GLI AMORI DI NAPOLI

MISTERI DI FORIA. SECONDI AMORI

I.

   La lugubre campana di S. Martino annunziava la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno 1847…, il tempo, come sapete era a quell’ora scuro e ventoso; qualche vettura di ritorno dal teatro rompeva il silenzio di Foria, per la quale strada non passava quasi nessun pedone: i fanali mossi dal vento gettavano qua e là una luce sinistra e livida; qualche cane baiava in lontananza; tutto spirava tristezza e paura… 

   Soltanto un uomo coverto da un paletot nero col bavero di peli alzato sulla faccia stavasi immobile vicino ad una colonna, e parea che guardasse avidamente le finestre d’una camera postagli di rincontro. 

   Tre sorte di persone stanno immobili a’cantoni delle strade, gli uscieri, i ladri e gl’innamorati: quell’uomo non poteva essere un usciere, perché questa gente non circola di notte; non poteva essere un ladro perché guardava in aria, e non si movea da quel posto; quell’uomo nero era dunque un innamorato. E tanto più ci era da confermarsi in questa opinione, quanto che ogni qualvolta il fanale gli buttava sul volto uno spruzzo di luce, si vedea nel chiaroscuro (non già la mia famosa opera inedita) due guance affilate, pallide pallide, che si disegnavano attraverso il peloso bavero come un fantasma d’ospedale, come un malato della sala clinica. 

   Egli guardava sempre una di quelle finestre; talvolta portava la mano sotto la falda del cappello, e gittava verso l’orecchio un riccio di neri capelli che il vento volea per forza tenergli sull’occhio sinistro: talvolta, quando passava una vettura, egli dimenava il capo in atto d’impazienza, e masticava tra i denti certe frasi, certi moncherini d’idee, scure ed enigmatiche come lui; talvolta teneva a sé medesimo un discorso presso a poco come questo: 

   «Voci del vento che fischiate il cielo, la terra e il mare; tenebre che ballate sull’universo la danza di Magabba; notte, ispiratrice de’sette spiriti; luna spauracchio de’gufi, e lumino delle tombe, stelle che fate l’occhietto, costellazioni amorose, voi la contemplate immersa nel sonno, là in quella camera al primo piano nobile: ella dorme sovra un letto di ferro, e sotto una coperta di lana… ed io tradito, non compreso, io che l’amo come amo il creato, io che ho tenuto nascosta in fondo al mio cuore la più pura passione per lei; e l’ho tenuta celata, come l’oriuolo per paura de’ladri, io non sono stato corrisposto!!!… Morte!… dannazione! Maledizione! inferno!! E mi preferisce un curiale, un uomo delle Pandette! Barbara, possa la mia voce giungere fino al tuo capezzale, e dirti all’orecchio l’amor mio, il mio disperatissimo amore… Ma non sarà detto che la fiamma, ond’ardo e mi consumo, non debba ardere e consumare anche te… Domani saprai qual cuore hai tu sprezzato… Andiamo a scrivere; voglio almeno sulla carta sfogare il duolo che mi trafigge».  E l’uomo non se ne andò a casa, purché cominciava a piovere; ed egli stava senz’ombrella. (Qui domani all’ora istessa uscirà il seguito)

II.

   Colui si chiamava Gianfaldone (vedete che combinazione; pare ch’io l’abbia fatta a bella posta) ed abitava all’ultimo palazzotto della strada Anticaglia. Giunto a casa, senza neanche levarsi il cappello, prende un foglio di carta Bath, e una penna d’acciaio da una scatoletta su cui è scritto English pens, che Gianfaldone ha tradotto, gl’inglesi pensano, e si mette a tavolino. 

