IL GIORNALISMO

   Sempre che gli scrittori intenderanno l’animo ad opere di letteratura senz’aver considerato innanzi a quale scopo debbano drizzarle, e’saranno lontani da qualunque lode, anzi come inutili sperditori di cosa altissima degni di ogni biasimo diverranno. Ora andando io rileggendo ne’Giornali d’Italia, e ricercando in essi uno scopo, parmi, se non erro, che gli scrittori di siffatte opere periodiche non avessersi un utile un comune un determinato scopo proposto.

   Per dire alcune poche parole sullo scopo del Giornalismo letterario, chè un più lungo discorso riuscirebbe forse noioso, domandarci: i giornali letterarî debbono proporsi lo scopo, che intendesi colle opere di letteratura  conseguire, oppure debbono proporsi d’insegnare queste stesse lettere? Debbono i giornali fare l’ufficio della grammatica e della rettorica, oppure a quello debbono adempire del poema e della storia? Io credo che l’ufficio loro più a quest’ultimo si accosti, che al primo, in fatti il giornalismo altro far non dovrebbe che rendere popolari e comuni le lettere, e con esse quel fine altissimo conseguire, che colle lettere e colle arti vuolsi ottenere, cioè il progredimento della civiltà in quelle classi, in cui questa sembra ancora alquanto straniera. Laonde potrebbe in somma dirsi  che il giornalismo è, o almeno esser dovrebbe, la espressione della cultura letteraria di una nazione ed il mezzo a propagarla, e a farne poscia risentire la benefica influenza su i costumi. Se questo fin oggi siasi ottenuto, e se vogliasi ottenere, io non so; ma so pure che se da questo scopo i giornali si allontaneranno, non sarà da meravigliare se in assai poco conto saranno per aversi da taluni.

   Tanto più importante vuolsi tenere l’opera del giornalismo, in quanto che lo stesso deve dar materia ed occasione di studiare non solo, ma d’istruire dilettando, fine ultimo delle lettere e delle arti. E poiché i giornali non sono propriamente fatti per una sola classe di persone, ma par che vadano per le mani di tutte, debbono perciò servire all’uomo dotto, al giovine culto, alle donne gentili, ed anche a coloro, che sforniti di ogni cultura, fannosi a leggere in quelli per puro passatempo. Il dotto metteranno a corrente delle opere, che altrove si van pubblicando, delle più luminose scoperte, che in fatto di scienze si fanno: al giovine culto faran conoscere le leggi della critica, e la direzione daranno alla sua istruzione. − Ma più di questi, i quali ben sanno altrove e forse con più profitto applicare lo ingegno, prender dovranno di mira il bel sesso, e quelli che da ogni grave e profondo meditare aborriscono; perocchè per costoro è d’uopo adoperare il bello come mezzo al buono, ed esser desto ed attento perché nissun funesto errore vi s’insegni. Leggono i giornali i dotti, leggono gl’indotti; laonde se pe’primi un errore puot’essere smascherato e conosciuto, pe’secondi puot’essere seme che frutti errori ed opere peggiori. Il perché quanto al bene della letteratura e forse anche dei costumi importi la buona direzione de’giornali, chiunque ha fior d’ ingegno sel vegga.

   Per le cose qui sopra cennate, quelli che mettere in fondo vorrebbero ogni ombra di giornalismo, e quelli che troppo elevando a cielo, hanno ragione; i primi per non vederli al fine, cui dovrebbero esserlo, ben diretti; ed i secondi perché comprendono di quanto bene esser potrebbero cagione e mezzo. Io, se m’è debito dir la verità, sarei per essere fra primi più che fra secondi, se non sapessi che dal giornalismo vannosi fortunatamente ritirando alcuni imberbi scrittorelli ed alcuni pilosi scrittorazzi, che ivano empiendo i fogli di pastorellerie, di bagattelle, e o di potenti incensi o di velenosi latrati alla Luna.  − Il giornalismo dovrebbe assolutamente farsi forte dell’opera di potenti ingegni ed atti a conseguire lo scopo, di che sopra ho fatto parola. Ridevole in uno e stranissimo sembrami perciò il vedere giovani usciti testé di scuola presentarsi al pubblico, e con una presunzione al vero troppo buffonesca, mettersi sul criticare e questo e quello, e giudicando così come un supremo ingegno farebbe, dire: temete, o mamozî, ci sono io!!!

   In queste acerbette parole trascorro non per disprezzo altrui, ma per amore di questa bella parte della Penisola, che pur fu ed è madre feconda di tanti chiari lumi, che metton luce per l’Italia tutta e l’Europa. – E per questo medesimo amore prego i miei colleghi di fare in modo che gli errori di qualcheduno e le glorie di qualche altro ci sieno anzi che argomento di farci insuperbire a fronte del primo e invilire allato del secondo, sprone potente a migliorar noi stessi.

                     GIUSEPPE MASTRIANI