IL PADRE DI UNA BELLA FIGLIUOLA

   Anatolio è un uomo di circa 50 anni, impiegato civile, di persona unga e sottile, un po’calvo sulla fronte, con due piccoli baffi che pendono al bianco. Egli è uno di quegli uomini che non hanno voluto o non hanno saputo mai svestirsi delle costumanze caserecce e delle vecchie consuetudini, e non vogliono in verun modo attagliarsi od aver fede alle idee nuove ed agli usi vigenti. Egli è uno di que’sugheri, i quali credono che, quando un uomo diventa marito e padre, e come se diventasse un trappista, un misantropo e peggio; che non abbia a cacciare il naso dalle mura domestiche, tranne che per andare al suo ufficio nei giorni di lavoro ed alla chiesa nei dì festivi; che abbia a starsene la sera, col berretto di cotone in testa, a bamboleggiare col suoi putti, e far la lista della spesa o del bucato, o a giocare alle cartine del lotto colla moglie e sue attinenze; che gli debba esser proibita qualunque officiosità verso le altre donne, qualunque atto di gentilezza e di galanteria; che debba assumere un contegno da padre nobile, con tanto di muso lungo; che debba sempre aver tra le mani una tabacchiera; e che non gli sia permesso di parlar d’altro che di buoni pranzi, di cene inaffiate da generoso vino; insomma Anatolio credeva, come tanti e tanti cervelli di pan rammollito, che un uomo ammogliato, un padre di famiglia non debba far altro che sborsar quattrini, e pensare ad accrescere la prominenza del proprio ventre.

   Il nostro amico si alza immancabilmente ogni mattina un’ora prima di far giorno, accende il braciere e la pipa, e fuma scaldandosi le mani fino alle sette: a quest’ora si veste; picchia alla camera di sua figlia (unica perla lasciatagli dalla buona memoria di sua moglie); le dà il buon giorno; ordina il pranzo ed esce. Al Caffè del vicolo prende la sua solita; legge la gazzetta officiale; dice una graziosità alla principale, e va al suo officio.     

   Giulietta è la figliuola di Anatolio, un vero demonio in forma di donna, una brunetta con un paio d’occhi neri che fulminano l’anatema su tutte le teorie paterne. Spensierata, vivace, contentissima, ella non fa da mane a sera che cantarellare, saltare, accarezzare e dar pugni al gatto ed alla vecchia zia, con la quale convive. Non si tosto esce il papà, Giulietta spicca un salto dal letto, e corre nella camera della vecchia zia Margherita; se costei dorme, la fanciulla si diverte a torre le ali ad una mosca, e posarla sul naso della dormiente; se ella sta svegliata, le toglie d’addosso le coperte e le lenzuola, l’abbraccia e, fra le grida della vecchia, l’obbliga per forza a fare un valser. Quando Margherita si pone a rimendar qualche antica pezzuola, a stirar la biancheria, Giulietta le tira il filo dalle mani o i panni di sotto al ferro; e fugge per tutta la casa; la vecchia le corre dietro gridando, e il gatto salta addosso alla vecchia credendo che costei voglia far male alla giovanetta.

   Giulietta è amica di tutte le vicine e di tutte le donne che abitano nello stesso palazzo. Ogni mattina spende un’ora buona a chiedere a chi un pezzo di merletto, a chi un’agugliata, a chi un ago sottile, a chi un fiore. La fanciulla conosce tutti gl’ innamorati di tutte le sue amiche, saluta e sorride a’giovanotti, caccia la lingua in faccia a’vecchi, e fa le corna agli studenti. Ella sa l’ora in cui deve passare Federico, amante di Carolina, l’ora in cui Leopoldo, amante di Livia, deve fare il fischietto; sa perché Errichetta ha chiuso i cristalli del balcone al povero Giacomino, e perché Clotilde non porta più fiori al cappello.

