POSTFAZIONE

   Noi, discendenti diretti dello scrittore partenopeo Francesco Mastriani, Emilio e Rosario, autori del presente commento, dopo approfondite letture e studi sul contenuto della maggior parte dei suoi romanzi, già da alcun anni ci eravamo convinti come l’autore fosse da intendere, inconfutabilmente come: «Il Verista per eccellenza della realtà napoletana»

  Il presente romanzo, come del resto molti altri, ce ne da una ulteriore conferma. In questa narrazione vengono descritti dal vero, alcuni mestieri popolari come quelli dei muzzonari e dei saponari, forse unici, nello scenario nazionale dell’epoca.

   «Il cenciaiuolo, è quell’umile industrioso che va con una cesta sospesa al braccio raccogliendo per le vie della città, le pezze vecchie, in cambio delle quali egli dà qualche pastorello di creta, qualche fischietto, un piccolo tegamino, una manciata di lupini e via dicendo. Questi premii ben vero egli dà alle persone che gli porgono i brandelli di roba vecchia.

   «Ma il cenciaiuolo non si ha da confondere col saponaro, che ha bottega, e che per conseguenza esercita una industria più elevata.

   «Il saponaro o il rivendugliolo compra e vende son solamente abiti vecchi, camice, vesti, lenzuola e simili, ma eziandio mobili, stoviglie, ferramenti, utensili da cucina, e fin’anco (e questa è l’aristocrazia del genere) mobili da salotto, come specchi, poltroncine, divanetti, lampade, e simili cose (cap. XVI. Sabatella la saponara, p. 159) […] Sembra incredibile come con ricogliere per le vie della città quei brandelli che andrebbero perduti nei rigagnoli e nel fango, si possa giugnere a formarsi una sostanza considerabile da metter su ville e palagi. E pure non sono rari questi esempi di ricchezze accumulate su i luridi cenci che si gittano via come inutili ingombri (cap. XVI. Sabatella la saponara, pag. 159)».

   E con il personaggio della saponara Sabatella, Mastriani affronta la piaga dell’usura: «Con qualche centinaretto di piastre che la Sabatella era riuscita a porre in serbo nel salvadanaio, cominciò ad esercitare il lucroso mestiero di prestare ad usura i carlinelli.

   «E questa via spunta sempre. Oh quante colossali fortune non riconoscono altra origine che questa. Andate un poco a scavare nelle fondamenta del lusso, e troverete sempre il piccolo prestadenari che divenne poscia strozzino e quindi usuraio su larga scala.

   «I palagi e le ville sono costruiti sull’usura, il gran Dio della odierna società; e se voi spezzate una pietra si questi sontuosi edificii, ne spicca il sangue del povero, come dalla moneta di San Francesco da Paola (cap. XVI. Sabatella la saponara, pag. 158)».

   In questo romanzo l’autore cita anche altri mestieri inusuali e spettacolari come quello del cantastorie: «Chi scrive queste pagine ebbe l’onore di assistere un giorno alla lettura o meglio alla declamazione e spiegazione della sua Cieca di Sorrento fatta da uno di quei cantastorie. In vero, l’ autore non ebbe a lagnarsi della spiegazione del suo romanzo fatta da quel declamatore, che ad ogni tratto avvalorava il racconto e teneva desto l’interesse del suo pubblico, esclamando: Sentite! Sentite! Come gli oratori inglesi sono frequentemente interrotti dalle esclamazioni: Hear! hear! (Udite! udite!) (cap. XVIII.  Il Molo nel 1830, p. 176)»

   Altro personaggio interessante era il franfelliccaro: «Un tizio che aveva dinanzi a se un tavolo, ad un bordo del quale era un palo uncinato. Sull’ uncino gettava il lazzarone una specie di matassa fatta con pasta di miele, la quale egli andava stendendolo così da farla allungare il più possibile. E i guitti e scalzi guagliuni assiepati intorno al tavolo guardavano l’opera del franfelliccaro e aspettavano, con l’acquolina in bocca, che quella bionda matassa di paste e miele venisse sminuzzata dal suo fattore in tanti piccoli pezzi scanalati e sodi, a’ quali il volgo di Napoli dava il nome di franfellicchi (cap. XVII. Il Molo nel 1831,  p. 175) ».

   Tra tutti i mestieri che il popolo napoletano inventava e praticava, il più lugubre in assoluto, era però il baciliere: «Erano chiamati bacilieri quegl’inservienti dell’ospedale i quali avevano il bello ufficio di apprestare i cadaveri per le lezioni di anatomia. Era una industria abbastanza lucrosa, ma solo nello inverno, atteso che nella estiva stagione le sale anatomiche erano chiuse. Il prezzo di ciascun pezzo, ovvero cadavere, era stabilito in due carlini il pezzo maschile e 18 grani il femmineo. Povere donne! Anche morte valevano meno dei maschi (cap. II.  I cinque piani,  pag. 14)».

