VOCABOLI PARTICOLARI

   Di seguito una descrizione dei desueti che mi sono parsi più interessanti.

   Sono due i vocaboli che mi hanno in maggior misura colpito tra quelli usati spesso da Mastriani, essi sono impiedi e donnicòla.  Dell’avverbio impiedi (mi riferisco sempre ai testi originari o quelli pubblicati sulle appendici del  Roma e non sulle ristampe successive del XX e XXI secolo), il dizionario P. Petrocchi dà la definizione «L’alzata di un edifizio» mentre per il T. Bellini «La proiezione verticale di un edifiizio, che dai disegnatori dicesi anche Alzata».

    La definizione che combacia con il significato che ne vuol dare Mastriani, l’ho trovato nell’ E. Olivetti: «Grafia unita della locuzione avverbiale “in piedi”»

   Infatti lo scrittore usava l’avverbio impiedi, in quasi tutti i suoi lavori letterari, per specificare l’esser in piedi di una persona. Nel suo romanzo più famoso, La cieca di Sorrento, si legge: «A queste parole, che il marchese, nell’eccesso della sua tenerezza, aveva profferite ad alta e distinta voce, Beatrice messo aveva un piccolo grido, e si era levata all’impiedi quasi per rendere omaggio alla presenza di un forestiero». [1] 

   Un altro termine che meriterebbe uno studio a parte è il sostantivo donnicòla, che pure ho trovato in numerosi scritti di Mastriani e in particolare in quelli che parlano anche di teatro o di feste di Carnevale. Infatti, il donnicòla era una maschera napoletana.

   «Don Nicola. E’ presente nel Carnevale napoletano almeno a partire dal Settecento. Copre la testa col tricorno, il cappello a tre punte, gallonato da un nastro nero con fiocchetti a ciascuna delle punte, che poggia su una parrucca di stoppa; porta l’ occhialino o gli occhiali tondi ri­cavati da una buccia d’arancia; la camicia ha il colletto a vela, spropositatamente grande e appuntito, di carta; indossa ancora una giamberga arabescata, un panciotto fiorato, i pantaloni al ginocchio, a calice, secondo l’uso settecentesco, le scarpe a fibbia. Quando passeggia di Carnevale per le strade di Napoli si fa precedere da un servitore in livrea con l’ombrello e la sacca da viaggio. Sosta davanti alle botteghe, saluta i bottegai con lunghe rime a tiritera, caccia dalla tasca uno scartafaccio, lo apre e con un gesto largo declama fingendo di leggere. Si tratta di filastrocche carnevalesche, orazioni funebri per Carnevale morto, capitoli matrimoniali, testamenti di Carnevale. Doveva parlare in fretta, trovare un seguito di rime uguali e ricambiarle ogni dozzina di versi. Guai a impaperarsi: la folla tumultuava, fischiava, lo trascinava via mettendolo in berlina, facendogli perdere il regaluccio o il soldo del bottegaio».[2]  

    In Una martire, è scritto «Costui vestiva una giubba nera stretta a’petti e di lunghe falde che gli arrivavano quasi in su i calcagni: un corpetto bianco, il cui modello era tolto in prestanza dalla maschera del donnicola, gli giungea sul pube».[3]  

   Mentre in Compar Leonardo di Pontescuro:   «Quel volto miserrimo, sparuto, giallognolo sotto la parrucca e il codino, quella persona scadente, vacillante sotto un lungo giubbone giallo alla  donnicòla, colpì di stupore il giovane monarca, che si aspettava tutt’altra cosa». [4]

   E ancora: «Una brigata di pulcinelli, di arlecchini e di donnicòli invade la scena con schiamazzi e sberleffi». [5]

   In Bernardina: «Vedi, vedi Pasqualotto, che si è vestito da don Nicola! È pazzo! È pazzo! ».[6]  

   L’aggettivo trottata, che ho considerato come termine mastrianeo, pure merita di essere menzionato; gli ho dato la definizione di «Donna di facili costumi». L’ho intuito dalle frasi dalle quali l’ho estratto. Da Pasquale il calzolaio del Borgo sant’Antonio Abate «Io mi penso che ella, la sposina, debba essere una faccia tosta, una trottata delle più fine» [7] e da Rosella la spigaiola del Pendino «Ti sei pure tu accorta che questa trottata della pettinatrice se la intende col tuo sposo?».[8]  

   Una citazione la merita anche il sostantivo strennifero, letto in Un destino color di rosa, da  «I suoi capelli non sono scompigliati, come quelli di uno strennifero quando si alza di letto» [9] la definizione di «letterato» al termine strennifero. l’ha creata il critico letterario dell’800 Federigo Verdinois, che nel suo saggio Profili letterari e ricordi giornalistici, ha scritto nel paragrafo dedicato a Petruccelli Della Gattina «attaccò violentemente i più reputati strenniferi del tempo. Dico strenniferi per dir letterati. Allora a Napoli tutta la vita era nella letteratura e tutta la letteratura nelle strenne».[10] 

   Nel romanzo La comare di Borgo Loreto,  Francesco Mastriani ha usato il vocabolo mongibello, del quale il dizionario P. Petocchi, da la seguente definizione « s.m. Il monte Etna ⸹ Pare un mongibelloLa sua testa è un mongibello. Di persona furiosa o testa calda ».

