SCRITTURE VOLANTI
Per la riedizione del suo primo romanzo Sotto Altro Cielo (1847-48), dedicato alla dilettissima moglie Concetta, Francesco Mastriani scrisse una prefazione in cui parla di alcuni suoi lavori definiti Scritture Volanti . [1] Questi lavori, realizzati anche dopo la pubblicazione del romanzo, comprendevano diversi generi letterari: drammi, commedie, necrologie, discorsi accademici, memorie storiche, articoli di bizzarrie, umorismo e costumi sociali, di cui l’editore Gennaro Salvati avrebbe dovuto curare la pubblicazione, dopo quella dei romanzi; per un accordo preso tra i due e che prevedeva la ristampa universale di tutti gli scritti ceduti dallo scrittore all’editore per Istrumento di Cessione di Proprietà Letteraria, il 16 agosto dell’anno 1880.
Le scritture volanti dunque fecero parte del rapporto di collaborazione editoriale tra Francesco Mastriani e il Cavaliere Gennaro Salvati, per la ristampa, ben curata nella forma e nel contenuto, delle opere disseppellite dal cimitero in cui giacevano [2] e a disprezzo di tutti i criticuzzi le cui morsicature di pipistrelli, di fronte alla luce del vero, ne offendevano la vista.[3]
Francesco Mastriani vendette all’Editore Salvati anche molti altri lavori oggi custoditi da Maria Rotunno, in plico manoscritto a lei affidato e venduto per Istrumento Cessione Di Proprietà Letteraria da Francesco Mastriani Cavaliere al Salvati in cui il notaio Raffaele Tucci scrisse anche che una gran parte delle narrazioni cedute doveva confluire nella raccolta “Letture accanto al fuoco”.
Di questo grande tesoro letterario (edito e inedito) custodito amorevolmente in tre capienti cartelle, mi colpisce un plico di cinquanta fogli della grandezza di circa mezzo foglio A4, ingiallito e con la carta indurita dagli anni trascorsi, come per tutti gli altri, su cui si legge, in bella grafia: “Discorso Accademico sul Manzoni” e sotto, racchiusa in una linea ovale chiusa, la parola inedito. È un plico appartenente alle Scritture Volanti, quelle che Mastriani desiderava raggruppare per la pubblicazione, dopo un accurato riordino dei romanzi e delle “scritture,” fatto con riguardosa intelligenza dall’editore.
Per passione personale e professionale, in questa prima inedita pubblicazione riporto il manoscritto originale fotocopiato in postfazione e dattiloscritto nelle pagine seguenti.
La trascrizione del discorso [4] e stata fatta con la massima attenzione interpretativa per non commettere errori, tuttavia se qualche termine non dovesse rispecchiare il manoscritto originale (fogli del 1874), chiedo scusa all’illustre Autore e ai lettori!
MANZONI E IL SUO SECOLO
Signori
«Se men alla squisita vostra gentilezza avessi guardato che all’altezza dello incarico, di cui venni onorato da questa esimia Giunta, vi confesso che mi sarebbe caduto l’animo per giusta valutazione delle proprie forze a fronte della difficolta della tesi, il cui svolgimento fu affidato al mio povero ingegno. Ebbi pertanto la tentazione di scusarmi appo l’onorevole Giunta, anco per la invincibile riluttanza che mi ebbi sempre di porre in evidenza la mia persona; il che non so veramente quanto pochissimo possa giovare in questi tempi di tracotante spudoratezza. Ma mi parve che avrei fatto cosa poco gentile dove io mi fossi, in qualsivoglia modo, schermito dallo accettare il lusinghevole invito, dal quale sento, anzi tutto, il dovere di riferire, a chi devosi, i miei più vivi ringraziamenti.
Incuorato adunque dalla somma vostra benignità e indulgenza, o egregi signori, io mi farò a svolgere bene il più brevemente che mi sarà possibile il tema assegnatomi in occasione di questa festa letteraria, splendida testimonianza dello amore ond’è animato questo solertissimo Municipio per le buone lettere e pel morale e civile progredimento della gioventù aversana.