    In tutto il corso del giorno Giulietta non si ferma un solo istante; è un folletto, un demonio. Chi ne vuole una perfetta immagine, si figuri uno di que’gobbetti di luce che i fanciulli si divertono talvolta a far ballare per la casa mediante un pezzo di specchio posto al contatto de’raggi del sole. Mentre sta parlando con Carolina, corre alla finestra che risponde sul cortile per vedere se è giunto Leopoldo; mentre sta affacciata al cortile, vola da Margherita e le dà un bacio, e poi corre un’altra volta da Carolina, e poi salta al balcone del vicoletto per vedere lo sciallo d’una signora, e poi dà un calcio al gatto, un amplesso alla fantesca, e poi subito in cucina a bagnare un po’di pane nel brodo, e poi prende un lavoro, lo lascia, corre allo specchio, raggiusta i capelli, fa una giravolta e vola sul terrazzo per vedere come stanno i colombi, e poi scende, corre, e va e viene come una trottola, come un uccello nella gabbia, come l’aura nel cielo.

   Anatolio va pazzo per questa figlia; il buon uomo le fa vincere tutt’i capricci del mondo.

   Una mattina Giulietta stava, contro l’usato, seduta sul letto, seria, pensosa, col capo in giù come chi nutre una doglia segreta. Il buon padre le si accosta, l’accarezza e le dimanda se sta poco bene.

   «Figlia mia, gioia di tuo padre, di’ cos’hai?».

   «Papà, lasciami, voglio morire».

   «Morire! Cielo! Che dici! Parla, sta qui tuo padre; qualunque cosa brami, l’avrai sull’istante».

   «Papà, mi prometti di darmi quel che voglio?».

   «Sì, figlia mia, tutto quello che vuoi».

   «Ebbene, papà, io voglio Federico per marito».

   «Federico! Chi è questo Federico?».

   «L’innamorato di Carolina».

   «Ma se egli ama Carolina, come lo vuoi tu?».

   «Io lo voglio, lo voglio, o mi lascio morire».

   «No, no, figlia mia, vedrò, farò quello che vuoi, parlerò a Federico».

   «Digli che io l’amo da uscirne pazza».

   «Glielo dirò, figlia mia».

   La mattina stessa il buon Anatolio si pone ad aspettar Federico al cantone della strada; il poveretto vorrebbe trovarsi piuttosto sotterra che ad un simile abboccamento; pone il cervello a tortura per pescarvi le frasi con le quali dovrà trattare un subbietto così delicato e difficile; aggiungi che Anatolio non è stato mai buon parlatore; ma l’amor di padre vince tutto. E un’ora che Anatolio aspetta, impassibile come una sentinella tedesca; finalmente spunta 1’amico; Anatolio gli si accosta; e, innanzi che Carolina vegga dal balcone, lo trascina con se dietro un vicolo.

   «Signore, mi spieghi cosa vuole da me».

   «Sono a voi, mio signore, l’affare di cui debbo parlarvi e un po’ lungo; ecco perché…».

   «Ma io non posso trattenermi qui».

   «So che la vostra bella è là al balcone; ma ella non vi ha veduto, epperò potete spender meco una decina di minuti».

    «Sbrigatevi dunque, signore».

   «Eccomi».

   Anatolio, per darsi un certo sussiego, e per preparare una locuzione un po’nobile e conveniente, caccia il fazzoletto dalla tasca, poi la tabacchiera, fa prendere tabacco al giovine e si soffia il naso.

   «Signore, voi forse ignorate che io ho una figliuola?».

  Il giovine lo guarda spaventato; si scosta un poco, e gli dice balbettando:

   «Sareste voi forse il padre di Carolina?».

   «No signore, io sono il padre di Giulietta».

   «Ah! Voi siete il padre di quella bella ragazza bruna, amica di Carolina?».

   «Per servirvi. Non vi ha genitore sulla terra più felice di me; io posseggo un tesoro, una gemma».

   «Ve ne fo i miei complimenti».

   «L’avete mai trattata, la mia figliuola?».

   «No veramente; Carolina mi ha detto che è una ragazza molto impertinente e leggiera».

   «Calunnie, signore, calunnie; mia figlia è innocente come una bamboletta di legno. Quando mi ritiro dall’impiego, mi salta addosso e mi bacia su tutte e due le guance».

   «Permettete ch’io vi domandi se è di ciò che volevate parlarmi con tanta circospezione».

