Postfazione di Emilio e Rosario Mastriani

   Come è avvenuto per molti romanzi di Mastriani, la trama di Rosella, la spigaiola del Pendino è ricavata da un episodio di cronaca realmente avvenuto. L’autore, infatti, spesso si recava negli uffici di Polizia e da lì attingeva le trame dei suoi racconti.

   Le narrazioni di Mastriani abitualmente conservano i tratti salienti del romanzo ottocentesco, che collocheremo tra il verismo, il romanzo giallo ed il cosiddetto noir, con intrighi, colpi di scena, tradimenti, vendette e soprusi che si concludevano, però, sempre con un lieto fine: la giustizia, ovvero la mano di Dio che trionfava.

   Questo senso di fede e di giustizia in una resa dei conti finale è stato sempre per il Mastriani, un approdo sicuro. Forse non avrebbe retto alle tante ingiustizie della vita (ricordiamo le immani sofferenze del romanziere per portare avanti la famiglia ed il lacerante dolore di veder morire tre dei suoi quattro figli) senza l’ancora di una fede incrollabile ed assoluta in Dio e nella Giustizia Divina.

   In Rosella, viceversa, abbiamo del racconto, un esito diverso. La conclusione della storia, infatti, non è più a lieto fine, ma si conclude in modo tragico, seppure anche in questo caso, le azioni di Rosella sembrano improntate ad un certo senso di giustizia anche se in pratica diventano vendetta e pura tragedia.

   Persino quando Rosella, con una netta rasoiata priva dell’organo genitale il malcapitato scarpariello Minicuccio, suo sposo e, con un fendente, squarcia la guancia della sua rivale, la capèra Ciretta, il lettore è portato a giustificarla. Cosa che faranno anche i giudici della Gran Corte Criminale che la condannano a soli due anni di carcere in considerazione che ella portava in grembo il frutto del suo disgraziato matrimonio con Minicuccio.

   Probabilmente la Gran Corte della Vicaria l’avrebbe addirittura mandata assolta e libera, se a capo di un mese non fosse morto nell’ospedale de’Pellegrini, per effetto della dolorosa amputazione il disgraziato Minicuccio Di Pascale.

   In questo romanzo, tra le tematiche affrontate, predomina la gelosia, che in particolar modo, tra le classi popolari, spesso porta a degli eccessi di follia come quelli descritti.

   Il romanzo è decisamente interessante sotto il profilo descrittivo degli spaccati della vita del popolino della Napoli settecentesca ed in particolare in quartieri popolari come il Pendino.

   Molto interessante è la descrizione dei due balli popolari, la tarantella e la ‘ntrecciata, ma anche la elencazione di alcuni particolari mestieri epocali come il mignattaio, l’accompagnatore o la spigaiola stessa, cioè venditrice di spighe lesse o, come venivano chiamate, pollanchelle.

   È utile precisare che non solo negli inediti, ma in nessun romanzo o racconto di Mastriani abbiamo mai trovato parole o frasi volgari. Infatti finanche in questo romanzo che si conclude in modo così tragico, con l’amputazione dell’organo genitale dello scarpariello, il narratore ha usato parole composte, non oscene per descrivere il turpe fatto: non sarai più buono né per me, né per lei, né per altre, bel giovinotto, sospiro di tutte le belle del Pendino. Ciò detto a mezza voce, e con feroce sogghigno, ella discopre il corpo del dormiente. Un grido straziante si ode e poi la convulsione del dolore. È l’opra di un momento. E poscia che l’arma terribile ha deturpato quel giovane corpo, corre a tagliare trasversalmente la faccia della bella pettinatrice.

   E più avanti definisce l’atroce gesto della spigaioladolorosa amputazione per il disgraziato scarpariello che avrebbe fatto di Minicuccio un Abelardo.