   Il termine in oggetto l’ho trovato in «le aveano messo in testa tal mongibello che, avendo bisogno di rimaner sola, si era rincantucciata in un angolo del salotto, e avea proibito di essere sturbata da chicchessia».[11] 

   È quindi probabile che l’autore abbia usato l’aggettivo mongibello in modo figurativo, per far intendere un «fuoco vulcanico».

   Sempre in questa narrazione,  si distingue il lemma soggiorno, che non è inteso come da Zingarelli «permanenza per un certo tempo in un luogo o parte di arredamento», bensì, sempre dallo stesso, come indugio. È inserito nella locuzione «Il dubbio che quella si fosse la Comare diventò certezza nell’animo di Gennaro, e più non pose alcun soggiorno a quello che intendea fare». [12]

   Anche il sostantivo sciopero, merita un richiamo. In Rosella la spigaiola del Pendino si legge:«Era Ciretta la pettinatrice! Era l’ora di sciopero per la capèra» [13]  Logicamente l’autore ha usato questo termine non come viene inteso oggi, e cioè come un’astensione collettiva dal lavoro da parte dei lavoratori per raggiungere determinati obiettivi sindacali; ma come pausa di lavoro; ed è questa la definizione che ne dà il vocabolario P. Fanfani «Sciòpero s.m. Sciopro. E il sostantivo Sciopro viene definito come: Ozio, Riposo. Cessazione dal lavoro». 

   Sempre in Rosella la spigaiola del Pendino,  l’autore ha usato il vocabolo sverzache pure è degno di una citazione; esso è inserito nella frase: «Queste taverne non erano in sostanza che abitazioni di paludani spacciatori di vini fuori gabella, per modo che il vino nostrale e lo sverza e la roba da mangiare si davano a buon mercato». [14] 

   Nello Zingarelli di sverza  si trova definizione «Scheggia lunga o sottile di legno o simile». È evidente che tale spiegazione non ha nessuna attinenza nella frase trovata nel romanzo in oggetto. Nel vocabolario P. Fanfani, si trova invece «Minima particella di legno spiccata dal suo fusto», ma anche: «si dice pure una Sòrta di cavolo verdastro» ma soprattutto «si dice pure una Sòrta di vino bianco, dolce e piccante».

   È presumibile dunque che Mastriani con la parola sverza, intendeva riferirsi a del vino venduto a buon mercato, piuttosto che ad un cavolo o ad una scheggia di legno!

   È in Lucia la muzzonara, che ci ho trovato per la prima volta il termine ottentotto «un uomo, una specie di krumiro o di ottentotto, con una selva di capelli osceni, su i quali era gittato un cappellaccio a larghe tese, passeggiava a lenti passi pel breve spazio del cortiletto»[15]

   Siccome la pagina dove lessi questa locuzione in alcuni punti era illeggibile, invece di ottentotto considerai ci fosse scritto ottantotto che è un aggettivo numerale cardinale, per cui quello scritto mi risultò alquanto incomprensibile. La stessa parola, scritta questa volta in maniera chiara, e cioè ottentotto, l’ho ritrovata in Rosella la spigaiola del Pendino «Intanto allo apparire della regina e della sua Corte, lo scuzzettone, capo della stramba orchestra, avea levato in alto una sua mazza, ch’era come la clava d’Ercole, ed a quel cenno di comando la musica degli ottentotti era cessata». [16]  

   Di questo sostantivo lo Zingarelli da le definizioni «1. Appartenente a una popolazione indigena dell’ Africa meridionale, di bassa statura e con pelle bruno-giallastra; 2. (fig. spreg.) Persona rozza e incivile».

   Anche il P. Petrocchi, di ottentotto né da una spiegazione spregiativa «Di popoli barbari e stupidi». Quindi è probabile che Francesco Mastriani abbia usato l’aggettivo ottentotto in maniera sdegnosa, per designare persone rozze e incivili, sia nei confronti del krumiro, in Lucia la muzzonara, che degli orchestrali improvvisati in Rosella la spigaiola del Pendino.

