DI MONSIGNOR DELLA CASA PER ORDINE ALFABETICO
A.
Adirarsi a tavola non istà bene. Perché l’ira smuovendo la bile, facilitando però digestione, ed eccitando l’appetito, va contro tutte le leggi dell’economia domestica.
Adulazione vizio abbominevole massime in un gentiluomo.
Finiscano dunque una volta gli elogi, i panegirici, le necrologie per uomini e donne di dubbiosa fama; non che i sonetti e le anacreontiche per ballerine, cantanti, attrici, ed altra simile gente di tavole.
Adulatori chi sono? Tutti quanti color che parlano bene di quelli che sono presenti.
Alzar troppo la voce non si deve. Avviso a Fraschini, a’ Comici del Teatro Fiorentini, e principalmente al suggeritore, a’venditori per la strada, al mio amico Raffaele Colucci, a’Cani che arrabbiano, ed agli asini che ragghiano.
Andar troppo lento non si conviene. Capite Signor Salvator Rosa? Signora Aurora? Signor Rustico? Signora Formica? Signor Cicerone? Signor Progresso? (voi particolarmente che dovete, progredire). Capite, voi altri innamorati che prendete due o tre anni di tempo per isposare le vostre belle? Capite, voi altri padri di famiglia che fate un figlio in ogni due anni? Capite, ghiri, tartarughe, galli d’India, talpe, e voi tutti animali tardi e pigri? En avant marche.
Attento si dee stare, quando altri favella. È dunque un atto di ineducazione che commette tutto il pubblico del Teatro Nuovo quando guarda ne’palchetti invece di stare attento alla Compagnia francese che parla. Rimproveriamo ancora solennemente que’padri e quelle madri di famiglie che non prestano la minima attenzione a quanto le loro figliuole dicono co’rispettivi loro cascanti: quest’atto incivile può cagionare funeste conseguenze.
Atti di signoria fra compagni non si facciano. Fra compagni è dunque vietato l’esser Signore: si comporti ognuno da facchino.
Atti noiosi a’sensi non si debbono fare; né contrari all’ appetito. Vedete, signori Teatri, che il Galateo v’impone di salvarci dalla noia. Atti noiosi non si debbono fare; e voi ci ammorbate ogni sera con cinque o sei atti noiosissimi e contrari all’appetito.
Atti sconvenevoli per far ridere non si debbono fare. Non sapremmo abbastanza raccomandare questa massima a ballerini di S. Carlo nel passo a tre dell’Ifigenia.
Atti spiacevoli quali sieno. In generale tutti gli atti tribunaleschi che ci vengono spediti al domicilio.
Avvilirsi non deve l’uomo. Ed ecco perché non si avviliscono certi cantanti fischiati, certi autori di drammi tempestosi, certi amanti che fanno fiasco, e certi negozianti che hanno dichiarato il fallimento.
B.
Bacio la mano non si dee dire. Ora non si bacia più la mano a nessuno, fuori che alle donne, che hanno una bella mano; tanto meno nel partirsi da una brigata devesi usare l’anzidetta frase che ha del basso e del cortigianesco.
Buffoni secondano troppo altrui piacere. Quali sono? Antica-mente i buffoni erano addobbati di strane e ridicole vestimenta, portavano le insegne del loro impiego appo qualche grande annoiato; e però tosto riconoscevansi. Ma oggidì è tutt’altra cosa. I buffoni trovansi dappertutto, e non hanno alcun distintivo: ne incontri moltissimi nelle riunioni serali, nelle sollazzevoli brigate, e non mancano neanche nelle case, in cui piangesi un morto. Buffoni sono quegli uomini che parlano a tutto pasto di Filosofia Alemanna e Trascendentalismo, e tutti coloro che vogliono per forza esser creduti Scienziati. Buffoni sono quegli scrittori che mettono sui frontespizi de’loro libri le accademie a cui appartengono, quasi che l’appartenere ad un’accademia desse una guarentigia del loro ingegno. Buffoni sono tutti coloro che affettano gravità per darsi una certa importanza; come del pari que’meschini impiegatucci che spacciano protezione. Buffoni sono tutti quelli che parlano di carrozze, di cavalli, di corse, di teatri, e di altre aristocratiche fanciullaggini. Buffoni sono i dilettanti che recitano la tragedia. Buffoni sono tutti gli uomini nelle loro più gravi operazioni. Buffoni non sono Casaccia, Pappone, Pulcinella, e Suzzi; dappoiché costoro si occupano seriamente a far ridere.