   Non sapendo che cosa scrivere, ficca la penna nel buco del calamaio, pone da banda il foglio di carta, ed apre un volume di Klopstok in italiano che stavagli sotto mano; ne legge una pagina, e poi prende il Picco del Diavolo stampato da Pasquale d’Androsio per conto del sig. Roussel, e tradotto da un compilatore del Lume a Gas; poi prende Le Memorie del Diavolo; il Figlio del Diavolo, e la Mare au diable di G. Sand, poi apre l’un dopo l’altro le Lettere di J. Ortis, il Manfredi di Byron, Gli amori di Teresa e Gianfaldoni 1°, I misteri di Londra, e La caduta di una stella di un autore Slavo, fratello forse della Straniera del mio amico de Lauzières. Dopo aver letto una pagina di ciascuna di queste opere tradotte, egli si leva il cappello, prende la carta, bagna la penna, e scrive questa lettera. 

  «Cara – voi regina del sentimento e dell’anima mia, oramai mi avete rotto il velo! Voi avete mostrato predilezione per un altro che per essere più ricco di me, e meglio vestito, e perché balla la polka e fa l’avvocato, vi ha forse illusa, benché io non vi credea così leggiera… Ma egli non tiene? né uomo al mondo può tenere il mio cuore, quel cuore che mi avete visto negli occhi, che avete udito ne’miei parlari, e che ora sprezzate. 

   Il vostro silenzio però non merita il sacrificio de’miei risentimenti, pria muti e solinghi, e adesso nudi e palesi: laonde, v’indirizzo questa scrittura che è la prima… e forse l’ultima pistola d’amore ch’io scrivo… per dirvi che con tutt’i visceri io vi amo e vi amerò fino alle ceneri, laddove anche ossa spolpate, palpiterò di tenerezza per voi… Oh… quand’io più non sarò che un fu, un ex, una felice memoria, una buon’anima. Allora sì, vi ricorderete dell’infelice scribente, e… se non mi avete amato vivo… mi amerete morto!!! Lacerate questa carta, affinché non vi si capisca… Mainò! bruciatela piuttosto, e se una vostra lagrima l’avrà bagnata, la fiammella sarà certo pietosa, e manderò un gemito mesto e doloroso, come un zeffiro che piange per entro a un arido teschio. Rispondetemi in parola od in inchiostro, ché il vostro responso sarà balsamo o losco per quest’anima dilaniata… so vorrei… o Dio… non so che cosa vorrei… Ma!!!… addio!!… 

   Mi firmo in lagrime. Il… per voi GIANFAL… ONE: All’una dopo mezzanotte tra il 47 o il 48. »

   Firmata la lettera, Gianfaldone, il quale avea preso un forte catarro per l’umidità a cui era stato esposto, starnutì tre o quattro volte, ed imbrattò la carta d’altra cosa che di lagrime. Una vecchia fantesca mezzo sorda che filava nella contigua cucina non mancò di gridare Felicità ad ogni starnuto del suo padrone, il quale per la sordità della serva, fu obbligato a ripetere più volte bruscamente: Grazie, e si soffiò con tale strepito che pareva una tromba a chiave. 

   L’innamorato rilesse la sua pistola, e parve restarne pienamente compiaciuto: impazzì due ore sul modo di piegarla, e finalmente si risolvette a chiuderla in modo da occupare il più piccolo spazio possibile: vi pose una cialda di gomma, e la lasciò sul comodino.

  Fatto ciò, chiamò ad alta voce la serva, e si fece portare la pizza con l’olio d’’un grano, sua cena ordinaria. Mangiata la pizza, stette due ore immobile, pensieroso, estatico. A che pensava? È un gran mistero che sveleremo dopo dimane.

   Erano le tre dopo mezzanotte, quando Gianfaldone si spogliò, si accese una lampada, e andò a dormire: 

   Felice notte, gridò la serva da dentro il suo letto (Felice notte ci vedremo domani).

III.

   In casa di D. Andrea Balocchi, strada Foria n. 1420, la sera di Sabato primo gennaio, vi era società. (Mi riserbo parlare delle società in un apposito fogliettino che durerà tutto il carnevale). 