   Il significato di macchignone, sostantivo letto in Un destino color di rosal’ho reperito nello Schedario Napoletano, dove nè da le seguente definizione: « cozzone, sensale di cavalli». Ed in effetti la frase dalla quale esso è stato estrapolato tratta proprio del mondo dei cavalli: «sa a memoria il dizionario degli sportsman, conosce a menadito la fisiologia cavallina, è il protettore di tutt’i macchignoni, di tutt’i sensali, di tutt’i cavallerizzi, sa le qualità fisiche e morali del cavallo baio, storno, morello, arabo, balzano, corvo dorato ec. racconta gli ultimi  steeple-chases corsi in Inghilterra ed in Francia, i nomi de’vincitori alle ultime corse, ne descrive le vestimenta, l’eleganza, il valore». [17]

   Nel romanzo Il dottor Nereo o La catalettica,  è scritto il lemma sopraccapo  nella seguente espressione : «Tutti gli esseri della natura organizzata e vivente si fanno perpetua guerra fra loro: le bestie si nodriscono di carne viva, e l’uomo a sopraccapo uccide sempre; uccide per nodrirsi, uccide per vestirsi, uccide per adorar Dio, uccide per divertirsi».[18] Lo Zingarelli di sopraccapo dà la definizione «s.m. 1. Soprintendente, superiore 2. (raro) Preoccupazione».   Il Fanfani, come s.m. oltre a «Soprintendente e Superiore» ne dà altre significazioni «La parte più difficile e ardua di checchessia . E nell’uso per Sollecitudine e Cura»; e poi ne dà un’altra come avverbio: «In luogo che domina dove altri è»; e cita anche una frase:  Sallust. Catil. «Il duca de’nemici coll’oste c’è sopraccapo e voi indugiate». il Petocchi, oltre che «Sovrintendente» lo usa anche per indicare: «pensiero molesto,  fastidio».

   Quindi è piuttosto difficile cercare di capire che significato ha voluto dare Mastriani a  sopraccapo nel citato romanzo: soprintendentepreoccupazionegrattacapo, o altro?

  In Acaja o Il cuore di una giovinetta, si legge la parola cianciafrusche nella locuzione «Non so che del cosa mio padre abbia mormorato in risposta a quella frase del conte: mio padre non è molto forte in sulle cerimonie; giacchè egli dice che gli uomini di cuore non sanno inventar cianciafrusche». [19]

   Sia nei dizionari moderni che in quelli antichi ho trovato di cianciafruscola, la seguente significazione  «cosa di nessun valore, inezia, bagatella». Quindi è probabile che l’autore abbia usato il termine cianciafrusche come sinonimo di cianciafruscole.

   Ne La poltrona del diavolo, il termine alberello, non è usato come il diminutivo di albero, ma con il significato che ne da il vocabolario P. Fanfani: «Vaso piccolo di terra o di vetro, entro a cui si conservano unguenti, o cose simili». È inserito nella frase «il calamaio era zeppo di filacciche aride d’inchiostro, era stato per lo passato un alberello di durissima creta, che serviva al seguente ufficio». [20]

   In Una figlia nervosa, nella locuzione  «Io giovine ancora e tirone nell’arte, non farò che esporre a’lumi delle Signorie Loro il caso presente» [21] spicca il vocabolo tirone, del quale lo Zingarelli dà la definizione di recluta, in una citazione del Machiavelli: «avevano preposto sopra i militi novelli, i quali chiamavano tironi, un maestro ad esercitarli». Per estensione esso ne dà poi la definizione di novizio, novellino, ed è questa che probabilmente Mastriani intendeva nella sua frase in oggetto.

   Nell’opera I figli del lusso, è interessante il lemma gnomonico, inserito in «Faremo di ridurre in mera prosa volgare, ad uso de’lettori poco esperti in materie amorose, il dialogo gnomonico formulato tra i due giovani di sesso opposto». [22] 

   Tutti i dizionari consultati danno lo stesso significato del termine in oggetto e cioè dell’arte gnonomica «tecnica della costruzione di orologi solari».

   È probabile dunque che questo sostantivo Mastriani lo abbia usato in senso figurativo, e cioè un dialogo muto ma espressivo ed eloquente tra due giovani innamorati.

   Nel romanzo Un destino color di rosa, si trova il vocabolo cantaio nella frase: «Questo scovrimento gli cadde adosso come un cantaio di neve». [23]  Il sopraddetto termine non l’ho trovato in nessuno dei dizionari che consulto di solito, sia moderni che antichi; ma l’ho trovato facendo delle ricerche su internet, in tal modo nel volume Annali Civili del Regno delle Due Sicilie  [24], ci ho letto la seguente frase in cui si trova il lemma cantaio, dalla quale si capisce che il suo significato è quello di un’unità di misura in vigore nel Regno delle due Sicilie: «Intanto un accordo mirabile tra l’antico nostro sistema ponderale si rinviene con quello di che i francesi menano gran vanto perché il loro quintale metrico, il loro chilogrammo, il loro grammo nell’aritmetica decadaria procedendo, la stessa cifra riproducono. E lo stesso precisamente avviene pel nostro cantaio, pel nostro rotolo pel nostro trappeso: di modo che questi nostri antichi pesi e i novelli pesi francesi son tra loro in perfettissima armonizzata perfezione». 