Quando, or volge un anno, il venerando Nestore della nostra moderna letteratura, Alessandro Manzoni lasciava questo doloroso esilio per volare a quelle celesti regioni, dove già ei precorse colla intuizione del genio e co’sublimi slanci della sua poetica immaginazione, tutta Italia, dalle Alpi al Liliber, non ebbe che un sol nome in su le labbra, Manzoni, e di Lui e delle sue opere fu scritto e parlato ne’giornali, nelle accademie, ne’pubblici e privati ritrovi.
Fu perdita, sventura e lutto nazionali, per non dire mondiali, giacché il genio non ha nazione: esso, al pari della luce del sole, a tutto il mondo appartiensi.
Dopo tutto ciò che diffusamente fu scritto a questi ultimi tempi intorno allo immortale autore de’ Promessi Sposi, che cosa potrò aggiungere io? Ma se l’amore onde io ricercai sempre quei sublimi volumi, da cui mi guizzo nella mente la prima scintilla del novellare, varrà ad ispirarmi alcun novello argomento di riverenza e di ammirazione per tanto Homo, esclamerò coll’Allighieri:
che degli altri poeti onore e lume,
vagliami il lungo studio e il grande amore,
che m’han fatto cercar lo suo volume
Tu sei lo mio maestro e ‘1 mio autore.
Alessandro Manzoni venne al mondo quando il secolo decimottavo correva al suo tramonto. Egli era fanciullo di quattro anni appena, quando il più radicale rivolgimento politico, scoppiato in Francia, gettava nel mondo civile le basi di novelli ordinamenti sociali che doveano rigenerare la vecchia Europa. Ma la rivoluzione francese, che creava su più libera base la sovranità del popolo traviò nella foga delle popolari passioni e si affogò nelli straripamenti della licenza e nel sangue delle lotte civili.
Il secolo decimonono era stato bensì generato nell’ultima decade del Decimottavo, e ne ereditava i principii del nuovo dritto delle genti e della libera discussione.
Una setta letteraria atea e beffarda aveva spianato il terreno alla rivoluzione dell’89. Gli enciclopedisti aveano mantenuto sul fuoco dell’empietà, e poco stante, la croce del Cristo fu atterrata, e su gli altari si rizzò l’oscena parodia della Nazione. Francesco Voltaire il più spiritoso motteggiatore del Cristo, aveva avuto stanza nella reggia di un re scettico e poeta. Parea che la Divina luce del Cristianesimo non desse che assai pallidi raggi. Ed ecco, un solitario di Portareale, un fanciullo a trent’anni può essere uno gigante per la mente, scrive i suoi Pensieri; e Voltaire, spaventato dalle terribili verità contenute in quel breve volume, è costretto a chiamare pazzo sublime l’autore Biagio Pascal. Poco appresso, due geni sorgono quasi contemporaneamente, l’ uno su le sponde della Senna, l’altro su 1’Olona, Chateaubriand e Manzoni. Scrive il primo Il Genio del Cristianesimo, il secondo le Bellezze della morale cattolica un romanzo storico o, meglio, una epopea in prosa, I Martiri, incarna il concetto del primo romanzo storico o, meglio una specie di commovente idillio, I Promessi Sposi incarna il concetto del secondo.
Tutti e due questi eminenti ingegni si fecero a dimostrare, colla logica e colla poesia, che, su tutte le religioni del mondo, la cristiana cattolica si è quella che più favorisce lo sviluppo delle scienze, delle lettere e delle arti; che il gran mistero della vita è spiegato dalla rivelazione; che i dommi del Cristianesimo, avvegnachè superiori allo umano intelletto, non rifiutano l’ appoggio della ragione e della filosofia, alla quale invece comunicano una solida base, per la quale essa può sublime elevarsi; che le più grandi scoperte di che si onora e si giova l’ uman genere sono dovute ad uomini che professavano la pura morale del Cristo; che le audaci conquiste del pensiero, le vere glorie della civiltà e i trionfi stessi della democrazia, non riconobbero altra fonte che nella luce del Vangelo e nella legge d’amore universale onde il Nazareno volle congiunti tutti popoli della Terra.
