Ricordi  Storici

   Sulla fondazione della Dinastia Borbonica

   nel Reame delle Due Sicilie

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   Iddio benedice sempre più i voti delle popolazioni delle Due Sicilie: la Gloriosa Dinastia, che da centoventicinque anni regge felicemente le nostre sorti, si consolida e vivifica all’ombra della Religione, della pace e della prosperità. L’Augusto Rampollo di S. Luigi, l’amatissimo Primogenito del Piissimo Re Ferdinando II, si avvince in liete e solenni nozze con una Principessa della Regal Casa di Baviera, in sul cominciar di quest’anno in cui, un secolo fa, per la partenza di Re Carlo per le Spagne, lo scettro delle Due Sicilie passava nelle mani del minorenne Ferdinando IV. Veglia la Provvidenza sulle Reali Prosapie, e mirabilmente ravvicinale epoche.

   Tradizionale è l’amore de’ Napoletani pei loro Monarchi; e questo amore si accresce vieppiù con lo scorrer degli anni, quasi retaggio di affetti che da una generazione passando ad un’altra più salde ed incorruttibili radici pone ne’ cuori. Ma, certo se Guglielmo III de’ Normanni, se Federico lo Svevo, se l’Aragonese Alfonso son tre nomi che segnano tre ere avventurose per le Sebezie contrade, era serbato pertanto a’ Borboni di arrecare la più stabile felicità a queste terre benedette da sempiterno sorriso; siccome era serbata all’Immortale Carlo III la gloria di riunire in un sol Reame le provincie tutte delle Due Sicilie, innalzandole alla dignità di Regno indipendente con propria autonomia e con proprie leggi.

   Siam lieti di lasciare in questo libro, consacrato a rendere un rispettoso omaggio agli Augusti Sposi, un ricordo sommario degli avvenimenti memorabili onde si stabilì nel nostro Reame la gloriosa Dinastia, che Iddio prosperi e conservi, e che forma argomento alle più belle pagine della nostra istoria.

   In un sol cominciamento del decimottavo secolo, Napoli era tuttavia governata da Viceré Spagnuoli per favorire la Casa d’Austria che aspirava al possesso delle Sicilie: gravi perturbazioni avvennero nella Capitale, sedate dalla prudenza e dal senno di onesti cittadini. Il Duca di Medina Coeli, ultimo de’ Viceré, governava in allora con mitezza queste Provincie, ed avvalorava le ragioni che il Re Filippo V si aveva al trono di Napoli. Queste ragioni erano in maggior parte appoggiate sul testamento di Carlo II, in forza del quale Filippo già si trovava al governo del Reame, avendone investito il Medina Coeli. Carlo II, ammogliato in prime nozze con Maria Luisa Borbone, nipote di Luigi decimo quarto, e non avendo prole, istituiva unico erede di tutte le sue corone Filippo Borbone, Duca d’Angiò, figlio del Delfino.

   L’Austria pretese contemporaneamente al Trono di Napoli. L’Imperatore Leopoldo I ed il Gran Luigi XIV esposero i loro dritti al dominio della Spagna e delle Sicilie, il primo in favore dell’Arciduca Carlo suo secondogenito, ed il secondo per Filippo. Troppo note sono le ragioni d’ambo le parti che addussero su tal quistione, la quale non poté in altra guisa risolversi che con le armi. L’Europa fu sconvolta da questa guerra tra due forti primarie potenze, e l’Italia ne risentì danni e lutto non poco.

   Intanto Luigi di Francia, avuto sentore delle mene del partito imperiale creato in Napoli e de’ tristi fatti che ne seguitarono la scoverta, fece venire in questa Capitale lo stesso Re Filippo, il quale nel dì 20 Aprile 1702 fece solenne ingresso in Napoli, accompagnato da’ Ministri, dagli Eletti della Città, dal Baronaggio, e da tutte le milizie. I Napoletani lo accolsero con esultanze pubbliche, e con grandi speranze di pace per l’avvenire. Donativi ed omaggi gli furono dalla Città tributati: e tutti gli abitanti della Metropoli solennemente gli prestarono il giuramento di fedeltà nella Chiesa Arcivescovile. Quindi a poco, il Regal nipote di Luigi il Grande, espulsi dal Reame gli Ebrei, rilasciò alle Università di Napoli tutti i fiscalarii arretrati nella somma di due milioni e quattrocentomila ducati, abbassò la gabella della farina, ed altre moltissime grazie e benefizii concesse, registrate nelle Prammatiche di questo Regno, e ben conti alla maggior parte de’ nostri lettori.

   Breve, per mala ventura, si fu il soggiorno del Re nella Capitale, perocchè se più lungo tempo ei vi fosse rimasto, più gran numero di piaghe avrebbe rimarginate, maggiori grazie avrebbe concesse, ed i mali, che poco stante travagliarono il Regno, avrebbe colla sua presenza rimossi, o almanco alleviati. Filippo V si partiva da noi il dì 2 giugno dello stesso anno 1702, lasciando nel cuore de’ suoi soggetti indelebil sentimento di amore e di gratitudine. Innanzi di allontanarsi da’ Napoletani, questo Monarca nominava a Viceré il Duca di Ascalona, invece del Medina Coeli, che di fresco era trapassato. Di animo equo ed a pietà inchinevole, sobrio ne’ costumi, e tenerissimo del bene de’ sudditi, questo Principe fu il felice precursore di quell’èra che dir si può veramente la più avventurosa del Reame delle Due Sicilie, e che fermava l’indipendenza dell’antica Monarchia di Ruggiero.