.  Un altro vocabolo da definire come un termine mastrianeo è il sostantivo pastorina, non è da considerare un diminutivo di un pastore femminile, che è pastorella ma Mastriani lo applica ad un soggetto completamente diverso: probabilmente si riferisce ad un articolo d’arredamento. Nel romanzo La cieca di Sorrento , lo si trova in due occasioni: «Un camino all’inglese era posto dappresso al balcone, e presso al camino un allucidato mobile di palissandra, che serviva da scrittoio e da merenda. Quattro grandi pastorine componevano il resto del guarnimento di quella camera» [25]  e anche: «divanetti a forma di conche, pastorine da sprofondarvici con voluttà, e tanti piccoli arredi quanti ne potea capire la camera, erano allogati con gusto e con grazia». [26]

   Nel racconto Fisiologie delle feste da ballo, leggiamo  «La camera da letto del signor Zuppetti diventa una specie di bottega di rivendugliolo, dove si veggon confusi e posti gli uni sugli altre tutti i mobili da rassettare, come a mò d’esempio, sedie, divani, poltrone, tondi, deschetti, pastorine». [27]

  Nei Vermi, Napoli, si legge: «Entrando in un salotto montato secondo il gusto presente, correte il rischio ad ogni piè sospinto di urtare contro le infinite cose che vi sono sparse; v’imbattete in cento gambe di suppellettili; vi assale la vista una zuffa di poltrone, di pastorine, di credenzuole, di mobili neri, tristi, storti». [28]

   Infine, ne Il figlio del diavolo, la parola in oggetto si trova in una frase la quale non lascia alcun che la pastorina è un oggetto d’arredamento che serve per sedervici sopra comodamente: «La vecchia, senza cerimonie, traendo un gran sospirone, si gittò a sedere su una sofficpastrorina ch’era nel salottino dell’artista». [29] Un altro termine particolare è saletti. L’ho trovato in due romanzi di Francesco Mastriani: nella Cieca di Sorrento[30] si legge: «ma questi vizi corporali  erano stati in lui largamenti compensati da un ingegno pronto e vivace e da una sottigliezza di spirito portentosa, per la quale a’saletti più graziosi e spontanei prestavasi»  ; e nel romanzo La brutta[31] «e spesso il monarca, che avea le sue pretensioni allo spirito , fece segno al principino ai suoi mordaci saletti».

    Di questo vocabolo ne fa menzione il canonico Andrea De Iorio in due sue lavori: nell’opera Massime Politiche per la cristiana gioventù dove leggiamo: «Regola decima seconda. Evitare il parlare pungente e i saletti mordaci. I saletti sono di tre sorte. Alcuni pungenti, ignobili, sfrontati, cattivi; gli altri ingegnosi, piacevoli ed onesti; altri profittevoli» [32]; e nell’opera La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano, dove leggiamo: « Tav. IX  Rissa napoletana. Se mai, ripetiamo, in qualche cuffia, o parte di qualcheduno de’loro ornamenti o veste, svolazzasse per aria, allora allo scoppio delle risa, de’fischi, e de’saletti mordaci degli astanti, e talvolta delle stesse guerreggianti, lo spettatore si ricorderà di essere non più fra gl’Indiani selvaggi, ma sì bene in seno della Bella Napoli».[33]

.  Senza alcun dubbio anche l’informatica mi sta dando una mano a comprendere alcuni vocaboli usati da Francesco Mastriani nei suoi romanzi, che non sono riuscito a decifrare con l’ausilio dei dizionari, antichi e moderni, che uso di solito. Il vocabolo benignava, infatti, l’ho trovato nel dizionario on line Glosbe, secondo il quale è un termine dialettale napoletano; esso deriva dal verbo benignare, la cui definizione esatta è degnare. Questo termine l’ho trovato in La Comare di Borgo Loreto,  nella frase: «sicché io feci il giro della città sempre accompagnato da una faccia che mi mettea paura, la quale non si benignava di rivolgermi una sola parola».[34]

  Il vocabolo quinquina l’ho trovato nel sito della Garzati Linguistica dove ne da la seguente definizione: «cincona, radice di china ( oggi si usano la chinina e i suoi derivati, come antidolorifico e antifebbrile)». Francesco Mastriani l’ha usato nel romanzo La Comare di Borgo Loreto, nella frase: « Avvenne un dì che, essendo caduta ammalata la Giulia, ed essendole stato da’medici prescritta la quinquina per medicamento».[35]

.  Il termine sfrenerò si legge nel romanzo Acaja, nella frase: « Sta sera vi farò vedere come mi sfrenerò» [36] è stato scritto in corsivo, per cui si può pensare che l’autore l’abbia considerato un termine dialettale. Nel Dizionario Napoletano Avallardi, di sfrenarsi da la definizione: «perdere il controllo; fare chiasso (specie dei bambini)». Mentre nello Zingarelli 2009 sempre riguardo a sfrenarsi si trova: «Abbandonarsi senza ritegno o controllo ai propri impulsi». È probabile che l’autore abbia voluto intendere quest’ultima definizione, per descrivere l’atteggiamento un po’ ribelle, che la giovinetta Acaja, assumerà in una imminente festa da ballo a cui parteciperà.

