dell’Ottocento – ha dato alle stampe 105 romanzi e 263 tra novelle e racconti – Mastriani è stato anche l’autore del primo giallo scritto in Italia, Il mio cadavere, ripubblicato recentemente dall’editore Alessandro Polidoro (l’editore Guida ha pubblicato invece numerosi inediti del grande scrittore napoletano, raccogliendoli in volume).

   È opinione diffusa che Napoli, con Francesco Mastriani, sia stata più matrigna che madre. Di certo l’autore di La cieca di Sorrento, I misteri di Napoli e La jena delle Fontanelle rimase ai margini dei salotti culturali, dei circoli e delle elite letterarie, e soprattutto nei primi anni di attività le sue opere furono guardate con sospetto dalla censura borbonica. Eppure Mastriani riuscì per sua e nostra fortuna a volare oltre i recinti nei quali la società letteraria del tempo tentò di rinchiuderlo. Fu un padre nobile del genere giallo, ma gettò anche le basi per la nascita del verismo – ebbe a modello l’opera di Eugène Sue, l’autore de I misteri di Parigi, e prese spunto anche dalle cronache parigine di Balzac – e contribuì alla nascita del meridionalismo. «L’Uovo di Virgilio» è andato alla ricerca dei suoi luoghi. E dei suoi fantasmi.

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   Si calcola, ma è difficile tenere il conto esatto, che Mastriani abbia cambiato nel corso della sua vita almeno venti case. Era sempre in fuga dagli usurai e dai padroni di casa, che lo inseguivano in ogni luogo. E lui in ogni luogo ha vissuto: ai Quartieri Spagnoli, alla Sanità, a Materdei, all’Infrescata e a Capodimonte, sempre in affitto, sempre con le valigie pronte. Era nato nel 1819 da una famiglia borghese, in via Concezione a Montecalvario 52, e a sei anni già divorava i classici francesi e spagnoli che saccheggiava dalla biblioteca del suo maestro, Raffaele Farina. A diciotto anni, dopo la morte della madre (Teresa Cava) trovò impiego presso la Società Industriale Partenopea e si iscrisse alla facoltà di Medicina, ma dopo qualche anno interruppe gli studi per concentrarsi sull’attività giornalistica. Lasciò Montecalvario nel 1842, per trasferirsi con i fratelli alla Salita Infrescata (oggi via Salvator Rosa) 271. Poi ha inizio la girandola di traslochi: dapprima a Salita Pontecorvo 54 con la donna divenuta nel frattempo sua moglie, Concetta; poi nella strada Teatro Nuovo 54 e di nuovo alla Salita Pontecorvo (una strada che esercitò sempre sullo scrittore un forte richiamo, vi sarebbe ritornato più volte). E ancora Santa Teresella ai Quartieri Spagnoli, via San Mandato, Vico Nocelle, Salita Tarsia, Tondo di Capodimonte, Salita Scudillo. Il sipario sulla sua vita calò in via Penninata San Gennaro dei Poveri n°29, dove morì mezzo cieco e indebitato il 6 gennaio 1891, dimenticato sia dai giornali che avevano pubblicato i suoi racconti sia dalle case editrici che per tanti anni lo avevano sfruttato, facendo di lui, come si disse nei giorni della sua morte, un «forzato della penna».

   Così scrisse Matilde Serao nell’articolo commemorativo comparso sul «Corriere di Napoli» all’indomani della scomparsa dell’autore: «Questo povero vecchio che si è spento oscuramente, carico di anni e di dolori, affranto da un duro e incessante lavoro che gli lesinava il pane, tormentato da un’invincibile miseria, non soccorso dalla fredda speculazione giornalistica che lo ha tanto sfruttato, soccorso dalla segreta pietà di poche anime buone, questo martire della penna era, veramente, fra i più forti e più efficaci nostri romanzieri».