Bugie più leggiere de’sogni; non si dicano.
Solenne sciocchezza! Svista imperdonabile in un uomo di tanto ingegno quanto ne avea Monsignor della Casa. Non solo non è vizio il dir bugie; ma è anzi un obbligo indispensabile in ogni uomo che vuol vivere bene in società. Dimando un poco quale impertinente scortesia non commetterebbe colui, che dopo essersi annoiato 1’intera serata in una riunione, dicesse al padrone di casa: Signore, non ne posso più; mi sono seccato fino nelle midolla delle ossa? Egli direbbe la pura verità e intanto sarebbe tenuto come 1’uomo più villano del mondo. Ed è però che devesi in tal caso ricorrere ad una madornale bugia, e dire al padrone di casa: Signore, non ho mai passata in mia vita una serata più deliziosa.
Due donne s’invidiano e si detestano scambievolmente: in tutto il corso del giorno non fanno che dir male l’una dell’altra, ed augurarsi un diluvio di malanni. Dunque queste due donne (le quali sono impertanto svisceratissime amiche) quando s’ incontrano in una società, o per la strada, dovrebbero (secondo il Galateo ) dirsi scambievolmente: Quanto duole di vederti bene in salute; io ti odio a morte. Vedete all’opposto come sono gentili ed educate! Elleno volano all’incontro l’una dell’altra; la gioia brilla ne’loro occhi; si stringono le destre con immenso amore; si baciano ed esclamano a coro: Quanto sono felice di vederti, angiolo mio! Non è forse la falsa cerimonia il primo vincolo sociale?
C.
Cantar non dee chi ha la voce discordata.
Fiato perduto! Di tutte le massime del Galateo questa è una di quelle che da nessuno si adempie. La principal ragione di questa inadempienza è che tutti coloro che han voce discordata credono di possedere l’organo più armonico del mondo. II pubblico per altro sa la maniera d’insegnare Galateo a tutti quegl’ incivili che per vanità, per ignoranza, o per altro motivo, sono tratti all’obblio di questo precetto.
Cerimonie perché si facciano. Per uso, per convenzione, per non aver che dire, per astuzia, per inganno, e per beffa.
Compagni co’quali non si può durare. I gelosi, superbi, gl’ invidiosi maldicenti, e gli scrittori di cose teatrali.
Consiglio non dee dar 1’uomo se non è richiesto.
Ed è per questa ragione che ci asteniamo di dare i seguenti consigli: 1.° Che Impresa di S. Carlo sacrifichi una volta per sempre l’Ifigenia, prima che pubblico sacrifichi tutti quegli ideali eroi di Grecia, che vengono a dar pugna in aria come tanti disperati mascalzoni che hanno perduto per un punto il terno secco.
2.° Che la Compagnia francese riserbi, D. Luigi per le parti di…. e faccia recitare i drammi solamente dalla suggeritrice; andrà tutta la Compagnia ad occuparne il buco. 3.° Che Altavilla scriva al più presto una commedia sul Lume a Gas e sul Lumino ….te con pulcinella compilatore di cose insoffribili. 4.° Che tutti gli impresari de’teatri regalino agli appaltati questi due biglietti serotini, affinché costoro trovino più svariato lo spettacolo.
Contrastare è opera di nimistà non d’amicizia. Ecco perché talvolta il maestro e i cantanti da buoni amici, si contrastano i fischi che il pubblico ha regalato loro promiscuamente.
Conversazione che fine abbiano. Tutte le conversazioni finiscano, col ritirarsi ognuno in sua casa, accendersi il Lumino di notte e andarsi a coricare.
Cornamusa non è strumento di femmina, e perché. Perché questo istrumento è più leggiero pe’maschi, che 1’han sempre tenuto fin dalla più remota antichità.
