Parlar di un artista drammatico, tesserne la biografia…, ma che sa egli il freddo scrittore de’giorni di un artista? che sa egli di quella vita tanto diversa dal comune degli uomini, che s’inebbria negli affanni, che si avvolge tra simulate passioni, la quali non lasciano di sfiaccar col tempo le fibre del cuore? che sa egli di un’anima che quanto più spoglia il velo della finzione tanto più misteriosa addiviene, perciocché il passaggio è rapido, e non permette discernere se sorride il giorno per piangere la sera, o se piange la sera per sorridere il giorno? Quindi è che noi dovendo scrivere di Pietri Monti cenneremo alcuni punti più notevoli della sua trambasciata esistenza, che rivelarono da prima in lui l’ingegno e l’ispirazione – Seguirne tutt’i passi sarebbe cosa da romanzo e non da giornale: presceglierne un solo sarebbe troppo vuoto. Povero Monti, han detto taluni, soffre assai sulla scena! Cosa diranno poscia che avran conosciuto quanto egli sofferse nella realtà?
Nato in Roma nel 1806 Pietro Monti dell’età di sette anni rimase orfano e povero del tutto: la sua famiglia per traversie di commercio, si estinse in un’estrema ma non vergognosa miseria, come suole accader spesso de’negozianti infelici ed onesti ad un tempo. Laonde il fanciullo senza mezzi di sussistenza, senz’ appoggi, senza scorta comincia a sentir la vita in grembo ad una tremenda sventura – l’orfanezza – privo di una memoria del passato poiché la sua debole ragione non gliene suggerisce, atterrito del presente, non osando gettare un guardo all’avvenire, ci vive perché ha sette anni: un momento prima sarebbe morto schiacciato un momento dopo si sarebbe ucciso. Ma un ricco negoziante inglese, amico de’suoi genitori lo toglie a proteggere e lo conduce seco a Palermo, dove restano insieme fino al 1820. Per tutto quel tempo Pietro Monti venne riguardato come figlio adottivo, e grande era in lui la speranza di essere benanche l’ erede di pingue patrimonio, mercè qualche disposizione che il protettore avrebbe fatto in favor suo. Speranze sognate son queste. Finché l’uomo non tocca la carriera cui l’ha destinato il Cielo si dibatterà sempre come la nave che solca a contro-vento. Il turbine delle politiche vicende privò di vita il ricco Inglese e di protettore l’orfano a 14 anni, il quale nel fuggire dalla città di Palermo fu ferito da una palla di archibuso alla coscia sinistra e per questa ragione stette 40 giorni all’ospedale. Dopo lunghissime pene che ognuno può da sé stesso immaginare, come conseguenza dello stato politico di quel tempo, essendogli stato concesso di andare a suo talento, egli fece pensiero di tornare a Roma, e per la via di terra, mendicando il pane a frusto a frusto col più faticoso viaggio arrivò a quella terra che egli amava non per altro che per una specie d’istinto.
Gli avanzi dell’antica gloria latina, i prodigi dell’ingegno italiano, immensi colossi che sono tutti riuniti nella capitale del mondo cristiano, non facevano nessuna impressione sul giovane incolto, perciocché egli che sentiva un vulcano nel suo cuore si vedeva dinanzi due colossi più terribili l’ignoranza e la miseria: ma vi tornava come il pellegrino smarrito: tornava a capo della via per rimettersi in cammino. Il tempo trascorso dall’età di sette anni fin’allora era servito per esporre ad ogni maniera di sventure colui che dovea un giorno fare piangere tutti sulle altrui sventure: era il viaggio del pittore che onde imitar bene la natura attraversa precipizi, salta burroni e greppi.