   «Bisogna avere rinunziato ad ogni umano sentimento per vendere la carne umana al macello delle sale anatomiche.

   «Egli è pur vero che questo macello è molto richiesto dai bisogni della scienza, ma non è meno deplorevole cosa che il corpo di un infelice, non appena morto in un ospedale, venga gittato su un marmo anatomico e dilaniato dal coltello di uno scienziato (cap. III. Il baciliere Barbone, pag. 21)».

  Nel capitolo «Napoli di notte», viene spiegato in modo abbastanza dettagliato il mestiere di muzzonaro: «Tutte le grandi città in ispecial modo le meridionali e con particolarità la nostra Napoli, presentano caratteri speciali nelle ore notturne; quando piglia riposo la vita della onesta industria e del lavoro.[…] Dalla mezzanotte, dopo che la campana di San Martino ha annunziato alla città che la notte è venuta alla metà del suo corso, cominciano a vedersi i mozzonari, cioè i monelli che per le vie principali della città, con piccole lanternuole in mano, vanno alla ricerca di mozziconi di sigari e sigarette che ripongono in certe piccole ceste che portano sospese al braccio (cap. XIV. Napoli di notte, pag. 137)».

   I protagonisti principali di questo romanzo sono Carluccio e Lucia, il cui mestiere è ben descritto nel sopraddetto capitolo. Carluccio era il monello che di notte andava a cercare i mozziconi di sigari e Lucia, la muzzonara era colei che poi li rivendeva.

   In questo romanzo pochi sono i riferimenti storici in quanto la storia si svolge in un periodo relativamente tranquillo del Regno dei Borboni.

   Nel 1830 morto Francesco I che era salito al trono nel 1825, cioè dopo circa 4 anni dai moti carbonari del 1820. Gli successe Ferdinando II. Dal 1830 fino al 1848 nel Regno vi fu un politicamente un periodo abbastanza calmo.

   Viene citato soltanto Giacomo Leopardi, del quale è indicato un pensiero non troppo lusinghiero per i napoletani: «Aggiungo che nelle circostanze di quei tempi per l’appunto il malinconico ed infermo Leopardi ci onorava coi bei titoli di ladri e pulcinelli. Ci sanguina ancora il cuore nello scrivere queste parole. E noi vorremmo che non fossero state mai vergate, ma purtroppo, a nostra umiliazione, esse fecero il giro d’ Europa (cap. XXIV.  Il barone Von Birne,  p. 248) ».

   Anche in questo romanzo, come in tanti altri, l’autore ha attinto da fatti realmente avvenuti. In questo caso, il Barone von Birne, uno dei personaggi del racconto, appassionato cultore della musica ed in particolare delle musiche del Donizetti, del quale egli si procacciò l’amicizia, diverse volte invitò il musicista a pranzo nel suo palazzo di via Santa Maria degli Angioli alle Croci (cap. XXIV. Il barone Von Birne, p. 247)».

   E al barone von Birne l’autore attribuisce una frase, che è certamente frutto della sua filosofia: «Se ci sono le carceri e gli ergastoli pei bricconi, ci debbono essere i premi per gli onesti e i virtuosi. Se i governi a ciò badassero, assai maggiore sarebbe il numero degli onesti, e la società non sarebbe conturbata da tanti attentati alla vita ed alla proprietà (cap. XXX. Una singolarità della specie, pag. 312)».

  Nel romanzo, come in tanti lavori di Mastriani, i personaggi cattivi vengono puniti e per i buoni c’è un lieto fine. I due protagonisti della storia, i due muzzonari Lucia e Carluccio, dopo una fanciullezza ed adolescenza molto tribolate, vedono coronato il loro sogno d’amore con il matrimonio: «In illo tempore una sposa non poteva uscire dalla stanza nuziale e mostrarsi in pubblico se non fossero almeno trascorsi otto giorni dagli sponsali. Oggidì è tutt’altra cosa. Non appena usciti dalla chiesa, gli sposi pigliano il volo su le ferrovie come due amanti che si dieno a precipitosa fuga per non essere inseguiti dagli offesi parenti.

   «Ma Carluccio e Lucia erano sposi stampati all’antica; e la sposa non si lasciò vedere che una decina di giorni dopo il matrimonio (cap. III. della Conclusine,  pag. 316)».

   E’ il caso di sottolineare che, come per tutti i romanzi inediti, mai pubblicati se non sulle appendici del Roma, da noi forniti e pubblicati da Guida Editori, anche il presente testo riprende integralmente e senza modifiche la forma originaria della sua prima edizione a puntate.

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                               EMILIO E ROSARIO MASTRIANI