   A due ore di notte la galleria del sig. Balocchi si mostrava oltre l’usato, graziosa e brillante: i giovinotti passeggiavano in mezzo alla Sala (una volta nelle sale ci erano i domestici ora ci sono i padroni) discutendo tra loro accanitamente sul merito della Barbieri Nini mentre sbirciavano le ragazze sedute all’intorno vicino alle mammà, le quali avevano attaccato l’inesauribile soggetto delle loro rispettive fantesche, de’loro gatti, de’talenti de’loro figli, e de’ partiti delle loro figliuole. 

   Questa festa si tenea propriamente in quella casa al primo piano nobile, dirimpetto alla quale la sera antecedente era stato inchiodato il signore Gianfaldone. La regina della festa era appunto colei per la quale sospirava colui. Teresina era il nome di lei (vedete che combinazione, pare ch’io lo faccia a posta) ragazza di 23 anni, che aveva i capelli neri, gli occhi neri, e i denti anche neri; in somma era la vera donna destinata all’uomo nero

   Dappresso a costei sedeva un fashionable più lungo di Emmanuele (Bardare o Rocco, quello che vi piace) con un rabat di cravatta sporgente un palmo in fuora, e con un gilet che gli scendeva quasi sulle ginocchia. Questi era l’avvocato di cui Gianfaldone fa menzione nella sua lettera; e costui parlava sempre e con calore a Teresina, rideva a sganascio, e si dimenava sul sofà con maniere fragorose, impertinenti, e gioviali. Teresina parea compiaciuta de’ modi e sovrattutto delle sonore leziosaggini del curiale, che la faceva tanto ridere: ella trovava un vezzo in ogni parola dello smisurato cascante (Il cielo ne liberi dalle costui cascate). 

   Si organizzò la quadriglia – Otto coppie graziose, profumate, galanti, e istecchite si posero in quadrato! Teresina ballava con l’avvocato – Tra le otto coppie ce n’erano sei composte d’innamorati; le altre due erano formate l’una da una ragazza di 10 anni e da uno stagionato professore, e l’altra da una vecchia mammà che ballava col suo figlio di 14 anni uscito dall’Istituto per le vacanze di Natale. 

   In ogni intervallo di concertino si stabilivano sei regolari dialoghi d’amore; le fanciulle più modeste e novizie parlavano a’loro cascanti guardandosi il piede; e nascondendosi le parole col fazzoletto; le altre più ardite guardavano i loro innamorati, e non si perdevano veruna distrazione aliena degli amorosi subbietti – Le mammà sedute a’canapè tenevano in mano il Lume a Gas o il Lumino

   Qualche volta i dialoghi proseguivano mentre si era già cominciato a chiamare; epperò nascevano molti scompigli e pasticci – La coppia di Teresina e dell’avvocato non si trovava mai a tempo con la chiamata, e per isventura eglino stavano alle prime figure. Ordinariamente coloro che stanno alle prime figure fanno le più infelici figure – Alla grande cheine ci volevano dieci buoni minuti secondi per districare la mano del forense da quella della ragazza. 

   Terminata la prima quadriglia, s’incominciò la polka… Tutte le vecchie sedute a’sofà scapparono nelle altre stanze per non essere esposte a’calci: e le ragazze sorrisero con più gioia a’loro innamorati, perché potevano ballare senza gli occhi delle madri. Questo ballo della polka è grazioso nelle piccole gallerie; dappoiché fa un bel vedere quegli urti continui che danno coloro che ballano la polka figurata, cioè quel ballo ch’eglino si figurano esser la polka – Teresina ballava con un lion più grosso e più tondo di Suzzi.   (a domani il valser)

IV.

