Ma chillo tiempo uh comme s’e cagnato!
Uh comme s’e cagnata a sciorte mia!
Tanno era alliero, e mo so sbendurato;
Ch’aggio perduto a Graziella mia!
Aniello Esposito era un giovine uscito dal Reale Albergo de’Poveri, Bello di volto comeché assai andato a male per il malsano vivere; i suoi occhi avevano il colore del nostro mare, e i suoi capelli lunghi, lisci e ricciuti davano al suo capo l’ avvenenza d’una donna, tanto più che verun pelo non si mostrava sulla bianca e trasparente pelliccina della sua faccia. Egli aveva appreso a suonare il violino, la chitarra e il mandolino; e solea per accattare il pane della vita andare attorno nella città, dando saggi del suo ingegno musicale nelle strade, ne’caffe, ne’trivi, e nelle trattorie a pian terreno. Nella sua miseria Aniello avea modi signorili; e tutti giuravano che egli esser dovesse figliuolo di qualche alto personaggio. Il giovine vivea sempre tristo; la sua persona ispirava pietà e simpatia, e, quando suonava il violino, tanta era la tenera malinconia di quegli accordi. Qualche volta egli cantava la canzona del bastardo.
Non la prece alla madonna,
non il bacio d’una donna,
non la festa ed il convito
fur compagni al mio vagito;
empio figlio del peccato,
venni in terra a lagrimar.
Senza un nome ereditario,
senza un fiore ed un rosario,
fra due cenci avvolto e stretto,
malaticcio e pallidetto;
nella Buca fui lasciato,
sulla terra a lagrimar.
Son trascorsi ormai venti anni
di notturni e mesti affanni,
accattando il pan di vita,
nella strada più romita
sulla terra fui dannato
sempre solo a lagrimar
Povero Aniello! Eppure che mancava a questo giovine per essere un artista? Avea genio, solitudine e sventura; gli mancava una cosa, l’amore, e non andò guari che Aniello era innamorato. Non vi date a credere che l’amore d’un giovin popolano somiglia a quello degli svenevoli amanti che hanno il cuore e la testa alla moda; la miseria e la solitudine generano tristezza e concentrazione; e, quando i primi anni della vita e della giovinezza scorsero senza la felicità degli affetti filiali, quando il cuore restò chiuso nella prigionia d’un avvilente servaggio allora che aprirsi doveva a tutto l’abbandono dell’amore l’uomo a venti anni è assetato d’affetti, e le passioni in lui sono tremende e fatali.
Aniello amò una giovane tessitrice per nome Graziella, e l’amò non perché costei era più bella delle altre donne da lui vedute, non perché avea più vezzi o più virtù delle altre, ma perché fu la sola donna che gittò sul povero Aniello uno sguardo di pietà e di simpatia. Graziella non era né bella, né buona, ma possedea la voluttà delle occhiate, la gioviale spensieratezza di tutte: ed avea diciotto anni. Aniello ne andava pazzo. La fanciulla tessitrice dimorava col padre, e con una vecchia zia sovra le grade del Petraro, in una stanzuccia che riusciva col balcone su tutta la città, e sovra una buona porzione del golfo; l’aria sublime di quel sito, la vita ilare e contenta della giovane, avean dato al suo volto il colorito d’una mela, ed alle forme del suo corpo la rotondità e la freschezza delle Baccanti Pompeiane.
Graziella dalla sua parte amava Aniello, ma senza malinconia senza sospiri, senza pensarvi più quando il giovine la lasciava.
Aniello andava la mattina e la sera a trovar la sua bella. La mattina egli si contentava di starsene sotto il balcone di lei, bruciando a’raggi del sole; dappoiché il padre di Graziella non gli permetteva di salire su. La fanciulla si affacciava, sorrideva all’innamorato, e gli dimandava un mondo di quelle cose che fanno addormentar gl’indifferenti e non fanno dormire gli amanti. Aniello le raccontava la storia sua vita nel serraglio, le busse de’sergenti, e la sua passione pel mandolino, a dispetto dei maestri che non volevano fargli apprendere quell’inutile istrumento. La sera poi, quando il padre di Graziella usciva per le sue bisogne, Aniello saliva in casa, e, col permesso della zia, si sedeva accanto alla fanciulla che lavorava, e stavasene così contemplandola in silenzio, amandola in suo cuore con una passione vergine ed esaltata, con tutto lo sfogo d’una giovinezza compressa ed avvilita. Qualche volta, allorché la zia vinta dall’età e dal sonno, chinava il capo sui gomitolo di lana e restava così pochi minuti, Aniello tremando prendea la mano di Graziella, e la baciava a più, riprese.
Qualche volta i due innamorati uscivano al balcone, nelle belle sere di està; si metteano a ragionar tra loro teneramente, contemplando la città e il mare coverti da’raggi della luna, che vagava nello stellato fondo del cielo come una lampada d’ argento sospesa pe’ritrovi e per gli abboccamenti degli amanti. Aniello era felice: durante quei divini momenti egli si scordava di tutto e di tutti, e benediceva il cielo, che aveva accordata tanta felicità a lui che niun titolo aveva a possederla. Qualche volta Graziella cantava con una toccante voce, e Aniello l’ accompagnava col mandolino.
Questa bella storia durò due anni.
Una sera Aniello fischiò molte volte; Graziella non si affacciò.
La giovine era sparita la mattina con un tenore.
Chi ora vuol vedere il povero Aniello, deve passare a un’ora di notte sotto l’antica dimora di Graziella: ivi lo vedrà accovacciato e istupidito che canta in dialetto:
A core a core co Graziella mia,
steva la sera a chisto pizzo cà!
FRANCESCO MASTRIANI