Il secolo decimonono si annunziava in Italia con un movimento politico religioso che avea schierato gli ingegni in tre campi diversi. Nell’uno eran quelli che volevano affrancato il pensiero da ogni schiavitù di pregiudizi, e proclamavano la emancipazione dello spirito da ogni soggezione alle antiche credenze. Erano capi di questa schiera i fautori delle dottrine alemanne, i volneisti, i volterriani, costoro miravano precipuamente a scrollare e ad abbattere i troni. L’Alfieri, il Foscolo, il Leopardi sono le figure più accentuate di questa scuola che gl’Inglesi diceano Satannica.
Nel secondo campo erano schierati quelli che pur voleano l’affrancamento dello spirito umano, ma spogliando il principio religioso della supremazia del papato, e fondando una società nuova su le basi della pura democrazia. Mazzini e Berchet erano a capo di questa schiera.
Nel terzo campo militavano infine quegl’ingegni più temperati che sognavano il primato d’Italia per mezzo del papato liberale, e che voleano ricondotta la religione ad una forma più adatta alla società presente. Gioberti, Cantù, d’Azeglio, Tommaseo, Rosmini appartengono a questa scuola che diremmo neo-guelfa.
Alessandro Manzoni non appartiene a nessuna di queste scuole. La sua anima contemplativa guarda a’mali di che è travagliata l’Italia, e ne è dolorosamente commossa; e crea una lirica ispirata dal sublime pensiero di rigenerare il principio morale, che pare affogarsi nella esagerazione del sentimento nazionale. Su una società decrepita che delira nella sua agonia, Manzoni soffia una novella vita: il suo amore, la sua carità, sono più che italiane, sono mondiali. I suoi Inni, le sue odi, le sue tragedie e in appresso il suo romanzo rispondono a’supremi bisogni del secolo; e Manzoni è gridato creatore di una forma novella di letteratura.
I movimenti politici del 20 in varie parti d’Italia erano stati seguiti da una decade di reazione, che avea ricacciato nelle prigioni e negli ergastoli le aspirazioni alla libertà. Il Carbonarismo raccoglieva i frutti della sua cieca fede nel liberalismo de’principotti d’Italia. Confesso la mia antipatia per la setta quale si voglia il motto d’ordine a cui rispondono. Le, sette non produssero giammai un gran bene al principio cui servono. Quando non si ha il coraggio di propugnare all’aperta luce del sole il dritto, la verità e la ragione, è meglio aspettare pazientemente che il tempo e le circostanze e il natural progressivo fermento della civiltà vengano a favorire le grandi riforme che mutano i destini de’popoli. Mentre ardenti spirti italiani scontavano sotto i piombi di Venezia e nella Fossa del coccodrillo di Castelnuovo la generosa loro impazienza d’indipendenza e di libertà, Manzoni, nemico d’ogni setta, perciocché troppo amante della luce, seguitava, nel raccoglimento del suo scrittoio la grande opera di rigenerazione morale e politica.
Novelli conati d’indipendenza e di libertà han luogo nel 30 e nel 31. La Francia sbalza dal trono Carlo 10°, l’ultimo de’ Borboni di ramo diretto che regnasse su quel popolo vertiginoso.
La Giovine Italia sorge per opera del Mazzini su le ruine del Carbonarismo. Mazzini annunzia una nuova bandiera Dio e il Popolo. Riconoscendo la suprema necessità di congiungere l’idea religiose al principio politico, il settario diventa uomo d’azione.
Luigi Filippo. Ferdinando 2°, il granduca di Toscana si atteggiano a liberali, impossenti ad arrestare la valenza delle idee, cercano di deviarla col buttar polvere negli occhi della rivoluzione. I congressi scientifici trovano ospitalità financo sul suolo dove regna il figliuolo di Francesco I, colui che dà ai letterati l’onorevole nome di penniferi e che non si perita di dire ai suoi ministri com’ei darebbe una parte del suo regno, purché l’altra fosse composta di analfabeti.
