TRAMA

   La trama del romanzo si svolge tra gli anni 1847 e 1848, per cui è in maggior misura incentrata sui moti rivoluzionari di quel periodo. Principale protagonista dell’opera è l’ottuagenario Bernardo Capacci, che è il nome fittizio di Giacomo Palombo, e che fu anche artefice di due precedenti rivolture, quella del 1821, e ancor più in quella del 1799, periodo durante il quale era conosciuto con l’agnome di Occhio di Bufalo. E durante i moti del ‘99 subì una ferita alla gamba, in seguito ad una schioppettata, che gli causò una menomazione, che si portò appresso per il resto della sua vita.

   Altro protagonista del racconto è suo nipote Biasiello, orfano dei genitori, e al quale il nonno è molto affezionato. All’inizio della storia, e cioè nel dicembre 1847, il giovane è ancora ignaro dei precedenti rivoluzionari dell’avolo, anzi lo crede un fedele realista, come tale si considera lui stesso.

   Biasiello di temperamento ardimentoso, in seguito ad una rissa, viene tradotto in carcere per aver malmenato un usuraio esoso; viene portato in prigione, dal padre della sua ragazza Carmela, che è un ispettore di polizia. Ottiene poi la libertà, e gli viene anche promesso un premio in denaro, a patto che riesca a farsi dire dal nonno, se è ancora vivo e dove si trova eventualmente Occhio di Bufalo. Il nonno dopo questa proposta fatta a Biasiello, è costretto a confessare al nipote che Occhio di Bufalo è lui stesso e gli rivela altresì che suo padre, e due suoi zii sono stati giustiziati dalla tirannide borbonica.

   In seguito a questa rivelazione del nonno, avviene una trasformazione in Biasiello, che da spensierato lazzaro, diventa anch’egli un ardente rivoluzionario.

   Di Carmela s’invaghisce anche uno zerbinotto, che perseguita la ragazza che però non cede alle sue lusinghe. Errico, così si chiama lo spasimante, tenta di liberarsi di Biasiello, servendosi dell’aiuto di alcuni camorristi, che invece di aiutarlo nel far arrestare Biasiello, tentano di rapinarlo e di ucciderlo, facendone cadere la colpa su Biasiello che viene di nuovo incarcerato.

   Per fare liberare suo nipote da quest’ennesima carcerazione, Giacomo Palombo è costretto a rivelare alle autorità borboniche la sua vera identità.

   Il vagheggino Errico approfitta della prigionia di Biasiello, ma anche della morte della madre di Carmela e dell’acconsimento del padre di lei don Pietro, e con arti subdole seduce e poi abbandona la ingenua fanciulla.

   Si arriva poi al gennaio 1848 quando il re Ferdinando II di Borbone concede la sospirata Costituzione.

   Nonno e nipote partecipano poi attivamente, il 15 maggio 1848, a difendere la Costituzione, concessa dal re, ed ora in pericolo, combattendo sulla barricata al Largo della Carità, e nella pugna Biasiello viene ferito in modo grave. Egli è salvato da un ardimentoso combattente, che fa scudo col suo corpo, ad una pugnalata che il lazzaro realista, Rosario il lupomannaro, stava per infliggergli. Colui che salva Biasiello non è altri che la figlia del lupomannaro, l’Agnesina, che si era travestita da giovane soldato, per stare vicino a Biasiello, del quale era invaghita, ma non corrisposto.

   Biasiello riesce a sopravvivere grazie alle cure del nonno, di due buoni vicini, Peppino e sua madre, ma soprattutto grazie ad una religiosa, suor Georgetta, che alla fine si rivela essere la Carmela travestita. Il nonno riesce poi convincere il nipote, una volta guarito, a sposare la ravveduta Carmela, mentre Peppino si sposa Martina, la sorella della sfortunata Agnesina.

   Questi personaggi stanno trascorrendo un’esistenza abbastanza tranquilla dopo il burrascoso maggio del 1848, quando avviene un tragico avvenimento, voluto dal terribile capo della polizia borbonica Gaetano Peccheneda. Giacomo, Biasiello e Peppino vengono arrestati nel novembre di quell’anno per aver preso parte alle barricate del 15 maggio.

   Giacomo Palombo muore nel dicembre dell’anno successivo. Prima di morire vien concesso al nipote Biasiello di raccogliere l’estremo anelito del nonno.

   Biasiello e Peppino rimangono in prigione fino al 1855 quando la loro pena viene commutata in esilio; e vengono imbarcati per Genova, dove le loro mogli si affrettano raggiungerli.

   Quando giunge loro la notizia che il re Francesco II ha concesso una Costituzione ai Napoletani, non si affrettano a riporre il piede sul suolo del loro paese natio: non si fidano di quelle concessioni strappate dalle vittorie ottenute da Garibaldi in Sicilia.

   Biasillo e Peppino colle loro famiglie ritornano in Napoli solo alcuni giorni prima del 7 settembre 1860, giorno in cui il prode Garibaldi fece il suo ingresso a Napoli, città che faceva parte ormai della nuova Monarchia italiana.

   Biasiello e Peppino erano riusciti a farsi a Genova una discreta agiatezza per cui, tornati a Napoli, rifiutono anche un impiego offerto loro dal nuovo governo italiano, dicendo che loro non andavano in cerca di guiderdoni e di impieghi, ma avevano servito lo Stato perché è obbligo di ogni cittadino a contribuire alla prosperità e alla grandezza della propria nazione.