TRAMA

   Il personaggio principale del romanzo è il dottor Ugo Fulvi, medico greco di Corfù, che oltre ad essere abile scienziato è anche ricco e bell’uomo. Di lui ha bisogno l’altera nobildonna Patrizia di Santerasmo che gli chiede di dare altri pochi momenti di vita alla moribonda cognata Rosaria, per farle dire, per scopi d’interessi testamentari, un sì e un no prima di morire.  Questi due monosillabi pronunciati dalla moriente, alla presenza di alcuni testimoni, dovrebbero far sì che della sua eredità, destinata alla nipote Cecilia, se ne impossessa la Compagnia di Gesù.

   Cecilia la figliastra di Patrizia, la brutta del racconto, rachitica e gobba, è trattata molto male dalla matrigna e in special modo dopo la morte del padre, il generale Ruvo e in ancor più dopo la morte della zia Rosaria, la quale era molto affezionata alla nipote.

   Dopo il decesso della zia, la deforme Cecilia viene allontanata e mandata in casa della principessa di Colleverde in qualità di cameriera. Ma succede invece che tra la principessa Amalia e Cecilia nasce spontanea una simpatia e amicizia, per cui la gobba è trattata in quella casa non da cameriera, ma come familiare. Amalia è in cura col dottor Fulvi, per cui Cecilia incontra di nuovo il medico greco, il quale lo aveva vista una prima volta di sfuggita a casa della matrigna. Grazie ad un ritratto a matita che la gobba aveva fatto di nascosto al Fulvi, l’Amalia scopre, che Cecilia è perdutamente innamorata del medico. Passione che la stessa giovane deforme, confida alla principessa.

   C’è anche un tentativo di avvelenamento di Cecilia voluto dalla matrigna, la quale non vuole correre rischi per entrare in possesso dell’eredità, che la zia Rosaria voleva lasciare alla nipote. Il tentato omicidio è messo in atto da un suo segretario, sempre in casa dell’Amalia, ma il turpe fatto non avviene grazie all’intervento involontario della cagnolina di Cecilia, che assaggia uno dei dolci destinati alla padroncina, e muore avvelenata la misera bestiolina al posto di Cecilia. Il dottor Fulvi è stato testimone di questo tentativo di avvelenamento.

   Amalia si ammala gravemente, la sua malattia è tale che «le sofferenze sfuggono all’occhio superficiale della scienza […] perché una donna giovane e ben conformata possa vivere nelle condizioni normali della sanità è d’uopo che, oltre dell’azoto e dell’ossigeno, ella ritrovi un altro elemento nell’aria atmosferica che ella respira; e questo terzo elemento è l’amore » [1] […] «il male da cui era travagliata la principessa di Colleverde era la mancanza d’amore nell’atmosfera della sua vita». [2] Alla fine lei e il dottor Fulvi scoprono che si amano e ciò provoca la reazione del marito don Sebastiano, che in un impeto di gelosia tenta di uccidere la moglie e invece colpisce e ferisce la gobba Cecilia.

   Il romanzo si conclude con la morte di Amalia la quale lascia erede delle sue sostanze Cecilia, per cui non viene portato avanti la controversia legale per il tentativo di spoliazione fatto dalla matrigna ai suoi danni. La matrigna e padre Ludovico erano stati anche incarcerati per il tentativo dell’ avvelenamento verso Cecilia, denunciati dal Fulvi, il quale prova anche lui qualche giorno di carcere per una falsa denunzia di origine politica, ma esce subito dal carcere essendo un suddito inglese.

   Amalia prima di morire riesce a dire a Fulvi che Cecilia lo ama disperatamente e lo esorta a sposarla. Ma Fulvi le dice che più di un amore di fratello o di padre non le può dare, ma alla fine egli sposa la gobba per salvarla dalla chiusura in un monastero, non avendo nessun parente al mondo. Dopo il matrimonio, Fulvi e Cecilia si trasferiscono nella terra natia del dottore, a Corfù.

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[1] FRANCESCO MASTRIANI, La brutta, Napoli, Luigi Gargiulo, 1867, vol. II. cap. IV. «Il sudor freddo», pag. 98.

[2] Ibidem, pag. 104.