   «Eccomi a voi brevemente. Mia figlia vi ama».

   Federico guarda Anatolio con sorpresa; costui si accorge dell’ effetto delle sue parole e seguita it suo sermone.

   «Forse a voi parrà strano che io medesimo venga a perorar la causa di mia figlia al tribunale del vostro cuore; ma poiché ella non ha saputo trovar miglior confidente che suo padre, io non posso far rimanere infruttuosa la sua fiducia in me; ed io stesso vi prego di acconsentire a diventar lo sposo di mia figlia».

   «Ma, Signore, voi forse ignorate che io sono…».

   «Lo so; voi amoreggiate con la signorina dirimpetto; ma voi siete uomo, e dovete più che all’amore por mente al vostro interesse».

   «Come sarebbe a dire?».

   «Qual’è la dote di Carolina?».

   «La poveretta non ha niente».

   «Ebbene, mia figlia avrà diecimila ducati di dote».

   «Diecimila ducati!».

   «Questa somma, parte in contanti, e parte in rendita iscritta».

    «Signore, in questo momento sono vostro genero; andiamo da vostra figlia».

   Anatolio e Federico non capono in loro per l’allegrezza; eglino voltano il vicolo, e Federico, senza badare a Carolina, entra nel portone di Anatolio.

   Giulietta gli ha veduti salire, e se ne è fuggita in cucina. Il buon padre fa sedere il giovine nel salotto, e va in cerca della figliola. Dopo aver girato per tutta la casa, trova la fanciulla seduta sul focolare, col fazzoletto innanzi agli occhi, e piangendo a calde lagrime.

   «Giulietta mia, figlia mia, che cosa è stato? Perché piangi? Ti  ho portato Federico, sta nel salotto».

   «Vattene, papà, tu vuoi uccidermi!».

   «Come! Io voglio ucciderti! Io voglio il tuo bone, figlia cara».

   «Tu sei un barbaro! E chi ti ha detto che mi avessi portato quello stupido di Federico?».

   «Come! Tu hai detto pocanzi…».

   «Non lo voglio più, non lo voglio più. Se è stato capace di tradire una donna che amava, vedi quanti tradimenti deve fare a me che non ama!».

   «Ma ora come si fa? Egli è nel salotto, ed io gli ho detto che tu vai pazza per lui!».

   «Oh! Quando mai vi ho detto ciò?».

   «Oh! Gesù mio! Non mi hai tu detto che lo volevi per marito?».

   «Poco m’importa; gli dirai che ora me ne è passata la voglia».

   «Ma, figlia mia, pensa che…».

   «Papà, non lo voglio, non lo voglio; tu mi vuoi dunque far morire di crepacuore?».

   «No, no figlia mia, scansi il cielo; ora lo mando via».

   Simili scene accadono spesso nella casa del povero Anatolio. quel folletto della figlia ha l’abilità di sconcertar la logica al capo più assennato del mondo. Spesso ella prega il genitore di menarla ad una  festa; il padre vi acconsente per forza, perché il buon uomo è nemico di allontanarsi da’suoi domestici lari; impiega due ore a vestirsi e mettersi con qualche accuratezza. Giulietta si fa comprare una quantità di oggetti servibili per l’ acconciatura della festa; e, quando Anatolio tutto istecchito, ritto e pronto, con un collo da dromedario e con una faccia da gatto, Giulietta gli si presenta coi capelli discinti, facendo un valser con Margherita, e gli dice ridendo, che non ha più voglia di andare a ballare.

   Ma pure Anatolio è felice, perché padre d’una bella figliuola, Egli vede sempre innanzi a sé un avvenire seminato di fiori. Dovunque egli va è sempre bene accolto: a tavola d’amici i vini più scelti sono per lui; in società tutto il buffetto è a sua disposizione: i giovani gli fanno la corte; i vecchi lo guardano con invidia; le signore gli sorridono; tutti i fanciulli lo chiamano papà. Desiderato dappertutto per la bella appendice che ei mena seco, acclamato, festeggiato, Anatolio passa la vita allegramente; e ringrazia sempre il cielo per averlo fatto padre d’una bella figliuola.

                                                                FRANCESCO MASTRIANI