.  Nel romanzo Il conte di Castelmoresco, abbiamo trovato la parola luchèra nella frase: « Quando ella si rivolse a Luigi, questi era estremamente pallido, e qualche cosa di feroce era nella sinistra sua luchèra» [37]. Nei vocabolari moderni questo sostantivo femminile non è descritto, mentre lo troviamo sia nel Pietro Fanfani del 1856 che Policarpo Petrocchi del 1894 col seguente significato: «Un certo modo di guardare, piglio».

. In questo libro ci abbiamo trovato un altro lemma, ammattava, che abbiamo definito termine mastrianeo, in quanto la definizione reperita nelle altre fonti, non collimava nella frase: «L’umidità del luogo ammattava la sbiadata luce del nicchietto di creta in cui parea che non abbondasse l’olio». Le definizioni trovate, davano per ammattare erano le seguenti :  «Attrezzare una nave di alberi», oppure in modo arcaico  «chiedere soccorso per mezzo di appositi segnali inalberati sulle navi». È probabile che lo scrittore per  ammattare intendeva significare abbassava».[38]

.   Nel romanzo Una figlia nervosa, troviamo il vocabolo malakoff  nella frase «A tavola non verrò ; e il malakoff non me lo porrò; non voglio fare una figura ridicola come la fate voi» [39]. In un altra pagina invece c’è la parola malacoffi nella frase «giacchè questo non è un sito dove bazzica il bel mondo, il mondo a scarpe inverniciate, a malacoffi d’acciaio, a reticelle in testa» [40]. Senz’altro l’autore si riferisce a qualche parte d’indumento, forse femminile.

   Malakoff è un comune francese nella regione dell’Ile-de-France.

   Interessante è il vocabolo monoculo, trovato nel libro I vermi, nella seguente frase « Su terra di ciechi, il monoculo regola tutto o mena tutto pel naso» [41] . Lo Zingarelli ne da la seguente definizione «Chi ha un occhio solo »  e cita anche una frase di D’Annunzio  « vide un soldato monoculo; il vecchio era monoculo».

    Squarciasacco è riportato nello Zingarelli, che ne dà la definizione «Con ostilità, con disprezzo», nella frase, tratta dal romanzo I Vermi «il feroce balestrò a squarciasacco una occhiata sanguinosa».[42]

   Il lemma cangrù, non l’ho trovato in nessun vocabolario, nè antico, nè moderno, per cui l’ho definito un termine mastrianeo. Probabilmente si tratta di un animale goffo, e Mastriani il termine lo usa in senso dispregiativo nei confronti di un personaggio del libro I figli del lusso nella frase: e la speranza di arrecarle alcun conforto di cibo fece sì ch’ella si acconciasse a soffrire i modi bestiali di quel cangrù che si diceva il segretario della Contessa. Nelle ricerche effettuate, è saltato fuori che un tale Emiliano Panzieri,  nel 1878 commise un reato nella provincia di Pesaro, era soprannominato Cangrù. Nel Testi Libri Patrimoni Architettonico UNINA si legge: “ V’erano elefanti, leoni, struzzi, pantere, antilopi, cangrù, giaguari, scimmie, di che soddisfare i gusti di tutti i sudditi di S. M.”[43]

   Cosmomensore, sostantivo che dovrebbe significare  « Misuratore di tempo», composto dal lemma « Mensore» che era colui che nella Legione Romana precedeva i soldati per misurare  il campo da occupare, e  « Cosmo, globo». il lemma è nella frase tratta da I figli del lusso : Ah! gnorsì dice Luigi che non si vanta di essere un sì scrupoloso cosmomensore .[44]

   Ingenere. Prova generica . Lemma trovato nel Dizionario Olivetti nella frase : Egli non può avere nelle mani nessunissima pruova giacchè l’ingenere tornò in casa vostra, nel romanzo La brutta, Napoli, L. Gargiulo, 1867,  vol. IV cap.VII, «La denunzia»  pag.12

   Scorbuto. Brutta parola. Termine mastrianeo. Trovato nel romanzo  La figlia del croato, Napoli, G. Regina, 1877,  cap. XI « Che fa casimiro?»  pag.125 nella frase: Intanto Casimiro non si arrischiava di aggiungere una sola parola… Aspettava che il mongibello avesse dapprima vomitato i suoi scorbuti.

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[1] Napoli, Dalla Tipografia dell’Omnibus, 1851. cap. III. Parte Terza vol. I. «Il medico inglese» p.99.

[2] Napoli, Boutet 1901, pp. 84-85.

[3] Napoli, Luigi Gargiulo, 1868, vol. IV cap. XVII «Il fidanzato» p.38.

[4] Napoli, appendice sul Roma 1883, cap.V «Giancola e re Ferdinando».

[5] Ibidem, cap. XII «La rappresentazione».

[6] Napoli, appendice sul Roma, 1886, cap. XIX «Il mendico».

[7] Napoli, Guida-Editori, 2019, cap. IX «Gli sposi nel borgo» p.92.

[8] Napoli, Guida-Editori, 2017, cap. XX «Disegni di vendetta» p.248.

[9] Napoli, G.Rondinella, 1866, cap. I «Un leone del 1855» p.7.

