CORRISPONDENZA LETTERARIA

Lettera III.

Napoli 25 ottobre 1839

Al Sig. A. P.

     Le Siècle marche, mio caro, e tutte le scienze, le arti belle e le industrie hanno volto i loro sforzi a farlo camminare il più comodamente che sia possibile. Oh ed è pur avventurosa la nostra età! Certo tante nostre portentose invenzioni, tanti slanci brillanti dell’umana fantasia che con sì gran gioia veggiam posti in realtà, erano per gli antenati nostri sogni di fate, racconti di nonne, visioni di pazzi.

   Le Siecle marche, e non va più fosco e pesante con le ali corte e tarpate della noia, ma vola leggiero e vivace su i fiori al pari di giovin farfalla.

   La strada di ferro non è più per noi la farsa rappresentata al teatro Fiorentini, la tradizione di qualche oltramontano, la relazione d’un geografo e la rimembranza d’un facitor di progetti. Noi abbiamo, la prima in Italia, una strada di ferro colle sue Berline, Waggons e chars-à-bancs, colla sua portentosa rapidità, e con tutte le sue illusioni transalpine, tale come immaginolla quel brav’uomo di Stephenson… e siam volati da Napoli a Portici, e viceversa, col volo d’una rondine, abbiam misurati i secondi co’palpiti de’nostri cuori; abbiam veduto sfuggirci sotto i piedi quattro miglia di terra, mentre col pensiero ne calcolavamo la non breve distanza, e siam giunti a Portici quando credevamo d’esserci allora spiccati da Napoli… E non è questo un sogno! E quelle rotaie non son esse tracciate dalla verga di un mago?

   Son pur singolari quelle impressioni che si ricevono la prima volta, che ci facciamo a correre col Vapore su quella strada… Due a trecento persone si seggono comodamente su morbidi sofà, come in un elegante appartamento, e quasi antiche conoscenze le fossero tutte si parlano con confidenza, e si dispongono al viaggio… di pochi minuti. Una voce stridente, disperata, acutissima, che parte da una gola di ferro posta sulla macchina a vapore, dà il segno alla partenza, e tosto un sorriso di compiacenza, e di meraviglia balena su tutte quelle labbra; si agitano le misteriose vetture, camminano un po’lentamente, e poscia quasi sospinte da un soffio d’un ente invisibile tu le vedi volare su quelle strisce di ferro. Ed allora tu ti rattrovi in una di quelle situazioni impossibili a descriversi, in cui la nostr’anima si apre alle più soavi emozioni, si affratella, per dir così, con tutti gli esseri della natura; ed in effetti all’agitarsi di quelle vetture lo stesso palpito che balzar fa il tuo cuore, si muove del pari ne’petti di tutti gli altri tuoi compagni di viaggio; e non so perché il tuo sguardo va in cerca dello sguardo d’un amico, la tua mano vorrebbe stringere quella d’una cara donnina che ti siede d’ accanto, ed i cui nastri mossi dal vento han toccato il tuo volto… O amico le strade di ferro della tua Parigi non possono stare al paraggio di questa nostra italiana, non perché la loro struttura ed il loro macchinismo le fossero inferiori, ma perché su quelle vostre si stende un cielo nebbioso, rigido, e morto, e sulla nostra è il più bell’aere, il più bell’orizzonte che mai Dio avesse spiegati sulla faccia della terra, ed in queste nostre vetture son donne italiane, donne napolitane, dagli occhi neri e vivaci, dall’eterna gioia de’volti, dalla carezzante simpatia de’sguardi.

   Vuoi tu formarti un’idea, un immagine d’un viaggio sulle rotaie di questa nostra Napoli?… Figurati una natura tutta irradiata a foglie d’oro e d’argento che il sole versa sulle tremule campagne e sulla oscillante marina; un cielo che si spiega sulla bionda terra come un immenso sciallo di raso azzurro; e questo è Napoli, a’ cui confini, poco discosta dal mare, si stende la strada di ferro, verso un paesetto tutto fiori e frutta, smaltato di ville e di case, circondato d’un aria più dolce del latte, più pura dell’acqua, dominato da una colonna di fumo in cui l’astro del giorno fa scherzare i suoi vivi colori; e questo è Portici… Immagina poi quel gigantesco volatile di ferro che si chiama Vapore strisciante da un punto all’altro di que’due incantati paesaggi; figurati seduto in una di quelle due berline, ovvero all’impiedi all’ estremo della macchina fissando cogli occhi un uomo, un albero od altro oggetto qualunque, il quale non appena fissato scorgerai subitamente ad una remota distanza fatto piccino; immagina vederti sotto gli occhi, a modo delle figure di una lanterna magica, uomini, case, boschetti, pianure, marina, colline, tutto trascinato dinanzi a te, come una immensa berlina, e poi nel più bello di questa scena, nella più cara illusione di questo sogno, quando i tuoi occhi contemplano in estasi tanti oggetti posti come in rapidissima fuga, quando tu ti bei di quell’iride di tanti colori, immagina una improvvisa oscurità, una notte fittissima che dura pochi secondi, ed è un ponte che ti passa sul capo come l’idea di morte attraverso le lusinghe della vita… Ecco un quadro che mancava alla nostra Italia, una poesia dippiù alla nostra Napoli, un altro fiore alla ghirlanda gloriosa che cinge il capo del nostro Giovane Augusto Sovrano.

                                                                                                           FRANCESCO MASTRIANI