Correre per via non dee l’Uomo Nobile. Perché correndo potrebbe scivolare ed infangarsi i blasoni.
Correggere i difetti altrui è atto spiacevole. Avviso a’padri di famiglia, ed agli educatori: lasciate che i vostri allievi contraggano tutt’i difetti del mondo, anzi che mancare alle leggi della buona creanza.
Correggere la natura come si possa. Dandole il cavallo, o facendola restar digiuna.
Cose schife non si debbono mai nominare. Avviso a’ ca…. che spesso annunziano nelle sale de’ cognomi poco decenti.
D.
Disputar si dee per dolce modo – raccomando questo precetto del Galateo a quelle persone che la notte si disputano la borsa altrui, all’angolo di una strada solitaria.
Dormire ove onesta brigata ragioni è poco gentil costume. Avvertimento a coloro che si fan lecito di dormire in quelle brigate, ove ragionasi piacevolmente e per lunghe ore di serve, conigli, di ragazzi, di commari, e di altra simigliante materia di dolcezze domestiche. Stieno altresì in guardia contro questo difetto coloro che si assopiscono nell’udir raccontare il soggetto d’un dramma di un romanzo, o anche nell’ascoltarne la lettura. Riprendiamo ancora i gentili appaltati de’ Fiorentini o del Teatro Nuovo, i quali sovente compongono gli occhi ad un tranquillo obblio, mentre gli Attori si sfiatano per tenerli desti e divertiti.
E.
Errori leggieri guastano colla loro moltitudine la bella creanza. Non peccano dunque contro la bella creanza quegli scrittori che lasciano cadere ne’loro scritti una moltitudine di gravissimi errori; dappoiché il Galateo prescrive solamente i leggieri; sono pel contrario scortesi quegli attori di S. Carlino, che in parlando toscano, commettono una quantità di piccoli errori di grammatica. Per questa medesima ragione raccomandiamo alle signorine di non scrivere mai a’loro innamorati, se vogliono mostrarsi bene educate.
Elevarsi troppo non dee l’uomo − Avviso a coloro che abitano ne’ sesti piani, sul colle San Martino, o sul Vomero. Come ancora è massima inciviltà l’andar sui Camaldoli o sul Vesuvio per desiderio di elevarsi sugli altri uomini. Ed il Galateo non ha convenevoli aggettivi da appiccare a quegli uomini tanto superbi da volersi innalzare co’globi areostatici.
F.
Favellare non si dee che prima non siasi formato nell’animo una idea chiara di quello che si dee dire.
Mezzo mondo parla senza saper che cosa dice, e l’altro mezzo mondo ascolta senza aver capito. Arringano gli avvocati senza saper quel che dicono: recitano gli attori senza intendere un’acca del dramma o della commedia che rappresentano: disputano filosofi senza comprendere neanche significato delle lunghe parole che pronunziano: conversano gli Accademici senza conchiudere mai niente: cianciano le donne per bisogno fisico come le cicale: sputano latino i medici, o parlano di teatri, invece di ragionar sulla malattia degl’infermi: gridano i cantanti senza comprendere l’italiano: strepitano i cocchieri senza che intendano il significato de’loro strepiti: ed infine io medesimo favello a’lettori senza formarmi un’idea precisa di quanto dico.
Favellar troppo non sì conviene ad uomo costumato. Preghiamo il gentilissimo Adamo Alberti di ricordarsi di questo precetto del Galateo; egli che parla sempre nelle farse.
Favellare è un aprir l’animo a chi ode. Questo era probabilmente vero a’tempi di M. della Casa, quando la civiltà era ancora molti secoli addietro; ma di presente l’animo non si apre mai con la bocca: le parole rivelano anzi tutto il contrario di quello che si pensa. Oggidì l’animo è chiuso in un astuccio di ferro impenetrabile, dal quale non esce che una sola volta; ed allora non si favella più.
G.
Gentile chi sia; chi presta denari, chi dice bene di tutti e di tutto; chi dà pranzi; chi seconda l’altrui piacere; chi non si oppone mai all’altrui opinione; chi non dimanda mai il denaro; che ha prestato.