   Il valser… gridaron tutti dopo la polka… Otto coppie furiose, saltellanti aprirono il cerchio. Al pianoforte si aggiunsero la malvasia e il rosolio – Teresina non aveva ancora girato – Varî giovinotti con i pollici conficcati nelle altezze de’gilets bianchi, co’piedi in terza posizione di ballo andarono ad invitare la regina della festa, ma ella si ricusò dicendo che il valser le facea venire il capogiro; ma… dopo un quarto d’ora, a grande sorpresa di tutti, si vide rompere il cerchio de’valsanti da una coppia forte e leggiera…Teresina e l’avvocato. 

   La giovine parea sollevata sul pavimento dal vigoroso braccio del compagno, il quale facea rimbombar la sala co’suoi fragorosi stivali a doppia suola, e tremare i vicini per l’orribile furia de’suoi piedi lunghi e acuti. Questa coppia, girò lungo tempo con entusiasmo, con abbandono, con una specie di frenesia. 

   I gelosi e gl’invidiosi ad ogni giro battevano le mani per far terminare di valsare quella coppia, che era la sola rimasta; ma quella coppia avea giurato di buttar sangue valsando

   Finalmente il curiante abbandonò Teresina tutta rossa e affannata sovra un sofà, ed egli cadde morto sopra una sedia, che la mattina fu trovata mezza rotta per l’urto ricevuto – La conversazione si era fatta generale e confusa; la malvasia circolava, le chiacchiere erano cresciute straordinariamente. 

   Si proclamò di far cantare Teresina che aveva una bellissima voce. Disgraziatamente tutte le ragazze, che hanno brutti denti, hanno la smania di cantare – Dopo le solite ripulse e preghiere, proteste ed elogi, ella si decise di cantare un pezzo nuovissimo per Napoli, un duetto della Medea di Pacini, qualora però ci fosse stato chi avesse cantato con lei la parte di Giasone; niuno di que’dilettanti conosceva il duetto… Si sperava quindi internamente che non si sarebbe cantato; ma «Lo canterò io», disse una voce sepolcrale dietro la sedia di Teresina; costei si voltò – Un uomo, o piuttosto una larva, con una chȃsse nera lunga lunga, stava immobile, le sue guance erano livide come quelle di un tisico, i suoi occhi cupi, concentrati, e fulminanti; questi era Gianfaldone.

   Egli e la giovane si accostarono al pianoforte; Teresina guardava quell’uomo con una specie di ribrezzo, perché quegli le aveva fissato in volto i suoi occhi malefici e minacciosi. 

   Il recitativo del duetto andò bene; Gianfaldone cantava con anima e scuola, ma il suo sguardo era orribile; in esso erano scolpite tutte le passioni umane e diaboliche. 

   Quando il duetto fu a quel punto in cui Giasone dice a Medea quelle misteriose e disperate parole: 

 Quindi voti al ciel le notti…

Anco i giorni – Invan! – sta muto. 

Mi respinge, maga aiuto –

Vedi o donna, il mio martir!

   Fu tanta la forza e l’espressione che il tenore dilettante pose a quelle frasi, che la voce scroccò, e una risata generale accolse i furori di Giasone, il quale gettando fiamme dagli occhi partì dalla società risoluto di andarsi ad ammazzare. 

   Medea restò qualche tempo immobile e stupefatta al suo posto, ma quando, dietro la partenza di Giasone, le risa e lo schiamazzo crebbero a dismisura, ella andava a sedersi, una carta piegata si staccò dalla sua veste di seta, e cadde in mezzo alla galleria. 

   Cento braccia corsero a raccogliere quello scritto; cento occhi corsero a leggerlo… Si lesse, ad alta voce; quella carta era la lettera di Gianfaldone, il quale aveva con una spilla appiccato lo scritto dietro la veste della ragazza, un po’più sopra della vita. Rinunzio a dipingere lo sbalordimento, la vergogna, e lo sdegno di Teresina a vedersi così posta in gioco dalla intera società per cagione d’un uomo a cui ella non avea mai pensato, neanche in sogno. 