Dopo il 31, le passioni politiche in Italia sembrarono assopite. Abortita la rivoluzione delle Romagne, l’Italia bamboleggiò nell’arcaismo d’una poesia sentimentale in cui la scuola così detta Classica facea rivivere, per mezzo dello antico, i miti del pagano Olimpo, e la scuola così detta Romantica ispiravasi al sentimento religioso o servilmente inneggiava allo splendore de’ troni. Tranne alcune rigorose anime sdegnose, i più belli ingegni surti nel secolo di Manzoni non andarono immuni dello appunto di cortigiania. Il Monti, il Niccolini ed altri furono adescati, sedotti o trascinati a blandire gli orecchi de’coronati. Nel secolo scorso il titolo di poeta cesareo sembrò l’apogeo della fortuna a’ letterati ed a’poeti. Era il tempo de’Mecenati, di cui, non so se per lieta o trista ventura, si è perduta la semenza in Italia. I grandi corpi opachi, pigliavano almeno un certo lustro da’letterati ed erano gridati chiarissimi; e i letterati in iscambio pigliavano da ricchi signori quella parte di beni materiali che dava loro l’agio d’attendere con comodo e serenità a’ loro studi e a’ loro lavori. Oggidì i ricchi sdegnosi d’ogni riverbero di luce, proteggono invece e nutriscono cani, cavalli e danzatrici. Se Dante fosse vissuto in questi nostri beatissimi tempi non avria trovato nelle sue peregrinazioni, né uno Scaligero né un Guido Novello.
Il gran Manzoni, anch’egli, non poté sfuggire di essere abbagliato dallo splendore del terzo imperiale che avea cinto il capo del grande conquistatore del secolo; tanto fascino hanno questi mangiapopoli quando si circondano della così detta gloria militare! Ma il grand’uomo non volle aver faccia cortigiana. Lui sfolgorante in Soglio, vide il suo genio, e tacque; e solo quando al 5 maggio del 1821, l’Alessandro moderno chiuse su uno scoglio del grande Oceano que’lumi che aveano visto pressoché tutta l’orba a lui soggetta, sciolse all’urna un cantico che certo non morrà come il nome del suo autore e quello del gran Capitano che lo ispirò.
Noi diremo del Manzoni quello ch’egli disse di Napoleone:
Due secoli…
L’un contro l’altro armati,
Sommessi a lui si volsero
quasi aspettando il fato.
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
si assise in mezzo a lor.
Dal 1831 al 1848 si poté dire dell’ Italia quello che un ministro di tirannide disse dopo le stragi polacche! L’ordine regna a Varsavia! Sì, signori, l’ordine, come lo intendono i tiranni, vuol dire il silenzio della tomba.
L’ Italia cantava in quel tempo come un fringuello accecato canta nella sua gabbia. A noi massimamente italiani del mezzodì era conceduta la libertà di sbizzarrirci nelle discussioni accademiche, negli arcadii idillii, nelle polemiche grammaticali. Robusti ingegni si svigorivano nelle frivole critiche teatrali ed in istemperati piagnistei sovra un un’Italia che uno schernitore codino austriaco definiva Espressione geografica, ed un poeta francese qualificava terra di morti.
In questo tempo di sonnolenza febbrile, o poco prima, un libro fu pubblicato a Milano, che in un attimo fu letto con avidità da un estremo all’altro d’Italia. Alessandro Manzoni, il poeta degli Inni Sacri e del 5 Maggio, erane l’autore. Questo libro era un romanzo, il cui intrigo si può raccontare in dieci parole. Fu gridato un capolavoro. Non c’era stata dianzi in questo genere un opera più perfetta. La commovente storia di Renzo e Lucia diventò in breve tempo popolarissima in tutta Italia, in tutta Europa. Mentre su tutt’i punti della penisola moltiplicavansi le edizioni di questo aureo libro, in Francia, in Inghilterra, in Germania sen faceano traduzioni ne’rispettivi idiomi. La speculazione libraria, avvoltoio che si ciba dell’altrui celebrità e vive su le sudate carte dello ingegno, si gittò sul libro del Manzoni colla avidità del guadagno; e noi vedemmo in Napoli spropositate edizioni dell’immortale volume, edizioni in cui non ci era parola che non fosse scorretta e travisata, scelleratissimo sacrilegio, di cui spesso furono vittime i più insigni scrittori.
Un vigoroso ingegno napolitano, fatto segno, nella reazione politica del 49 – 50, alle persecuzioni del governo, oggi professore di lettere italiane nella nostra Università, scagliò nelle sue lezioni un motto violento contro l’autore dei Promessi Sposi: il chiamò reazionario!