Gergo che cosa sia. I libri di filosofia Alemanna, gli articoli di Estetica, e la lingua italiana parlata al S. Carlino.
I.
Impedire la voglia altrui è cosa spiacevole. E voi volete impedire all’Impresa di S.Carlo di dar sempre un ballo fischiato? Volete impedire agli scrittori francesi di dire le più madornali bugie sulle nostre cose? Volete impedire a’dilettanti di musica di scorticarci le orecchie?
Ingannare è sottil cosa, e artificiosa. Allegri dunque negozianti, impresari, mercanti, venditori, e voi tutti il cui mestiero è d’ingannare il pubblico, allegri! Proseguite nel vostro cammino che conduce alle ricchezze; M. Della Casa, vi difende e v’incoraggia. Voi. Signore Banche Commerciali che amministrate così bene l’altrui denaro, non vi fate scrupolo per niente di presentare ogni anno agli Azionisti un Bilancio compilato con la più fina rettorica: voi, Signori Impresari, che avete nelle vostre mani la vita serotina del pubblico, fate tacere le vostre coscienze, e dateci sempre come artisti di cartello il rifiuto di tutti gli altri teatri: voi, Signori mercanti, che dovete vestirci, vendeteci pure per generi esteri quelli che sono a mala pena generi neutri: e voi, Signori venditori, che dovete nutrirci, non vi lasciate infinocchiar dalla morale, e dateci sempre veleno per cibo. Il Galateo è là che vi sostiene, e dice che le vostre bricconerie sono sottigliezze ed artifici.
Istorie malinconose non si raccontino a tavola. Egli è dunque proibito di leggere o raccontare in tavola le opere del mio amico P. de V.
M.
Maldicenza non si usi – Perdoni questa volta il Galateo; ma io credo ch’egli tenti nientemeno che rendere gli uomini barbari e selvaggi. Se ci togliete la maldicenza, che cosa resterà più delle oneste conversazioni? Se la maldicenza non si deve usare, di che si occuperanno la più cara parte del genere umano, le amabilissime donne? Che cosa faranno più i giornalisti senza la maldicenza? Di che vivrà quello sciame d’eleganti giovanotti, se voi gli togliete il cibo quotidiano? Che cosa diverranno le magnifiche satire di Giovenale, d’Orazio, di Boileau, e di Salvator Rosa? E credete voi che i teatri potrebbero andare avanti con la sola noia delle produzioni se gli spettatori non si divertissero tra loro con lo spirito della maldicenza? Dunque mio caro Monsignor Della Casa, col rispetto dovuto alla vostra parrucca io dico bene della maldicenza, e do libero permesso a tutti, specialmente alle donne di tagliare innocentemente il prossimo loro, e più ancora quelli che non sono prossimi.
Motteggiare non si dee nelle cose gravi. È dunque proibito a tutt’i giornalisti di motteggiare quando parlano de’teatri essendo questi divenuto gravissimi, anzi tanto gravi, che non se ne può più sopportar il peso.
Motteggiar non si dee nelle opere vituperose – Questo precetto è diretto a voi, signori appaltati, che vi fate lecito di vivere, di sbeffeggiare, e fare i graziosi, mentre si sta rappresentando un’ opera vituperevole. Ciò non sta bene; fischiate, ma seriamente, senza ridere: le sentenze fatali non si danno ridendo.
Motteggiar non istà bene a chiunque vuole, ma a chi può.
Vorremmo qui nominare un centinaio di persone, alle quali non conviene di motteggiare per questa cagione; ma è meglio tacere per non sentirmi dire sul muso ch’io potrei essere compreso nel novero di costoro.
Molti debbono mordere come la pecora, non come il cane.
Sono dunque pregati i giornalisti che vogliono fare dello spirito di diventar tutti pecore, e non già cani; dappoiché sembra che i cani erano temuti fin dal tempo di M. Della Casa.
N.
Novelle come si debbono ordinare.