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   Anche il romanzo che ha inaugurato il genere noir in Italia – Il mio cadavere – è ambientato a Napoli, e più esattamente nella Napoli del 1826; le voci «di donne e di fanciulli» e il pianto «che parea di disperazione» proiettano immediatamente il lettore davanti a un «povero, diruto abituro» di via Santa Maria degli Angeli alle Croci, a ridosso del Real Albergo dei Poveri. Occhio alle date: Il mio cadavere vede la luce nel 1851; dieci anni prima, nel 1841, aveva fatto la sua comparsa il primo racconto poliziesco della storia della letteratura: I delitti della rue Morgue, di Edgar Allan Poe, ambientato a Parigi. Con Poe irrompe sulla scena il personaggio del detective criminologo Auguste Dupin, antesignano della nutrita schiera di investigatori “deduttivi” che vedrà in Sherlock Holmes e Hercule Poirot i suoi campioni più rappresentativi. A differenza della rue Morgue – che non esiste – i vicoli dove Mastriani ambienta i suoi romanzi sono riconoscibilissimi: la topografia dei luoghi, tra angoli putridi e bui, come quella dell’anima, è sempre esatta. 

   Ne La cieca di Sorrento, forse il titolo più famoso di Mastriani, l’autore ci conduce, sin dalle prime pagine, in quel «vicoletto storto, malaugurato e fetido che porta il nome di vico Chiavettieri al Pendino». Siamo in un «labirinto d’infiniti viottoli, ronchi e stradelle non più larghe d’un distender di braccia, dai cento barbari nomi, vestigia funeste di straniera gente, attraversando le quali si ha sempre una certa sospensione di animo, come quando si visita un carcere o un ospedale». La descrizione del luogo dove abita il protagonista, Gaetano Pisani, non sembra offrire molte possibilità di redenzione: «In quell’ammasso di luride e nere case ammucchiate le une sulle altre, e così poco rallegrate dalla luce del sole; in quei quartieri, dove l’occhio e il pensiero dell’opulenza penetrano di rado, e che pur raccolgono nelle loro umide pareti, oneste famiglie di operai, in quella rete, insomma, di popolati chiassuoli antichi, di cui si compongono i quartieri del Mercato, del Pendino e del Mandracchio, e che con un solo e generico nome si dicono la vecchia Napoli, giace un vicoletto, o meglio un bugigattolo, uno di quei mille che destano una specie di paura allo stesso napoletano che per la prima volta va a visitarli…».

 

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   Il padre nobile del giallo napoletano definiva “studi” i suoi romanzi dal forte contenuto sociale. I vermi e I misteri di Napoli hanno come sottotitoli, rispettivamente, «Studi storici su le classi pericolose in Napoli» e «Studi storico-sociali». Attingeva continuamente dalla cronaca, dalla vita vissuta, i materiali per i suoi racconti; fantasia e realtà, nei suoi romanzi, viaggiavano di pari passo. Per Benedetto Croce, Mastriani appariva agli occhi del popolo napoletano, soprattutto delle classi subalterne, come il suo «filosofo, educatore, consigliere e vindice». Nei suoi racconti, scrisse Croce, si sente «vivo sdegno contro gli oppressori e pietà per le vittime; ma nessuna adulazione verso il popolo, presentato com’è nella sua rozzezza e ignoranza e, spesso, nella sua abbiezza e perversità».

   Quando morì, ad accompagnare il feretro c’erano tantissimi operai. Li aveva radunati Ferdinando Nappa, presidente del Fascio Operaio delle Associazioni Indipendenti di Napoli. Nei manifesti affissi in città si leggeva: «Operai. È dovere per voi rendere tributo a Francesco Mastriani con accompagnarne il cadavere sino alla sepoltura. È morto un lavoratore, cui l’opera onesta della mente non diede il pane per la vita, come a noi non lo dà l’opera assidua delle braccia».

                                                                                                   VITTORIO DEL TUFO