In una delle passate sere, mi trovai in una società: vi erano molti pianeti colla coda e senza, e un gran numero di satelliti in guanti e senza.
La società era nel punto più culminante dei suoi furori. Il valzero facea girar la testa a una dozzina di coppie e perderla addirittura a parecchie dame.
La maldicenza formava tappezzeria, ed era rappresentata dalle mammà, dalle zie e dalle signorine che cominciano a perdere il diminutivo.
Secondo il solito, non avendo di meglio a fare, mi posi a studiare; giacché, come sapete, il miglior liceo dov’io faccio i miei studi è una sala da ballo; e i migliori libri in cui con piacere mi addentro sono quelli ligati all’ impostura, vale a dire le donne.
Una damina mi colpì per la sua rossa bellezza e per l’ampiezza del crinolino; e dimandai tosto ad un mio amico che mi era d’accanto:
«Fammi grazia, chi e questa signorina?».
«Ah! Ah! − sento rispondermi − eccoci qui! Tutti sono a domandare le stessa cosa! E una signorina della prima classe».
Io lo guardai attonito, per vedere se sul suo volto era qualche cosa che indicasse lo scherzo; ma la sua faccia era seria.
«Domando perdono; non parlo di quel giovinetto, che le è dappresso, e che so appartenere alle prime classi dell’Istituto Martinelli; ti dimando della signorina».
«E ti ripeto che è della prima classe, e tra queste che girano il valzero appena una appartiene alla seconda».
Il mio cervello incominciava ad imbrogliarsi.
«Fammi grazia; qual è il segno, la caratteristica che distingue l’una classe dall’altra?».
«Sei orbo! Non vedi? Guarda le facce, e subito distinguerai».
«Ah! Indovino, quella celeste?».
«Ci sei! È della seconda».
Interruppe la nostra conversazione un dialogo animato, vivace, collerico che udii svilupparsi dietro a me tra due signorine in aspettativa. L’una di loro tutta fuoco, e col naso rosso per lo sdegno, dicea:
«La vedremo io sono maritata a 13 anni meno un mese, e mi vogliono mettere agl’invalidi! lo non credo di avere una gamba storta o un occhio cieco; grazie a Dio, son fresca ancora. Se almeno mi avessero posta alla seconda classe, meno male! No, questa non è cosa che può andare. Me ne daranno soddisfazione».
E l’altra, che avea gli occhi gonfi di pianto, esclamava:
«Sì, signori, hanno fatto la distribuzione a lor talento; hanno classificato ingiustamente. Io per me dico che la Bettina non dovrebbe stare neppure alla terza. Giuro a Dio che quella pettegola che mi guarda in aria di trionfo l’avrà da fare con me. Vorrei sapere quali meriti ha. Già comprendo: l’hanno messa alla prima classe per impegno! Ma la vedremo! Io non debbo essere sacrificata così!».
E la vecchia a 13 anni meno un mese maritata le dava sostegno dicendo:
«Hai ragione! Che classi e classi! Ognuno stia al suo posto, o, se si hanno da far classi, le dame rispettabili debbono essere alla prima e non già queste mocciose che non hanno ancora trovato marito. Io mi sono maritata a 13 anni meno un mese, e a undici anni avevo già due proposte di matrimonio».
E la piccola soggiungeva:
«Come me! Io non ho che sedici anni e pochi giorni, e gli ho finiti alla Santa Barbara; ed intanto debbo sentirmi posta a seconda classe! Io non lo soffro, oibò! Non lo soffrirò!».
E qui piangeva in modo che peggio non avrebbe fatto se morto le fosse il papà.
In questo, un signore, cogli occhi smarriti, entrò nel salotto, e, fatto interrompere il valzero:
«Per carità, signori – gridò − fermate! La signora Petronilla è assalita da tremenda convulsione, sbatte i piedi, converte gli occhi, si strappa i capelli… no, dico male, non se li strappa per sue particolari ragioni; insomma, si direbbe che voglia morire».
Un subbuglio nacque a queste parole, del qual subbuglio approfittarono le coppie fisse per loro faccende private. Che è stato? Che non è stato? Sommi numi! Che cosa ridicola! Donna Petronilla! Una cosa che si chiama donna Petronilla cade in convulsione! Un poco di spirito, d’alcool, un poco d’aceto! Ma come e avvenuto? Il caldo forse…».
«No, signori, è stato perché hanno avuto la temerità, o, per dir meglio, l’imprudenza di collocarla…».
«Dove?» si gridò con ansietà.
«La decenza mi vieta di dirlo».
«Ma insomma?».
«L’hanno rilegata…».
«Oh cielo! Rilegata! Per qual delitto? La rilegazione!».
«Eh! Che diascine dite! L’hanno relegata ai… veterani».
Un tremendo scoppio di risa fece risuonare tutto il salotto. Poco stante, si ricominciò il valzero; ed io, per non istarmi ozioso, acchiappai una donna di terza classe (le sole che spettino agli ammogliati), e mi posi a girare anch’io, strascinandomi una macchina di non so quanti quintali.
FRANCESCO MASTRIANI