[10] Firenze, Le Monnier, 1949

[11] Napoli, Stab. Cav. Gennaro Salvati, senz’anno di pubblicazione (dopo il 1892), cap. III Parte Quinta «La farfalletta» p.199,

[12] Napoli, Stab. Cav. Gennaro Salvati cap. IV Parte Terza «La comare e la strega» p.126.

[13] Guida-Editori 2017 cap. XIII «Il matrimonio di Rosella» p.148.

[14] Guida-Editori 2017, cap. XVI «Alle paludi» p.196.

[15] Napoli, appendice sul Roma, 1885, cap. II «I cinque piani).

[16] Napoli, Guida-Editori, 2017, cap. I «La regina Amalia al Pendino».

[17] Napoli, G.Rondinella, 1866, cap. X «L’arrivo dello sposo» p.101.

[18] Napoli, Gabriele Regina Editore, 1878, cap. IV vol. I  p.45.

[19] Napoli, Stab.Tip. Gennaro Salvati, (dopo il 1892)  cap. VIII p.23.

[20] Napoli, Stab. Tip. Cav. Gennaro Salvati, (forse1895) IV «La camera dell’avaro» p.62.

[21] Napoli, G.Regina, 1865, cap.VI p.110.

[22] Napoli, Luigi Gargiulo, 1866, cap. III vol. II «La scommessa» p.87.

[23] Napoli, Giosuè Rodinella, 1866, cap. III «Luisella» pag. 53.

[24] Vol. XXV, Napoli,Tipografia del Real Ministero degli Affari Interni – Nel Real Albergo dei Poveri, 1841,

[25] Napoli, Dalla Tipografia dell’Omnibus, 1851, cap.VIII vol. I «Il giornale di Beatrice» pag.133.

[26] Ibidem, cap. III, vol. II,  «La sera delle nozze» pag.66.

[27] Napoli, Giosuè Rondinella, 1867, cap. II «Preparativi » pag.10.

[28] Luigi Gargiulo, 1867, cap. II, vol.VI «La famiglia mennonista» pag.139.

[29] Napoli, Stab. Tip. Cav. Gennaro Salvati, ( senza anno, forse dopo il 1890) cap. IV, « La vecchia dell’aceto» pag.29.

[30] Napoli, Tipografia dell’Omnibus, 1851, cap. IV vol. I «L’esplorazione»  pag.61.

[31] Napoli, Luigi Gargiulo, 1867, cap. III  vol. II « La principessa di Colleverde» pag.61.

[32] Napoli, 1816, Seconda Edizione.

[33] Napoli, 1832.

[34] Napoli, Stab. Tip. Cav. Gennaro Salvati, (senz’anno di pubblicazione, forse 1892)  cap.V « I fantasmi» Parte Quarta pag.167.

[35] Napoli, Stab. Tip. cav. Gennaro Salvati, (senza anno di pubblicazione, forse 1892) cap. II Quinta Parte, « Julia De Sandal Y Tarbea»  pag.196. 

[36] Napoli, Stab. Tip. cav. Gennaro Salvati, (senza anno di pubblicazione, forse 1892) pag. 48

[37] Napoli, Stamperia Governativa, Casa Editrice Gennaro Salvati, 1883, pag. 206  cap. III. 

[38] Ibidem,  pag.156, cap. V.

[39] Gabriele Regina, Napoli , 1865, cap. III pag.38. 

[40] Ibidem cap.IV  pag. 53.

[41] Napoli, Luigi Gargiulo, 1867, cap. II vol. VII « La famiglia mennonista» pag.19.

[42] Ibidem, cap. II vol. VIII «Le case infami» pag.79.

[43] Napoli, Luigi Gargiulo, cap. I vol. III «Le limosine dei ricchi» pag. 15.

[44] Ibidem, 1866, cap.III. vol. III «Ritratti a lapis» pag. 43.

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 Di seguito l’elenco dei vocaboli particolari, prosegue in maniera meno dettagliata:

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aggraziamento. Concezioe della grazia  [(AC) – I vampiri, Napoli, G. Regina, 1869 p. 43.I)] onde un condananto a morte aspetta una promessa di aggraziamento.

annaspratoRicoperto di glassa di zucchero [(DN) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.162] senza contarvi i principi i trasmessi i pasticcetti le frutta le creme i giuleppati le croccantino gli annasprati ecc.

aplomb. Disinvoltura, autocontrollo [(Z)-La Domenica «Carlo Y» 11 novembre 2 dicembre 1866] rispose questi con quel medesimo aplomb che avrebbe detto Rothschild o Napoleone.

bazzica. Gioco di carte (usato in senso figurativo? gioco di parole?) [ (Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.54] Erano queste le bazziche che si teneano tra i crocchi diversi tra le giovani allieve 

berlingaggio. Giovedì grasso, ultimo giovedì di Carnevale [ (Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.75] Quella sera Margherita volle che in sua casa si celebrasse il gran berlingaggio;

buglia. Concorso di gente [(P) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.300] Trasse a questa buglia molta gente della strada che s’interpose tra il furibondo marito e la spaventata consorte. 