Comunemente le novelle si ordinano ne’giornali tra un articolo bibliografico ed una varietà, ovvero tra un pezzo di Archeologia ed una bizzarria. Per me vorrei che le novelle sentimentali si bandissero una volta da’giornali come articoli usciti di moda, massimamente quando sono scritte da un Ultra – Romantico.
P.
Parlare di che si debba. Questo è quello che sempre m’ imbroglia nel cominciare un articolo.
Parlare non si dee con voce aspra. Avviso a’pedanti che credono darsi una certa importanza dando molto asprezza alla voce; avviso a M. Louis della Compagnia francese e a tutti i bassi cantanti quando parlano in prosa.
Parlar molto non si può senza errore. Se il parlar molto trascina seco di necessità molti errori, s’immagini ognuno quanti se ne debbono commettere nello scrivere molto. Non fa dunque maraviglia se ad ogni pagina di Dumas (quando specialmente parla dell’Italia) v’imbattete in un grosso nespolone: considerate che il pover’uomo è costretto a scrivere un tanto la riga.
Parole sieno chiare. I letterati non vogliono comprendere questo precetto. Dimandate un poco a’poveri compositori di stamperia che cosa hanno da soffrire quando capitano nelle loro mani gli articoli del mio amico de Lauzières che si serve del suo levriere per segretario, e di certi altri scrittori miei amici, che dovrei accusare al pubblico, come tendenti a distruggere le forme delle lettere calligrafiche.
Parole sieno belle quanto al suono. Si proscrivano dunque le lingue nordiche come contrarie al Galateo.
Parole sieno originali della propria terra. Ecco un altro precetto che nel nostro secolo non devesi da nessuno adempiere. La buona società ha il suo dizionario, dal quale nessuno può appartarsi, senza essere tacciato di uomo zotico e pedante. Questo dizionario gallo-ispano-anglo-germanico trovasi vendibile nel Caffè d’Europa dalle ore 24 mezzanotte: ne farò in altro articolo un cenno bibliografico.
Parole non sieno rance – intendasi rancide e non già ranci di mare. Avviso a Monsignor della Casa.
Parole non sieno di doppio intendimento – Si proibiscano dunque da’giornali i Polisensi, le Sciarade, gli Album, le Bagattelle, e le Insalate.
Parole sieno dolci e non amare – Raccomandiamo all’uopo il nuovo Confiseur alla strada di Chiaia.
Parole non si rompano altrui in bocca – Si ricordino in questo precetto del Galateo gli attori de’Fiorentini quando in ispezialità rappresentano i drammi di un Originale Italiano.
Parole non si devono prestare a chi favella – Il prestare qualche cosa procura sempre nemici, massimamente il prestar denaro, libri, e parole. A questo proposito mi ricorda di quel buon Vicario di Wakefield, il quale, quando voleva allontanar dalla sua casa certi parenti ed amici importuni, imprestava a chi un cavallo, a chi un abito, a chi del denaro; ed in tal modo aveva il piacere di non ricevere più le loro visite.
R.
Ragione è negli uomini natural cosa.
Ed ecco un’altra massima, nella quale M. Della Casa non ha affatto ragione: egli crede aver detto tutto, quando ha detto che l’uomo è un animal ragionevole; ma questa solenne bestialità è smentita ogni giorno da’fatti e da’ragionamenti umani. Come si può asserire che la ragione sia proprietà di ogni uomo, quando gli avvocati danno tuttodì ragione a chi ha torto, e torto a chi ha ragione? E poi, se la ragione fosse un dono naturale, perché ci è la Logica Pura, che insegna il modo di formare il raziocinio?
Ridere non si dee senza bisogno.
Che cosa dite degli appaltati de’Fiorentini che ridono alla millesima rappresentazione d’una farsa? E di certi appaltati al Teatro Nuovo, che ridono alle facezie di Bordier, senza neanche averle capite? Di questo precetto tengano conto particolarmente le donne; dappoiché secondo un adagio francese: Chateau qui parlemente, et femme qui rit, sont prèts à se rendre.
Risa sciocche non si vogliono fare. Sia detto questo in confidenza al mio amico Gaetano Somma.
