COMMENTI

   È un romanzo impegnativo sul fronte scientifico, medico ed eugenetico in particolare, in cui troviamo l’autore tutto impegnato a misurare il peso dei caratteri ereditari nel comportamento dell’uomo. Come non pensare ai libri del fratello Giuseppe in rapporto al tema principale di questo romanzo? Mi riferisco soprattutto al trattato di Notomia morale: calcolo di probabilità dei sentimenti umani e a quello su L’uomo nella corte d’assise.

   L’omicida in potenza alla fine non compirà il suo atto delittuoso. Questo però non vuol dire che Mastriani rifiuta gli assunti della frenologia criminale, anzi: nella descrizione dettagliata delle caratteristiche frenologiche e gnosognomiche rilevate in Andrea della Neve si può rilevare un riconoscimento di quella misteriosa catena genetica che imprime ad ogni individuo un certo modo di essere e di comportarsi. Ma pure, per Mastriani, questo non vuol dire determinismo poiché − è un suo assunto di base − all’uomo è dato di modificare o rieorientare il proprio modo di essere.

   Su questo stesso importante tema della ereditarietà dei caratteri è opportuno ricordare l’attezzosa Medea di Porta Medina che discende dai lascivi lombi del Re Lazzarone come anche ne discende il protagonista de II figlio del diavolo.

                                                                                                    FRANCESCO GUARDIANI

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  Al preciso seppur succinto commento del prof. Guardiani, ci aggiungo da parte mia:  

  La trama del romanzo si svolge in prevalenza a Napoli, e con personaggi di questa città. Ma tra i protagonisti della storia ci troviamo anche dei personaggi tedeschi, e una parte della vicenda si svolge in Germania, per cui non mancano alcuni riferimenti di quella nazione:

   «Era curiosa la significazione del suo cognome o titolo tedesco Holz von Harz che vuol dire legno de la Selva Ercinia o Selva Nera, come più comunemente si domanda. È noto che questa celebre foresta della Germania è così lunga che, al dir di Cesare, ci volevano sessanta giorni per attraversarla. Questa enorme lunghezza fu in processo di tempo scorciata di molto». [1]

   «La marchesa Teodora avea vasti poderi nelle provincie di Avellino e di Salerno. Il vecchio margravio Leopoldo Holz, nonno di Teodora, ricco e possente barone alemanno, avea seguito in Napoli il conte di Daun, che veniva prendere possesso del regno di Napoli in nome dell’arciduca d’Austria, che prese nome di Carlo VI, re di Napoli, per effetto del trattato di Utrecht. Il margravio Leopoldo Holz ebbe alti ufficii dal re Carlo XI; e tenne per qualche tempo il governo de’due Principati di Salerno e di Avellino, nelle quali province acquistò di molti beni e possedimenti, che ereditò di poi 1’unica sua nipote Teodora».[2]

   «Il dottore Volfango Zeith era un uomo di oltre sessant’anni, allievo del celebre Martell Frank dell’Università di Monaco».[3]

   Francesco Mastriani, conosceva molto bene diverse lingue europee, e tra queste il tedesco, ed in questo suo lavoro, ci troviamo anche una notazione che riguarda tale idioma:

   «Voi sapete, signora marchesa, che la nostra calligrafia tedesca addimanda una gran precisione di profili per rendersi  intelligibile; e la mano di un apoplettico avrebbe tracciato in su la carta geroglifici e ghirigori indescrifabili».[4]

   Saverio Costantino Amato fu un poeta che Mastriani stimò moltissimo e lo cita in diversi suoi lavori. Anche in questo romanzo ci troviamo alcuni versi di una suo poesia:

   «A quella cara morta si poteano bene applicare i bei versi del nostro Costantino Amato

Un’aura così piena di dolcezza

Su la bianca persona si spandea;

Che morte, già deposta ogni fierezza,

Cosa gentile in lei fatta parea.

