Il GIUOCO

   On comence par ètre dupè. On finit per ètre fripon.

 

   È questo un divertimento di tutti i tempi e di tutte le nazioni; e la sua origine rimanda alla più remota antichità; l’ozio e le barbaria il crearono come semplice passatempo, o scherzo innocente; la civiltà lo diffuse, ed ora la corruzione dei tempi ne ha fatto un mestiere e un affare. Non è da revocarsi in dubbio essere stata l’invenzione del giuoco più funesta alla umanità che non il vaiuolo o il cholera. I dadi e gli scacchi, se la tradizione ci racconta il vero, furono inventati da Palamede all’assedio di Troia, e le carte furono inventate da Grignoart per trastullo di Carlo VI re di Francia.

   Esaminerò il giuoco nello stato presente della società e dirò poche cose sull’uso che deve farsi di questo pericoloso divertimento. E dapprima quella prudenza che è tanto necessaria nelle scelte e nell’uso dei piaceri e in questo tanto più indispensabile quanto che esso facilmente i lumi della ragione offusca, e trasporta l’uomo ad atti inurbani e brutali.

   «Invano – grida un profondo scrittore toscano – invano cercheresti nel mondo cosa che più del giuoco tornasse fatale agli uomini. Egli mena la ignoranza, la miseria, la disperazione, più tardi al delitto. Vi rammentate il dipinto di Pussino, il quale rappresenta il tempo che suona la danza alle ore? Così il giuoco canta in disparte un canto satanico per cui quelle quattro furie imperversano baccanti calpestando il cuor dell’uomo».

   La saggezza delle presenti leggi ed istituzioni ha ormai bandito dalle vaste capitali quelle maledette case, in cui tanti scioperati dissipavano a sangue freddo gli averi delle loro famiglie, arricchendone pochi baldanzosi o ladri; quelle case, vero scandalo sociale, vera infamia dell’umanità, nella quale sovra una carta o sul rosso e nero posava talvolta la vita di un disgraziato, o l’avvenire di oneste famiglie. Tiriamo un velo su tali disordini che i provvidi governi hanno saputo avviare, colpendo di giusta pena quegli sciagurati che aprono nelle loro case un adito alla perdizione ed alla infamia.

   Se le convenienze o il dovere vi chiamino in una di quelle case dove si gioca ordinariamente ogni sera; se una imperiosa necessità vi obbliga a formar parte di quei tavolini, procurate, avvegnachè prospera o contraria vi sia la fortuna, di non attaccarvi mai alle carte, e non far prendere il posto di passione a questo divertimento. Se soffrite che il giuoco diventi per voi passione, si svolgerà tosto in furore, ed allora il cielo abbia misericordia della vostra anima e del vostro corpo. Una somma avvedutezza è necessaria quando per inevitabile circostanza foste obbligato ad immischiarvi tra giuocatori tra voi non conosciuti. A quanta perfezione siasi dalla gente portata l’arte di frodar nei giuochi, funesti esempi ne abbiam tuttodì sotto gli occhi. Evitate con solerzia di gittarvi sui giuochi così detti di azzardo; e scegliete di preferenza quelli nei quali non entrano né la speranza di un gran guadagno, né il timore di grandi perdite, e nei quali l’astuzia e la finezza dello spirito abbiano la più gran parte.

   Vi sono dei giuochi che sono in uso nella buona società; ed ai quali si può prendere parte senza rischiar di perdere molto, come il whist, le dame, il dominò, l’ecartè, il mediatore, il tressette ec. Vi è nel saper ben giuocare questi giuochi una vanità che è per taluni forse più potente dell’interesse, e per costoro il piacere della vincita seduce più il loro piccolo orgoglio che non il guadagno del denaro. Quattro amici che mettonsi a sedere intorno ad un tavolino di giuoco, non fanno altro che dichiararsi per due o tre ore una guerra accanita sotto forme civili. Tutte le passioni sono poste in movimento, anche quando unico scopo della partita è il divertimento. Avvegnachè il giuoco debbasi annoverare  più tra i vizi, che tra i sollazzi di onesta gente,  vi è non per tanto nella qualità di buon giuocatore qualche cosa di eroico e di nobile che non si potrebbe negare. Ed infatti, non vi è forse bisogno di eminente filosofia per restare tranquillo ed anche allegro dopo una partita considerevole? Non è egli un atto di eroismo quello di saper resistere alle seduzioni dell’interesse, e far notare all’avversario i vantaggi della sua posizione quando costui non li avvertisse? Qual più nobile carattere che quello del buon giuocatore! Ma oh com’è raro questo carattere.

   Per niente vero è l’adagio che al giuoco e alla tavola si conosce il galantuomo. Un uomo onesto e probo, che in grembo alla sua famiglia non si lascia mai trasportar dalla collera o dalla violenza, che prodiga i danari ai poverelli ed ai bisognosi, che è infine il modello della saggezza e della generosità sarà forse al giuoco irruente e intollerabile, perché non avrà tanta forza di spirito da sostener pazientemente la contrarietà della carta. Un tal’altro al contrario di naturale brusco ed avaro, insoffribile in casa per modi violenti cui si abbandona per ogni disturbo cagionatogli dall’interesse, sarà forse al tavolino dolce ed anche generoso, perché avrà la ipocrisia di queste virtù nel giuoco, e saprà allora contenere l’impetuosità del suo carattere. Nello stato della nostra società, un uomo destinato al commercio del mondo deve conoscere il giuoco, ma non attaccarsi e crederlo un mezzo di giungere alla fortuna; dappoiché nessun giuocatore si è mai arricchito dacché le peste del giuoco si è introdotta nel mondo. È necessario sovrattutto di saper giuocare, per non cagionar talvolta per vostri errori la perdita per gli altri in quei giuochi dove si stabiliscono le partite a compagni. Non giuocate mai con indolenza, perché mostrereste un’affezione di disinteresse che potrebbe esser nociva a voi ed al vostro compagno; ma non date a vedere neanche troppa inquietudine o premura di vincere, come neanche pazza gioia per i colpi favorevoli della sorte né timore disonorevole di perdere. Bisogna tenere un giusto mezzo tra l’inattenzione ed il troppo attaccamento.

   «Comprendete – dice un filosofo francese – che se il giuoco disonora quelli che ne fanno un vergognoso commercio, se mostra alla scoverto la loro avarizia e la loro brutalità, non è meno per un uomo onesto, un mezzo infallibile di mostrare senza ostentazione nobiltà nei sentimenti, giustizia nello spirito, gentilezza nelle maniere, e costanza nell’amore».

                                                  FRANCESCO MASTRIANI