Rustici nella conversazione non son da soffrire. Si allontanino dunque da ogni onesta brigata tutt’i compilatori del giornale Il Rustico, il quale pel titolo che porta è stato già espulso dalle gentili adunanze. Ci vuole uno sfacciato cinicismo per mettersi da sé medesimo in fronte il nome di Rustico.
Sbadigliare non si dee per quanto si può. Meno male che M. Della Casa ha avuto l’avvedutezza di mettere a questo precetto il per quanto si può. Per me confesso che sbadiglio più di cento volte nelle società e ne’teatri; ma non è colpa mia.
Singhiozzo è atto spiacevole. Avviso importante per gli attori che recitano il dramma o la tragedia.
Sogni non si raccontino. Si tolgano quindi i seguenti pezzi dai seguenti spartiti.
Norma. – Sogno di Pollione:
Meco all’altar di Venere
Era Adalgisa a Roma.
Sordello. – Sogno di Sordello:
Io sognai che armato d’ale…
Buondelmonte. – Sogno di Buondelmonte:
Scende la notte, il popolo
Le vie scorreva in pianto.
Si proscriva benanche dalle accademie di canto quella romanza per baritono scritta ultimamente dall’illustre Mercadante intitolata Un sogno, e comincia:
Sognai, o mia diletta,
Sognai ch’io ti era accanto.
Raccomandiamo dunque a’Signori Poeti melodrammatici di non far commettere più ai loro personaggi questo bruttissimo costume di raccontare i sogni… D’ora in poi se li facciano raccontare in confidenza, e ne cavino i numeri del lotto, se vogliono; ma non ardiscano seccare il pubblico con tali sciocchezze.
Starnutare con istrepito non si conviene. Avviso importantissimo in questi tempi di catarri e di corizze.
Stralunar gli occhi è atto spiacevole. Questo avvertimento devesi rivolgere a quegli appaltati de’teatri che vogliono stabilire un telegrafo di sguardi con le quarte file de’palchi.
Stuzzicarsi troppo la barba non si dee. Tengano conto di questa massima i giovanetti di primo pelo, i quali da mane a sera non fanno altro che grattarsi nella speranza di farla fiorire.
T.
Tacere soverchio reca odio. Ed ecco perché molti parlano sempre a costo di dire le più solenni sciocchezze.
quali sieno. I visitatori per eccellenza, gli uomini gravi, i buffoni per professione, i letterati, i poeti, i vecchi e le vecchie: oltre di quelle cose di cui abbiamo tanto parlato, e che ci annoiano a morte; cioè i teatri, i dilettanti, e gli articoli che superano la colonna.
Temperare come si debbano i modi. Si dimandi ad un maestro di calligrafia.
Tenero essere si disdice assai. Di questo precetto tengono strettissimo conto i venditori di carni ed i viventi compositori di musiche, i quali mirano quasi tutti al dotto, e non al tenero.
Tu non si usi con chi non è d’infima condizione. Altieri dunque tanti altri scrittori di tragedie dovevan un poco meglio studiare il Galateo, quando fanno dare del tu a tutti gli eroi dell’antichità a meno che non avessero creduti questi eroi di bassa condizione.
V.
Vestire come si debba. Su questo articolo i lettori si guarderanno bene dal sentire i consigli di M. Della Casa, a meno che non vogliano vestirsi da maschere in questo prossimo carnevale. Sul modo di vestire, s’interroghi Tesorone, attual legislatore della moda.
Vesti non debbono essere troppo galanti e leggiadre. Ecco signori padri, signori mariti, signori fratelli, un precetto di galanteria per la vostra economia farete leggere sei o sette volte al giorno alle vostre figliuole, alle vostre consorti, ed alle vostre sorelle. Ma io sono sicuro che le amabilissime donne non vorranno saperne di questo precetto, e diranno che M. Della Casa era un vecchio parruccone che di tutto potea parlare, fuorché di questa materia.
Vesti debbono essere assettate alla persona. E questo è un altro precetto che non garba molto alle donne per loro particolari motivi.
Usanze comuni nel vestire si debbono secondare. Per questo precetto M. Della Casa si procurò l’amicizia di tutt’i sarti, cappellai e modiste.
FINE
FRANCESCO MASTRIANI