Questo avventato giudizio contro un nome sì bello e venerato in tutta Europa civile fece una mala impressione; e la stampa periodica raccolse e redarguì la ingiusta accusa.
Il chiaro ipercritico che con troppa passione di parte politica lancio l’oltraggioso epiteto contro il più caro ingegno d’Italia apparteneva a quella scuola letteraria che fu detta rivoluzionaria, scuola che a poco a poco cadde nel discredito, sia perché la letteratura, espressione del vero, del grande e del bello, mal soffre il connubio della politica, che ha per obbiettivo la massima di Talleyrand cioè che la parola fu data all‘uomo per nascondere il pensiero, ossia perché i corifei di questa scuola si affrettarono (salvo poche eccezioni)a disingannarci su la purezza delle loro aspirazioni patriotiche col farsi iscrivere per primi sul bilancio passivo dello Stato e coll’occupare qualcun di loro fino a nove o dieci ufizii stipendiati.
Reazionario il Manzoni! Agguagliare il gran riformatore del principio morale a livello de’Cenatiempo e complici, per non dire dei più famosi briganti che la reazione partorì dopo il 60.
A tal proposito mi sia conceduto lo esilarare per poco l’animo vostro, riguardevolissimi signori, col narrarvi un fattarello di cui fui testimone auricolare l’anno scorso, in occasione della morte del gran poeta.
Mi trovavo una mattina in uno di quelli funebri carrettoni che si dicono per ironia diligenza, le quali fanno transito dalla piazza S. Ferdinando a Foria e viceversa. Trapassando per la Piazza Dante circolavano per questa piazza alcuni cartelloni sospesi ad un’asta; su i quali a grandi lettere leggevasi il nome del rimpianto Manzoni. Due persone che aveano aspetto e vesti di agiati mercadanti, si trovavano nello stesso carrettone dov’ero io. L’un d’essi additando al compagno uno di que’cartelloni, il domandò chi fosse il Manzoni, di cui a lettere stragrandi leggevasi il nome appiccato in cima della pertica. − Come! − rispose l’altro − Non hai mai inteso a parlare della banda Manzi? − Ma sì bene che ne udii a parlare − rispose il primo − Orbene, il Manzi o il Manzoni è tutt’ uno; è il capo brigante che testé fu giustiziato non ricordo ben dove.
Oh! Che cosa avrà detto il nostro Professore nel sentire questo curioso dialogo?
Reazionario il Manzoni! Se un tale epiteto si addice a coloro che con arti turpissime cercano di respingerci indietro nello oscurantismo e nella barbarie, può mai convenire a Colui che fu l’iniziatore in Italia d’una scuola di luce evangelica di vero progresso, di vera civiltà e di vera libertà? Imperciocché se per liberta hassi da intendere lo sprigionamento dello spirito umano dalle tenebre dello scetticismo e dell’errore, non fu certamente chi meglio del Manzoni risponder sapesse a questo sublime concetto umanitario.
È oggidì universale il malvezzo in Italia di gridare reazionario chiunque fa pubblica confessione della sua sincera fede cattolica. Questa pecorina servilità di opinioni ci rattrista per lo avvenire della nostra nazione, dappoiché, veggiamo come a scimmiottare lo straniero e mostrarci alla così detta altezza de’ tempi noi sacrifichiamo le più solenne ed auguste credenze.
Gli spiriti deboli e dappoco si lasciano trascinare al rimorchio de’così detti liberi pensatori, i quali non sono in sostanza che ventosi professori di ateismo Una mezzana erudizione crea l’incredulità dice il sommo Pascal. Una delle grandi sventure dell’epoca nostra si è questa per lo appunto dell’assoluta mancanza di ogni profondo convincimento. L’indifferentismo uccide la nostra società in un atrofia morale, che pone a scopo precipuo della vita il sensuale godimento. L’essere o il non essere, il to be or not to be d’Amleto è spaventevole, o Signori. Il dubbio è ruina della ragione, e l’ultima ratio della superbia e della ignoranza; è l’abisso de’disperati: potrà forse comprendersi su le nebbiose sponde del Tamigi e del Danubio, ma in Italia non mai, dove abbiamo il sole, la luce, la fede, Dante e Manzoni.