   Moltissimi fra que’giovani trovarono quella lettera degna della penna di Hugo o di Dumas, altri vi scorsero qualche cosa di Guerrazzi o di Byron; e parecchi altri vi trovarono il germe d’un novello Foscolo; qualche purità credé di leggervi un altro Cesari in erba – In somma quello scritto produsse tanto fanatismo, che si giunse in quella sera stessa a vendere l’originale al maggior offerente.  (A Lunedì, se vi piace)

V.

   Gianfaldone ha risoluto di morire, ma egli vuol morire come il marchese d’Harville de’Misteri di Parigi; niuno deve sapere ch’egli si è data la morte per cagion di Teresina. 

   La mattina seguente alla sera della festa egli scrive a’suoi intimi amici Lorenzo, Antonio, e Ludovico di venire a mezzogiorno per gustar con lui una refezioncella a mò di dèjeuner de garçons. Egli tiene in serbo in sua casa parecchie bottiglie di ottimo Calabrese, benché egli sia astemio. Il suo progetto è di uccidersi dopo la colazione con una bottiglia di preparato veleno, che berrà tutta quanta, poi che se ne saranno iti gli amici, i quali per tal modo attribuiranno la sua morte ad indigestione od ubbriachezza. 

   Verso la mezza giungono l’un dopo l’altro i tre invitati, che sono accolti con ogni maniera di garbatezza dal padrone di casa il quale si mostra loro di piacevol tratto e di sollazzevole umore, per imitare in tutto l’esempio dello sventurato marchese d’Harville. Gli amici si pongono a tavola, mangiano con appetito, dicendo un profluvio di piacevolezze e di aneddoti equivoci; si assaltano i vecchi vetri, e si vuotano l’un dopo l’altro con una prestezza e una grazia, con un disinfare veramente di buona compagnia. – Alla fine del pasto, Gianfaldone che non avea toccato vino di sorta veruna, prende una bottiglia di cognac, e dice ai compagni. 

   «Amici, questa bottiglia è cognac inglese; come avete veduto, io sono astemio; voglio non però far onore alla vostra compagnia, e ne berrò più della metà». 

   Gli amici batton di palma, e Gianfaldone, non curando di ubriacarsi quando avea risoluto uccidersi, tracanna il liquido fino all’ultimo centellino. – Indicibile fu la sorpresa de’tre astanti quando videro la bottiglia interamente vuota; previdero che il capo dell’amico avrebbe ben presto ballato un valser sulle sue spalle.

   Non pertanto Gianfaldone seguitò a trattar bene gli amici, i quali poco stante partiano augurandogli buon riposo, perché lo vedeano traballar sulle gambe, e parlar sragionando. 

  Non sì tosto gl’invitati furono partiti, Gianfaldone prese la bottiglia del veleno, la pose sul tavolino, e la contemplò lunga pezza, come d’Harville guardava e scherzava con la pistola che doveva ucciderlo. Si buttò poscia sovra una sedia e s’immerse in una profonda meditazione su i piaceri della vita, ch’egli andava a perdere sì miseramente per una donna. 

   La colazione scelta e squisita, l’allegria de’compagni, ed un certo insolito brio ch’egli si sentiva nelle vene, aveano dato al suo cervello una disposizione d’idee ben diversa da quella ond’esser dovrebbe compreso un vicino a morte. Gianfaldone pensava ch’egli aveva 25 anni, e un piccolo stato a sé; pensava ch’è una bella cosa l’avere una buona digestione ed un pranzo; e pensava che facilmente avrebbe potuto trovare un’altra donna più fida e costante. Pensando a tali cose Gianfaldone abbandonò il capo sul tavolino, e si pose a dormire. 

   Erano due ore di notte quando si svegliò; si meravigliò di esser vivo; ma non ne restò dispiaciuto. – Si alzò, prese la bottiglia del veleno, e l’andò a riporre nell’armadio donde l’avea tolta, aspettando forse miglior momento per usarla.

                                                                                                        FRANCESCO MASTRIANI