In Roma trascinò per un anno ancora la sua miserevole esistenza, sconosciuto a tutti e sostenendosi di quel poco che lucrar potea colle fatiche delle braccia e dormendo in una nicchia come un monello sui scaglioni del Tempio Sant’Agnese. Una sera ebbe vaghezza di andare al Teatro Pace dove vide rappresentare la Ginevra tragedia di Giovanni Pindemonte: ed un certo Ferri che sosteneva la parte di Arodiante lo colpì a segno ch’egli ne fu quasi deliro. La molla dell’ispirazione è scattata: chi potrà raffrenarne gl’impulsi? Egli adopra tutti gli sforzi per avvicinare quell’attore che lo avea affascinato, e mentre egli va in cerca dell’uomo non comprende che è l’arte che lo chiama sé. Il Ferri lo accolse sbadatamente come servo a servire…. e perché no? anche il figliuolo di gentiluomo non isdegna servire quando è il suo ingegno che glielo comanda. Da questo momento in poi percorre rapidamente la sua carriera. Soggiace ad una penosa malattia, perde i suoi capelli biondi, si divide dal suo padrone: ma non importa. Ristabilito lo raggiunge a piedi a Verona, ed ivi ottiene di entrare nella Compagnia Rosa a titolo di comparsa e Trovarobe coll’onorario di un pasto al giorno. Fermiamoci un poco. La catastrofe lo richiede. Egli ha 18 anni ma non sa altro della vita che i dolori: non ha mai gustata la dolcezza di un bacio, non ha sentito nessuna mano posarsi sul cuore, non ha visto nessun volto sorridergli di qualche speranza, non ha udito nessun labbro parlargli parole d’amore. Eppure egli avea l’anima di un artista, quindi era meglio di qualunque altro capace di forti passioni, e massime della più forte, l’amore. Che sarà mai di quest’altra fiamma repressa?… La famiglia Alberti trovavasi nella Compagnia Rosa e di essa un fratello ed una sorella, fanciulli ancora, cominciavano a ripromettere quelle liete speranze che noi abbiam visto così bellamente avverate, perciocché sono quelli stessi che oggi col loro caldo e giovane ingegno formano la nostra delizia, il primo facendoci gustar tutta la rincivilita galanteria delle moderne produzioni, e l’altra rimettendoci in cuore l’amor di Goldoni che noi avevamo preso ad abborrire sulle scene. Adamo Alberti e sua sorella Giulietta o per dir meglio l’amicizia e l’amore confortarono l’animo del misero Trovarobe; né egli potea resistere alle voci soavi che allora la prima volta gli risuonavano, e comprese che que’due cuori, comeché non nudriti di sventure, non erano però da meno del suo, che vi si potea abbandonare con fiducia, che meritavano e per la generosità e pel fino sentire di essere amati, che erano nobili, erano infine di quella tempra che a lui bisognava, di tempra artistica. Di tal che aiutato a farsi strada per mezzo a mille disagi a mille ostacoli gettò il primo sguardo sull’orizzonte dell’avvenire: ma dové per allora chiudere in cuor suo le passioni, ch’egli già eminentemente sentiva, a causa della verde età: l’età de’voraci sentimenti è diversa dall’età della contentezza. Allora Monti si divise da quanto avea di più caro affin di far passaggio nella Compagnia Colonnesi come ultima parte ed ivi giunse finalmente una sera ad arrischiarsi sulla scena come supplemento colla parte di Paolo nel Paolo e Virginia del chiarissimo Barone Cosenza. Per gli uditori fu una vera maschera quel primo comparire dell’Attore delle ultime parti in abito di primo amoroso, e se ne faceano delle lunghe baie, ma furono costretti a sentirlo dapprima a non disprezzarlo poi, ad ammirarlo ed applaudirlo in fine con gran clamore: il tentativo riuscì, il Dramma si replicò per 6 sere consecutive, e Pietro Monti all’età di vent’anni ebbe un posto di secondo amoroso nella Compagnia Colonnesi. Ma era incolto, il suo padre adottivo Inglese lo avea ammaestrato nei soli rudimenti. Il trambusto di 13 anni d’infortuni non solo non gli avea permesso di progredire ma avealo fatto retrocedere nella istruzione… Incolto a 20 anni! Si dà a tutt’uomo a sopperire il vuoto: si chiude nella Biblioteca legge un poco di storia… ma era troppo tardi ed il genio volea tutta lui la gloria di dare un Artista all’Italia, un’anima sublime al Dramma. Dalla Compagnia Colonnesi passò alla Compagnia Bon. Vi ritrova la famiglia Alberti e si attira la predilezione di Bon, in guisa che quest’uomo il più benemerito dell’arte drammatica raffazzonò i bei pregi naturali di lui con quella stessa cura con cui formò Adamo Alberti. Il Bon avea dal bel principio compreso che i due giovani erano Mario Orsini e Gennaro della Lucrezia Borgia. Ecco il tempo della contentezza: ritrovare, l’amante, l’amico ed un maestro.
Nel 1835 Pietro Monti arriva in Napoli nella Compagnia Tessari, ma non con un protettore straniero come giunse a Messina, non scalzo e morente di fame come giunse a Roma, non da servo come giunse a Verona, ma preceduto da un grido di liete speranze ed affiancato dall’amico e dalla moglie, Adamo Alberti e sua sorella. Egli sostituiva Gottardi, come Adamo Alberti sostituiva Livini, e si faceva presso di noi tale un nome che oggi non può essergli conteso da chicchessia. Oggi è il primo amoroso in Napoli: oggi è impresario in una delle prime compagnie d’Italia… chi? Il monello che sedici anni fa dormiva sui scaglioni di Sant’Agnese a cielo aperto. Leggete questa storia e vedete se il romanzo storico non sia la più vera cosa del mondo. Riunitene gli estremi e troverete che l’ispirazione non va mai per le vie di mezzo. Ma qual è questa ispirazione? Noi vi abbiam promesso la biografia dell’uomo non già dell’artista: ma se pur siete curiosi un’altra volta vi parleremo qualche nostra idea sull’arte di Pietro Monti, perciocché l’arte e l’ispirazione in lui sono una sola cosa.
FRANCESCO MASTRIANI
FRANCESCO RUBINO