Il poeta lombardo è un esempio splendidissimo del come il cattolicismo, il vero cattolicismo, spoglio delle superfetazioni del papato politico, è quello che veramente forma le grandi individualità, i grandi pensatori, i veri patrioti, i veri cittadini.
“L’evidenza della religione cattolica (scrive il Manzoni in una lettera a Diodata Saluzzo) riempie e domina il mio intelletto; io la vedo a capo e in fine di tutte le quistioni morali. Le verità stesse, che pure si trovano senza la sua scorta, non mi sembrano intere, fondate, inconcusse, se non quando sono ricondotte ad esse, ed appaiono quel che sono, conseguenze della sua dottrina. Un tale convincimento dee trasparire naturalmente da tutti i miei scritti, se non fosse altro per ciò che scrivendo, si vorrebbe essere forti, e una tale forza non si trova che nella propria persuasione”
Alessandro Manzoni, nato da donna Giulia, figlia di Beccaria, compie colle opere sue la rivoluzione iniziata dall’avo. E questa rivoluzione morale si compie da lui ponendo l’utile per iscopo, il vero per oggetto, l’interessante per mezzo.
La morte di Alessandro Manzoni ci colpì di profondo stupore. Già da tanti anni ci eravamo così avvezzi a considerarlo come immortale che avevamo confuso l’ente morale col materiale.
Vogliamo qui notare una singolarità, che forse è sfuggita a’suoi biografi; ma noi abbiam sempre cercato nel raffronto delle date certe misteriose armonie morali, la cui intima connessione è segreto di Dio.
Il dì 15 agosto 1799, un gran numero di cittadini, a bruno vestiti, circondavano mesti e lacrimosi un cadavere nella sala terrena del palazzo di Brera in Milano.
Quel cadavere era di Giuseppe Parini, il leggiadro poeta del Giorno.
Tra i dolenti visitatori della Cappella ardente del palazzo di Brera era un giovinetto di tredici anni appena, il quale alla mestizia del sembiante, alla dolorosa immobilità della persona, alla lunga permanenza fatta appo quel feretro, ben chiaro addimostrava come in quella età della spensieratezza e del sorriso il genio avea fatto di quel fanciullo un uomo.
Quel giovinetto era Alessandro Manzoni, colui che dovea_eclissare la gloria stessa del poeta di Bosisio, del gran Parini.
Alessandro Manzoni lasciava questo terreno esilio il 22 maggio, la stessa data in cui Giuseppe Parini centoquarantaquattro anni prima, respirava le prime aure di vita. L’autore del Giorno si studiò per via della fiera e leggiadra satira di correggere gli sbrigliati costumi del tempo; l’autore de’ Promessi Sposi mirò forse ad uno scopo più alto e umanitario, quello cioè di ricondurre il sentimento morale alle Divine Sorgenti, donde esso emana.
Mentre noi scrivevamo queste parole, un altro eminente ingegno italiano spariva dalla scena di questo mondo, l’ultimo forse che perpetuava ancora tra noi la sublime missione del Manzoni, intendiamo parlare di Niccolò Tommaseo, nato quasi col secolo, e strenuo seguace di questa scuola, che vuole rialzare l’umana dignità e il sentimento nazionale, rigenerando nelle pure fonti della religione e il sentimento morale.
Non possiamo por fine a queste disadorne parole senza guardare il nostro Manzoni nella sua vita domestica, in quel tempio dove i grandi pensieri si santificano negli affetti di famiglia e dove si esercita la virtù nelle lotte perpetue che il genio ha da sostenere nella sua breve dimora nella corruttibile umana creta.
Nella vita de’grandi ingegni noi troviamo solenni ammaestramenti ed esempli di mirabile costanza contro i colpi dell’avversa fortuna. “Ad un sol segno, diceva il rimpianto Tommaseo, ad un sol segno si riconosce il genio, la perseveranza”.
Non fu lieta la vita del Manzoni, come la inalterabile sua serenità d’animo darebbe a credere. Tamquam aurum in fornace probavit illos, dice il sapiente in parlando de’giusti.
