Sotto altro cielo

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Queste edizioni sono in possesso degli eredi Mastriani.

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    Questo romanzo non è stato mai pubblicato in appendice su alcun giornale.

    Dal Catalogo generale della libreria italiana da A. Pagliani, risulta che la prima edizione è del 1847, ma questo dato non trova alcun riscontro  nel Servizio Bibliotecario Nazionale. 

 

   Altre edizioni in volume:

– Napoli, Tipografia Luigi Gargiulo, 1863, 3 volumi.

– Napoli, Tipografia Lubrano e Palmieri, 1881, 3 volumi.

– Napoli, Stabilimento Tipografico Gennaro Salvati, senza anno, forse 1892.

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SCHEDA DEL ROMANZO

   La presente scheda è stata realizzata prendendo come riferimento l’edizione: Napoli, F.Lubrano e D.Palmieri, Piazza Cavour, n.59, 1881, in tre volumi, di misura 8 x 12 in 16°.

  

I TEMPI

   Gli avvenimenti del romanzo si svolgono in prevalenza a Pompei, in alcune zone di Napoli (Penninata del Cavone di S.Gennaro de’ Poveri; rampe della Sanità, nuova strada di Capodimonte), nell’antica Costantinopoli e a Mola di Gaeta ( Mola di Gaeta è un borgo compreso nel comune di Formia, che fu formata nel 1862 dall’unione di questa località con Castellone. Attualmente è considerato un quartiere della città laziale).

   Gli eventi narrati si riferiscono agli anni 1819 – 1827 – 1838 – 1839 – 1847 – 1848; ma gli avvenimenti salienti avvengono negli anni 1838 e 1839.

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INDICE

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PERSONAGGI

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VOCABOLI DESUETI

  

TRAMA

   Giorgio e Giovanni Bartoli sono due fratelli gemelli che a sette anni rimangono orfani dei genitori e vengono posti alla tutela di uno zio prete avaro e crudele. Seppur somigliantissimi nel fisico i due gemelli sono diametralmente opposti come indole: timido, modesto, accomodante Giorgio, insolente, temerario e ribelle Giovanni. In seguito ad una terribile punizione inflitta ai due fratelli dallo zio prete, Giovanni si vendica appiccando fuoco una notte nella loro casa, sita a Mola di Gaeta. Lo zio malvagio muore arso vivo, mentre i due fratelli, Giovanni l’incendiario e Giorgio che era dal fratello stato avvertito, riescono a trovare scampo dalle fiamme e a fuggire. Ma ognuno prende una strada diversa, che, fatto sorprendente, rispecchia l’indole di ognuno dei due. Giorgio viene adottato dal conte Tommaso Villalba, un benefattore, che oltre ad accoglierlo sotto il suo tetto, gli da anche un’istruzione e un’educazione notevole. Giovanni invece capita prima sotto le grinfie di un ebreo ladro e brutale, e poi nelle grazie di Kaida, una favorita del sultano Mahmud II, che si trovava in Italia in viaggio di piacere. Giovanni rinnega la sua religione cristiana, diventa musulmano e arriva a Costantinopoli, sotto altro cielo, dove in seguito diventa un ricco e potente icogliano del sultano. Giorgio invece, in seguito alla morte del suo benefattore conte Villalba, deve tribolare per vivere e alimentare la sua famiglia composta dalla moglie Luisa e da due figli Pasquale e Bianca, fidanzata col giovane artista, Cesare Albani. Per sopravvivere Giorgio esercita la professione di guida e cicerone a Pompei, ed è proprio grazie a questa sua professione che Giorgio e Giovanni si ritrovano miracolosamente dopo circa vent’anni. Giovanni che si trovava in Napoli in veste diplomatica sotto il nome di conte di Padowska, viene attratto dalla terribile eruzione del Vesuvio del 2 gennaio 1839. Si reca alle falde del Vesuvio in cerca di una guida che lo accompagni sul vulcano in un posto dove lo spettacolo dell’eruzione è maggiore; nessuna guida però lo vuole accompagnare ad onta del premio in denaro promesso. Allettato dai soldi offerti dal ricco conte, si offre come guida Giorgio, che viene riconosciuto subito dal fratello Giovanni che però non si rivela. Il riconoscimento di Giorgio avviene in cima al vulcano e la povera guida, sopraffatta dall’emozione dell’aver ritrovato il fratello, precipita nell’abisso infuocato del vulcano e muore. Era riuscito però a dargli notizie della sua povera famiglia. Giovanni, grazie alla rassomiglianza col gemello, pensa di presentarsi in casa del povero cicerone nelle sue vesti, per far del bene a quella famiglia. L’inganno sta per riuscire, ma va a monte a causa di Ralph, l’intelligente cane della guida estinta, che fa capire alla famiglia che Giovanni era un impostore. Il romanzo alla fine si conclude a lieto fine, nonostante la morte di entrambi i gemelli. Giorgio era perito nelle fauci del Vesuvio, Giovanni nove anni dopo il tragico avvenimento e dopo aver fatto del bene alla famiglia del fratello, si toglie la vita con un colpo di pistola al cuore lo stesso giorno e la stessa ora di nove anni prima di quando era morto suo fratello Giorgio, lasciando un biglietto su cui era scritto un verso di Byron: I’ll die as have lived -Alone (Morrò come sono vivuto – Solo)

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COMMENTO

    In questo primo romanzo di Francesco Mastriani ci troviamo delle peculiarità che troveremo in quasi tutti i lavori dello scrittore, come il lieto fine del racconto o la presenza di personaggi o troppo buoni o troppo cattivi. Senz’altro il racconto è parto della fantasia dello scrittore; il Mastriani ricercatore di drammi dell’umana vita, lo ritroviamo negli ultimi suoi anni di vita, quando da appendicista collaborava col quotidiano Roma.