L’occhio solo era chiuso per vaghezza,

Qual con leggiadro errore un dì solea,

Quand’ella per celar la sua bellezza,

L’azzurrina pupilla nascondea. [5]

   Francesco Mastriani amò molto la sua città Napoli, ed anche in questo lavoro non manca di far nota questa passione per la sua città natìa:

   «forestieri di ogni lingua, attirati in Napoli dal nostro incantevole clima e per vedere il Vesuvio, Pompei e S. Carlino, le tre grandi curiosità napoletane».[6]

   «In Napoli non fa mai notte nella stagione estiva. Tutta la popolazione è in istrada». [7]

    In questo romanzo avviene l’episodio della grassazione e assassinio del conte Alberto Lamberg, in un casino alle falde del Vesuvio. Mastriani fa notare che:

   «Questa grassazione con assassinio occupò per molti giorni i giornali tedeschi e francesi, i quali colsero questa occasione per dipingere le province del Napolitano come altrettanti covi di facinorosi e di briganti».[8]

   Francesco Mastriani amava il teatro, oltre che a scrivere diverse opere teatrali, era bravo anche come critico teatrale, e nei suoi romanzi non manca mai di citare opere e compositori. Ricordo che a Giambattista Pergolesi ha dedicato un romanzo, ma tra i suoi compositori preferiti, da annoverare alcuni che vissero nel suo secolo, come Vincenzo Bellini «era amantissimo ed entusiasta della musica italiana e massime del Bellini […] tutto assorto com’era a sentire quella bellissima melodia del cigno di Catania», [9] Gioacchino Rossini  «aveva ragione il buon Figaro barbiere di Siviglia, quando esclamava: Donne, donne, eterni dei, chi vi arriva a indovinar?» [10] e Gaetano Donizzetti

« Luigi Lablache si fece udire nei salotti della marchesa Teodora Holz: cantò la grande aria del Don Pasquale, musica scritta espressamente per lui a Parigi dal Donizetti». E ancora una citazione per il compositore bergamasco: «costui canticchiava un’arietta del popolo, che in quell’anno fece il giro di Europa: Io te voglio bene assai, e tu non pienze a me!».[11]

   Invece nei riguardi della produzione di Giuseppe verdi è stato talvolta critico nei suoi confronti.

   L’impresario Domenico Barbaja, viene spesso citato nei romanzi di Mastriani, ed anche nel presente ci troviamo scritto: «Pacini e Mercadante onorarono spesso di loro presenza quelle artistiche serate, in cui il vecchio Domenico Barbaja, il Nestore degl’impresarii, veniva spesso a reclutare novelli baritoni o tenori pei suoi teatri di musica e pei suoi corrispondenti dell’alta Italia».[12]

   In appendice di questo romanzo, al quarto volume, composto da 79 pagine, ci troviamo la novella «Taddeo lo stoico». La ragione della presenza di questa forzosa compagnia, la troviamo nella prefazione che Francesco Mastriani fece in un suo libro:

   «Bisognava, pel maggior comodo e guadagno de’miei padroni, editori che da ogni mio romanzo, qualunque ne fosse la mole, si facessero tre o quattro volumetti, avvegnachè la materia non fosse che per un solo discreto volume. Quando la materia di un lavoro non si prestava  a completare le sacramentali novantasei paginette, si pigliava a casaccio una novella, un racconto, una minchioneria qualunque, anche d’incerto autore, robaccia straniera, e s’imbastiva al mio racconto, dandomi questa forzosa compagnia».[13]

                              ROSARIO MASTRIANI

[1] Francesco Mastriani «L’automa o l’eredità del delitto», Napoli, G.Regina 1880, vol.I pag.5

[2] Ibiden, pag.8

[3] Ibiden, vol.II pag.57

[4] Ibidem, vol. III pag.50

[5] Ibidem, vol. IV pag.71

[6] Ibidem, vol. I pag.70

[7] Ibidem, vol. IV pag.33

[8] Ibidem, vol. II pag.13

[9] Ibidem, vol. I pag.18

[10] Ibidem. pag.24

[11] Ibidem, vol. III pag.42. (È una canzone  napoletana per canto e pianoforte, con musica di Gaetano Donizetti e testo di Raffaele Sacco, il titolo esatto è Te voglio bene assaje.

[12] Ibidem, vol. II pag.16

[13] Francesco Mastriani, «Sotto altro cielo», Napoli, G.Salvati, 1882