Sì, o Signori, il Manzoni fu anch’egli provato come oro nella fornace; le tribolazioni e la sventura visitarono la sua casa; ma quell’anima giusta e pia trovò conforto e pace in quella religione che fu, per così dire, la sua musa celeste.
L’ammirazione universale, il plauso de’contemporanei, le blandizie della celebrità non pongono certamente il letterato in una sfera dov’egli rimanga invulnerabile alle saette della bassa invidia, alle morsicature della gelosa mezzanità, alle miserie di questa regione di pianti, alla lenta ma incessante demolizione della carne. Troppo il dolore talvolta anche a’sommi ingegni un grido di disperazione, e l’animo, vulnerato dallo spettacolo esoso delle perenni ingiustizie, si gitta fremente nel dubbio, o cade nello sgomento e nell’apatia. II Leopardi, il Byron, il Goethe maledirono e la società, e il creato; e la bestemmia dello ingegno è terribile perché essa trova un’eco funesta sulle generazioni.
Ma, quando il sentimento religioso è profondamente radicato in un animo grande, il dolore è nobile ispirazione al genio che ravviva la sua fede in Dio.
Così fu del Manzoni; e le più belle pagine della sua Morale Cattolica, i più commoventi episodi de’suoi Promessi Sposi, i più sublimi tratti delle sue poesie, furono forse ispirati nella profonda sua fede nella promessa d’una vita migliore.
Con tutte le mille edizioni fatte de’ Promessi Sposi in Italia, con tutte le numerose traduzioni di questa opera pubblicata in tutto il mondo civile, il Manzoni non fu ricco come non fu ricco giammai il letterato onesto in Italia, quando non volle condursi nelle cortigianie a’grandi e a’potenti, o sdegnò la burrascosa politica, dove tanti fecero a questi ultimi tempi sì meschina figura annegandovi la propria riputazione letteraria e morale.
Il Manzoni non fu ricco; e se il nostro re Vittorio Emanuele nel suo primo soggiorno a Milano dopo le annessioni, non avesse con i danni (?) di vera regal munificenza, assegnato un vitalizio al gran poeta lombardo, forse l’Italia, sempre immemore de’ suoi grandi uomini quando ei sono viventi, avrebbe avuto i1 doloroso rammarico che si ebbe alla morte del Tasso, del Vico e di tanti altri illustri che ebbero giorni di stenti e di privazioni.
Or, non volendo più oltre abusare la benigna vostra ascoltazione, ragguardevoli signori, pongo fino a questo umile mio discorso, facendo voti che dalle opere del Manzoni traggano gl’Italiani ammaestramento al retto viver civile, fede nello avvenire della patria comune a salvezza di principii e di convincimenti morali di cui, per mala ventura, veggiamo oggidì scrollata ogni base nella febbre degl’intenti materiali. Possano le immortali pagine del Manzoni fortificarci nella via del Vero, del Giusto e del Bello, affinché la novella generazione che Li educa agli studi ed alle severe discipline non traligni nelle utopie di nebulose dottrine, e venga su vigorosa nel convincimento de’ propri diritti e de’ propri doveri, in guisa da far sparire dal nostro suolo quella piaga funesta che vede la nostra società, e che addimandasi indifferentismo, piaga che a lungo andare darebbe al mondo civile un tristo spettacolo, quello cioè del cadavere d’una grande e gloriosa nazione».
FRANCESCO MASTRIANI
[1] FRANCESCO MASTRIANI, a cura di ROSARIO MASTRIANI, Napoli Inedita, racconti ritrovati, Nocera Superiore, D’Amico, 2023
[2] Ivi, p.19
[3] Ivi, p.20
[4] Il Discorso Accademico Sul Manzoni di Francesco Mastriani è stato trascritto rispettando in ogni aspetto letterario la bozza manoscritta, originale, del grande Scrittore. Se qualche termine non è stato bene interpretato e perché a volte l’usura del tempo, a volte la grafia non lo hanno consentito. La trascrizione dal manoscritto è stata fatta, in una prima bozza, da Maria Rotunno. Alla prima sono seguite altre tre trascrizioni.