cavazione. Azione da schermitore [(Z) – La Domenica «Cento di questi giorni» 23 dicembre 1866] mentre vi difendete con una cavazione siete assalito a tergo;

chiausso. Specie d’usciere  [(P) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.356] Ne abbiamo cinque del mese e corre la terza mesata disse colla sua voce nasale il chiausso della proprietà. 

comaratico. Comparatico, condizione di compare o di comare  [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.53] era di quelle che gittano il gomitolo col bigliettino dentro e sono di un comaratico da non finir mai. 

conquibus. Denari [(Z) – I vampiri, Napoli, G. Regina, 1869 p.32.I] E così? che hai fatto? Avremo i conquibus?

consuonareConsonare, essere in accordo, armonia [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.281]  intrattenersi parecchie volte in conversazione colla bella Ezilda i cui principî consuonavano interamente co’suoi.

convellimento. Spasmo [(TM) – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.95] gli oli e le polveri per mettere in convellimento lo stomaco e le budella; 

correggiato. Antico attrezzo per la battitura dei cereali   [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.35]  e quindi li batte co’correggiati per farne saltar fuori i chicci:

dèbats Giornale di Parigi pubblicato dal 1789 al 1944 [(GO) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868 p.70.II] Il signor Foulquier era seduto ad una poltrona col Dèbats nelle mani.

delubro. Santuario, tempio [(Z) – I vampiri, Napoli, G. Regina, 1869 p.67.II] poco appresso il misterioso maschio proibito era entrato nel delubro coniugale.

diascolo. Diavolo [(Z) – Il Palazzo di Cristallo («Memoria di due sposi» 31 gennaio 1856)]  Hanno dunque ragione le donne di volersi maritare per forza fosse anche col diascolo.

edace. Che divora, consuma [(Z) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868 pag.19.V] Bisognava ad ogni costo far le fiche al tempo edace. 

edulcorare. Rendere dolce [(Z) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868 p. 88.I] Certo è che con questo giuleppo edulcherò siffattamente il cuore dell’azzimato sessagenario. 

ellissi. Mancanza, omissione [(Z)- I vampiri, Napoli, G. Regina, 1869 pag. 7.I] e le donne amano più i pleonasmi che le ellissi.

fia. Essere  [(Z) – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.136] e, se possibile fia, dimentica una infelice che nacque sotto la più infausta costellazione del cielo.

fucetolaUccello migraorio, beccafico [(Google) – I vampiri, Napoli, G. Regina, 1869 p.68.II] farò di ammazzare come suolsi dire , due lucetole ad un colpo.

fusone. In quantità [(P) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868 p.38.IV] Il belletto vi era gittato a fusone su ambo le guance e su le labbra. 

ginnetto. Cavallo agile  snello [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.78] Il cocchiere die’una vigorosa scudisciata al suo magro ginnetto

guano. Concime  [(Z) – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.10] sono questi perdoni il paragone il guano ond’io nodrisco il mio campo.

iliade. Lunga serie di guai, vicissitudini  [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.354] Era forza che si compisse l’iliade de’suoi dolori;

imperò. Perciò, però  [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.60] e tu fa che io muoia di febbre in due giorni pur ch’io mi abbia imperò spazio di penitenza.

impulizia. Inciviltà  [(AC) – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.22] sarebbe stata la più villana impulizia di non condurmi a casa del marchese all’ora stabilita, 

innalberare. Inalberare, fare adirare qualcuno [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.292] e maggiormente s’innalberò di sdegno e si accese della brama di vendicare il fattogli oltraggio.

lingue di faggio. Specie di funghi prodotti dalla ceppa del faggio  [(NdL) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.52] Io debbo andare questa mattina a Polvica per raccogliere due lingue di faggio. – p.52

mallarda. Mallardo, malardo, anatra selvatica [(DO) – La Domenica «Cento di questi giorni»] Chi si appiatta tra le macchie per cogliere a volo la grossa mallarda.

mastietto. Neonato  [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.288] Quella notte stessa questa giovanetta die’alla luce un bel mastietto di cinque mesi, 

mezzolla. Mezolla, mezza caraffa  [(SN) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.122]  e si fece arrecare tre grani di trippa un grano di pane e una mezzolla da sei. (mezzolla è nell’edizione L. Gargiulo 1868; mezolla è nell’edizione G. Salvati)

miotis. Myotis, specie di pipistrello [(W) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.14] gli occhi avevano il colore di quelli del miotis e sembravano adombrati da un nasaccio da pulcinella. (segnalare anche il paragone degli occhi del basilisco).

montheion, premio. Il Prix Montyon è un premio letterario assegnato dall’ Acadèmie francaise. [(W) – I vampiri, Napoli, G. Regina, 1869 p.26.II] l’eredità meriterebbe il premio Montheion o il brevetto d’invenzione.