   Fino al 1707 soldatesche Francesi e Spagnuole stanziavano in Napoli, ed il governo si reggea sotto il nome e le leggi di Filippo, comechè assente. Ma in questo anno, infervorando la guerra tra la Spagna e l’Austria, le summentovate milizie dovettero da noi dipartirsi per soccorrere Milano, Mantova ed altre piazze assediate dalle vittoriose armi Austriache. Prospere volgeano in Europa le sortî di Casa d’Austria, sicché preponderante era nel nostro Regno il partito Imperiale; il quale dall’assenza de’ Gallispani si valse per far cadere il Regno sotto il dominio Austriaco. Il Conte Daun mosse da Lombardia con un piccolo distaccamento dell’esercito Imperiale, entrò in Napoli, e, secondato da’ capi delle parti Austriache, fece, il 17 Luglio 1707, acclamar per Re delle Spagne e delle Sicilie l’Arciduca Carlo, il quale, dopo la morte di suo fratello l’Imperatore Giuseppe I, avendo cinto il serto Imperiale, assunse il nome di Carlo IV. A tal modo queste contrade furono soggette alle armi Austriache fino al 1734.

   In questo frattempo il trattato di pace di Utrecht obbligava Carlo IV a rilasciare a Filippo V il regno di Spagna, e la Sicilia al Duca di Savoja. Pochi anni appresso, per effetto di un altro trattato di pace conchiuso a Vienna, l’isola di Sicilia passò di bel nuovo ad incorporarsi al Regno di Napoli; ed alla Casa di Savoja fu data in compenso la Sardegna.

   La pace avea assicurato all’Imperatore Carlo IV il dominio di Napoli e Sicilia: il Papa Innocenzio XIII gliene impartiva solenne investitura nell’anno 1722. Tranquille si furono queste provincie sino all’anno 1734, tempo in cui venne riconquistato il Reame dallo stesso Filippo V per effetto de’ successi avventurosi delle armi Francesi in Italia. l’infante D. Carlo figliuolo di Filippo, sollecitato da suo padre, mosse da Parma, ove già regnava, e si recò alla volta di Napoli con un esercito di cui egli era generalissimo. Nel dì 18 marzo 1734 comparve a vista di Procida l’armata navale Spagnuola comandata dal Conte di Clavico. Le milizie Tedesche si batterono con le Spagnuole per mare e per terra; i Tedeschi furono vinti e si ritrassero; feral battaglia ebbe luogo nelle pianure di Bitonto, favorevole alle armi Borboniche. L’infante D. Carlo entrava il 16 maggio dello stesso anno nella Capitale, tra il rimbombo delle fortezze e tra le più vive esultanze del popolo.

   Il Reame di Napoli si era tutto reso alle armi Spagnuole; rimaneva a conquistarsi la Sicilia. A quest’uopo il Conte di Montemar si partì per Palermo, ed il Conte di Marsillac per Messina. Non tardò l’isola a cadere nelle mani de’ due Generali di Carlo di Spagna, il quale, recatovisi di persona, riceveva a Palermo, nel dì 3 Luglio 1735, solenne incoronazione nel Duomo dalle mani di quell’Arcivescovo.

   A tal modo dal Terzo Carlo, di sempre benedetta memoria, restauravasi gloriosamente nel nostro Reame la Dinastia Borbonica. Le popolazioni di qua e di là del Faro, presaghe forse de’ lunghi anni di felicità, che i Borboni avrebbero assicurati a queste ridenti province, si abbandonarono in tal congiuntura a così fatte straordinarie letizie, che mai la storia non ricorda le somiglianti per solenni festività popolari.

   Filippo V avea rinunziato al Trono di Napoli in favore del suo figliuolo Carlo. L’Imperatore d’Austria, ricevuto in cambio i Ducati di Parma e Piacenza, desisteva da ogni ulteriore pretensione sulla corona di Napoli e Sicilia; il trattato di Vienna confermava D. Carlo nel possesso del suo conquisto; sicché Carlo III può dirsi il vero fondatore della indipendenza della Monarchia Napoletana, la quale per volgere di secoli non era stata che un pretoriato di altri Regni e Signori.

   E qui mi fermo, perocchè mio intento era di ricordare rapidissimamente i fatti e le cagioni onde fondossi nelle Sicilie la Dinastia che con tanta gloria e senno regge ancora i nostri destini.

   Gli è impertanto necessario il notare come a Carlo III si debbe l’altissimo onore di avere sgombra per sempre la nostra terra da ogni orma straniera, sempre apportatrice di mali infiniti. Dal 1734 in poi, tranne i pochi anni della militare occupazione francese, il nostro reame, retto da una Gloriosa Dinastia nazionale e con leggi proprie, o almeno appropriate all’indole delle popolazioni delle Due Sicilie, si è serbato incolume da ogni straniera dipendenza. La Monarchia Napoletana trasmessa in retaggio per oltre un secolo agli Augusti Nepoti di Carlo III, à in oggi raggiunto tale splendore nella persona dell’Adorato nostro SOVRANO FERDINANDO II, che, per servirmi dell’espressione di un dotto ingegno napoletano, «il secolo che i nostri nepoti diranno di Ferdinando II, sarà per saggezza, per civili virtù, per dottrina, per diritto e costante operare, avventurato più di quello che la pubblica gratitudine appella il secolo di Carlo III.» 1

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 1. TADDEI, Annali Civili, Fascicolo X, Luglio e Agosto 1834.

                                                                                        Francesco Mastriani

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      Fu pubblicato in AA.VV. (Autori Vari), Per gli augusti Sponsali del Duca di Calabria, 1859, pp. 113-121 ( segnalato nel saggio di Antonio Di Filippo, Lo scacco e la ragione, Lecce, Milella, 1987).

      Pubblicato in Carlo di Borbone, Nocera Superiore, D’Amico Editore, 2016, pp. 11-17.

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