   Pur tuttavia ci troviamo in questo romanzo due personaggi realmente esistiti, e pure di un certo calibro: Napoleone Bonaparte che viene citato più volte e che l’autore considera un italiano, a pag.36 del vol.III nel cap.X La partenza, si legge: Volgeva allora il tempo del più grande splendore della Francia. La stella napoleonica brillava sul novello trono imperiale che erasi innalzata su i trofei del più vittorioso esercito d’Europa; ed il mondo spaventato stupefatto guardava con ammirazione quell’ITALIANO immortale che tener sembrava nelle sue mani il destino delle nazioni.

    Importante è pure la citazione del sultano di Costantinopoli Mamhud II, che fu quello che cercò di avviare le riforme sociali-religiosi in Turchia. Buona parte del romanzo si svolge a Costantinopoli, e molte delle tematiche relative alla vita che si conduceva nei serragli turchi, verranno poi riprese dall’autore nel romanzo Karì-Tismè Memorie di una schiava.

   Molto interessante e dettagliata alle pagine 16 del vol.I. nel cap.III: Pompei, e a pag.19 del vol.I, nel cap.V Un matrimonio in Mola di Gaeta, le descrizione di Pompei il cui nome deriva dal Greco Pompeion, che significa magazzino. Questa città, fu atterrata dal Vesuvio il dì 24 agosto dell’anno 79 dell’Era cristiana.

   Nel tempo in cui avvenivano i fatti del racconto, era in vigore l’arresto personale per qualsivoglia debito non soddisfatto, dalla somma di 6 ducati in su. L’arresto personale per Mastriani è una legge barbara, iniqua, che la civiltà non può tardare a cancellare da’ codici delle presenti nazioni. In una nota a piè della pagina 23 del ol.II nel cap.XX: Debiti,  scrive: parlammo a lungo su i funesti effetti i questa legge nella nostra opera I VERMI – Studi storici su le classi pericolose in Napoli.

   Decisamente contrario all’aborto che viene addirittura considerato un parricidio; e a pagina 50 del vol.III. nel cap.XII. Il battesimo, viene descritto il gesto di una schiava di un Serraglio turco, che per tema della morte che le sarebbe spettata se il Sultano si fosse accorto esser lei incinta, ricorse ad un’erba infame, infanticida, trangugiò quell’erba ed ogni segno di maternità disparve.

   « E qui ci si perdoni una breve digressione – scrive il romanziere a pag.11 del vol.I. nel cap.II: Cesare e Corinna – alla quale ci mena naturalmente questo soggetto, e che non possiamo trasandare senza che ci punzecchi un rimorso. Basta egli per dirsi madre l’aver cacciato fuora un uomo, come la terra una pianta? Ma la terra alimenta i suoi prodotti e non li lascia in balia d’una straniera nutrice. In questo secolo, in cui l’educazione de’ figliuoli si adempie da ogni altro che da’ propri genitori, tosto che il fanciullo alle prime aure di vita vien tratto è dalla madre respinto, e posto nelle braccia di una donna straniera, la quale abbandona sovente la sua famiglia per vendere un latte ch’ella ha rapito a’ suoi figliuoli. Ed una siffatta donna potrà esser mai temperante e onesta? Quante volte, dopo smodati esercizi, darà ella a poppare al fanciullo un latte acre e corrotto? Quante volte, sfinita da eccessi d’una sregolata intemperanza, abbandonando le orge d’un banchetto, porgerà al tenero bambino una alimentazione carica d’un principio venefico anzi che d’un fluido nutritivo? Quante volte, dalla sete del guadagno sedotta, nutrendo ella in un tempo molti fanciulli, sarà obbligata di opprimere il delicato stomaco di alcuno di loro con panate indigeste o con altri cibi forti e aromatici, cagioni delle più mortali malattie? Quante volte non l’agiterà ella violentemente nella cuna per soffocarne le grida importune, ed agiterà a segno il suo molle tessuto nervoso, da disporlo in seguito ad epilettiche convulsioni? E chi può tutt’i disordini numerare, di cui l’ignoranza o la prava indole delle nutrici esser possono cagione? Uno però dei più grandi inconvenienti è forse ancora il troppo amore che i fanciulli portano alle nutrici, cui sono stati affidati. Ben diceva il filosofo Ginevrino: Là où j’ai trouvè les soins d’une mère, je dois l’attachement d’ un fils. Quel purissimo amor filiale, il più dolce infra gli umani sentimenti, non sarà tutto alla madre rivolto; un istinto imperioso, una forza naturale, direi quasi un bisogno, ci porta ad amare coloro che presero cura della nostra fanciullezza; ed in tal caso, vediamo se il fanciullo amerà la madre o la nutrice. Qual è per lui la madre?  forse colei che lo defraudò delle sue ineffabili carezze? Ma quella donna che ricusò il suo seno al proprio figliuolino senza una giusta ragione ben presto sentirà i tristi effetti d’un tanto colpevole abbandono. Madri snaturate, che affidate alle cure di mercenarie nutrici il primo indispensabile dovere che la natura v’impone, non crediate che immuni andrete del vostro fallo. Bentosto il disamore dei vostri figliuoli, la diversa indole di costoro, e molte infermità cui andranno soggetti, l’indifferenza de’ vostri consorti, il disprezzo degli uomini saggi, e finalmente il vostro stesso fisico e morale decadimento, faranvi accorte, che la natura non lascia impunita la infrazione delle inviolabili sue leggi.

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NOTE

Dedica alla moglie Concetta e prefazione di Francesco Mastriani – Prefazione dell’editore Gennaro Salvati