mozzorecchi. Furfante, malandrino [(Z) –La Domenica « Brigantaggio e allocuzione del papa», 11 novembre 1866] e non crediamo che la finiremo per ora con questi mozzorecchi campioni della religione e del trono,

omoplata. Scapola, spalla [(Z) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868 p.20.IV)] anche quando abbia la testa canuta, gli omoplati curvati innanzi e le mani tremebonde.

pagnottista. Chi cerca impieghi comodi e redditizi [(Z) – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.40] e non già come la falange de’pagnottisti che hanno sbranata la povera Italia,

proconsole. Personaggio che esercita un potere assoluto [(Z) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868 p. 58.IV] avvezza a tremare al cospetto del suo feroce proconsole. 

quadreria. Raccolta o galleria di quadri [(Z) – La Domenica («Cav. Filocamo» 21 luglio 1867)] fare acquisto delle opere degli artisti contemporanei colle quali si è formata una vistosa quadreria.

rifritto. Vecchio, troppo sfruttato [(Z) – I vampiri, Napoli, G. Regina 1869 p.92.I]  Una parrucca con codino, un soprabitone rifritto color caffè,

romanella. Ricambio, pezzo di rispetto [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.280] debbe salpare per l’Adriatico per portare sul mercato di Trieste un carico di romanelle. 

ruzzo. Voglia, capriccio [(Z)- Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868 p.78.III] Oh via ch’io non ho il capo al ruzzo. Che è venuto a veder me proprio me? ­

sala. Erba per impagliare le sedie  [(DO) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.184] trovare qualche coppia di seggiole da rinnovarci la sala.

sanpietro. Portinaio, fig. [(TM) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.160] era il sanpietro di quel piccolo paradiso il re assoluto di quella entrata, 

scalcare. Trinciare la carne  [(Z) – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.200] era dessa che comandava il desinare e scalcava a tavola e soprindendeva a tutto.

sciammerea. Specie di vino [(TM) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.364] Quando si bevea lo sciamarrea da un grano la mezza ­

sciorre. Sciogliere  [(Z) – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.207] risolutissimo di finirla una volta di troncare ogni titubanza e sciorre ogni mistero. 

scommiatare. Accomiatare, congedare [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.104] il disgraziato muratore barellò per qualche tempo tra la vita e la morte; sembrò volersi prendere la scommiatata.

segovia . Panno pettinato di fine qualità fabbricato nella città di Segovia [(DO) – Una martire, Napoli, L. gargiulo, 1868 p.64.III] il caro giovine tutto vestito a nuovo con un bel soprabito di segovia nero ,

sezzo. Ultimo [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.261]  e sia da sezzo per consentirgli a star solo le ore con l’innamorata, 

soia. Adulazione, lusinga [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.34] o che il vento volesse darmi la soia contraffacendo gli umani lai

spaccacantone. Bravaccio [(N1) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.24] i due spaccacantoni le si posero appresso offrendosi a compagnia 

spagaro. A Napoli: chi filava e torceva le canape per farne spago [(DO) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.102] È d’uopo che le infelici spagare lavorino ciascheduna diciotto ore al giorno

sparnazzare. Scialacquare, sparpagliare [(Z) – I vampiri, Napoli, G. Regina, 1869 p.(108.I)] volendo che il figliuolo sparnazzi in tutt’i piaceri ed accresca il lustro della famiglia, gli tiene addosso le redini sciolte.

squaraquattando. ? [(TM) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.130] che arrivava con due altri feroci e quattro gendarmi squaraquatatndo di qua e di là, 

squarquoiaccia. Vecchia decrepita [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.83] ricomperava di sottomano e che rivendeva a una squarquoiaccia, 

succhiellare. Scoprire una carta [(Z) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868, p.95.II] La Francia avea nelle mani i tre colori e succhiellava denaro per la primiera; 

svelatamente. Palesamente, schiettamente [(DO) – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.86] io sareimi disperato di non potere svelatamente far mio un angelo d’amore

tasta. Rotoletto di fila per tenere aperta una ferita  [(P) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.66] peggio che il riconficcare una tasta tra le labbra di una ferita per non farla troppo rimarginare.

tricò. Maglia, indumento o tessuto [(Z) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868 p.64.III] con i calzoni di tricò inglese con un corpetto di panno anche nero,

ufanità.  vanità, boria [(N1) – Una martire, Napoli, L. Gargiulo, 1868] e con quella stessa ventosa ufanità onde avrebbe dato un migliaretto di scudi,

vieto. Molto vecchio [(Z) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.94] spettacolo che per quanto vieto gli giunge sempre novello e terribile: 

zaffo. Cosa che impiccia, tappo[(P) – Le ombre, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.114]  (P-21): pensandomi che mi sarei tolto quello zaffo dalla bocca dello stomaco. 

zanzara. Spia, delatore   [(TD) – I vampiri, Napoli, G. Regina 1869 p.17.I] egli non avea più bisogno di fare il mestiere di zanzara,

zinefra. Frontone, fregio di legno o d’ottone da tenda [(DN1 – Eufemia, Napoli, L. Gargiulo 1868 p.73] Rossa amaranto la stoffa de’sofà e delle poltrone rosse le zinefre delle tendine,