La nostra portentosa civiltà nel
diffondere dappertutto il lume delle
lettere e lo splendor delle arti dà
luogo alcune volte a certe bizzarre
trasformazioni che ingannerebbero
l’odorato più fino ed esperto.
Chi era il conte Filippo? Di che nazione era questi? Quali i suoi antenati? Quali le sue gesta militari e i servigi renduti alla incognita patria? Il più impenetrabile mistero covriva tali cose. Buccinavano alcuni che egli fosse belga, ed altri francese; certuni asserivano ch’egli era lombardo. II Conte parlava ottimamente italiano, francese ed inglese; e non si potea dire precisamente quale di queste tre lingue fosse la sua materna; dappoiché l’accento era sempre della nazione, il cui linguaggio egli parlava. In quanto alla sua vita sociale, l’amabilità, la disinvoltura, l’eleganza della buona compagnia si scorgevano ne’ suoi modi e ne’suoi discorsi. Egli era alquanto basso della persona; una striscia di folti pizzi a ferro di cavallo chiudeva il suo volto assai pallido, su cui spiccavano due baffi uguali e gentili ed una mosca. I suoi occhi eran grandi e loquaci; ed egli avea l’arte e l’abito di fissarli con quella espressione propria degli uomini fatali e misteriosi. Vestiva sempre con una ricercatezza di buon genere, e soprattutto ammirabile e bella era la sua lunga e lucentissima capellatura. Per compiere il ritratto di quest’uomo, diremo che la sua persona non accusava più di cinque lustri, comeché due solchi profondi si disegnassero nel concavo delle sue guance; e questi solchi addivenivano vieppiù sensibili quando egli restava le ore intere immobilmente immerso in cupi ed angosciosi pensieri.
Dicevasi che quest’uomo fosse di un coraggio imprudente e rischioso, e che avesse più volte posto a repentaglio la vita per mere inezie.
Il Conte Filippo era un giocatore freddo e infelice; perdeva somme vistose senza che il minimo segno di dispiacenza e di rabbia avesse mai corrugata la sua fronte impassibile. Donde cavava egli i tesori che dissipava sulle carte? Quali eran le possidenze di quest’uomo? Mistero.
Il Conte veniva annoverato tra i notabili del paese, e le migliori case si ascrivevano ad onore di ammetterlo nelle loro intrinseche riunioni: imperocchè non vi era leone più di lui versato ne’più sottili particolari di vestimenta di gusto, di acconciature e di novità parigine; egli per altro amava moltissimo la conversazione e le serate del Principe B… Il motivo di siffatta preferenza non si poteva di leggieri indovinare, ma qualche cosa si arguì dall’attenzione con cui egli fissava la figliuola del Principe, giovanetta di rara educazione e di straordinaria bellezza. Sofia (questo era il nome della giovane) era una di quelle fanciulle d’un sentir pericoloso; la sua fibra di seta era talmente sensitiva e delicata che il Principe suo padre era stato costretto di allontanar da lei tutti romanzi di Giorgio Sand, dai quali la donzella traeva fomite alla estrema sensibilità del suo cuore, e che le danneggiavano visibilmente la salute.
Un uomo come il Conte Filippo dovea però a prima giunta colpire l’animo esaltato di Sofia; e le strane dicerie sulla enigmatica vita di colui non potean che scaldare una fantasia nudrita dagl’infuocati vapori della Valentina, della Lelis, e dell’ Indiana.
Sofia esaminò attentamente il Conte; il costui sguardo infernale facea palpitare il cuor di lei; quello sguardo era un fascino, un maleficio, una prepotente seduzione. Dal suo lato, il Conte parea che con solerzia evitasse ogni occasione di trovarsi da solo a solo con la giovane; benché, quando vi si trovava, i suoi occhi non le si staccavano un momento d’addosso.
Sofia sentiva per quell’uomo una specie di ripugnanza, ma, per una strana contraddizione, cagionata forse dall’esaltamento della fantasia, ella provava alla presenza del Conte un tremito convulsivo di tutti i nervi; ella diventava più pallida, più impensierata. Quando il Conte giuocava al whist col Principe e con altri signori, Sofia solea sempre locarsi vicino a suo padre ed in faccia del Conte, il quale la guardava sempre, e null’ attenzione parea che mettesse alla partita.
Una sera, dopo una gran festa di ballo data dal Principe, Sofia si era ritirata nelle sue camere, ed avea voluto restar sola contro l’usato. Un mortale abbattimento posava sulla sua bella persona, gli occhi erano umidi, il seno affannoso. Durante la festa, il Conte non avea ballato una sola contradanza con lei, non le si era giammai accostato, non le avea detto una sola parola. Sofia andavasi spogliando de’fiori e de’brillanti, onde aveva adorno il bel capo… Un vastissimo specchio le stava dinanzi. La giovane restò moltissimo tempo a mirarsi, dappoiché, fin’allora la tapina non si era addata che la sua bellezza, tanto vantata, tanto ammirata ed invisa, andava deperendo per interna e compressa solitudine di affetti! Una calda lagrima cadde da’suoi begli occhi; ed ella svolse un elegante moccichino di battista per asciugarseli. Nello spiegare il fazzoletto vide cadere un pezzettino di carta, cui ella raccolse subitamente: era un biglietto! La giovane titubò lungo tempo ad aprirlo; la poveretta sentiva che se lo avesse letto, era finito per lei! Comeché ella non conoscesse il carattere del Conte, pure avrebbe giurato che quella carta era scritta da lui. Dopo un quarto d’ora d’incertezza, ella finì con aprirlo, come fanno tutte le donne in simil caso, perché in loro domina una passione forse più potente dell’amore, la curiosità. Il biglietto era cosi concepito:
«Adorabile Sofia, il mio perverso destino vuole per forza che io vi ami. Questo amore è per me un inferno. Se domani, quand’io giocherò, non vi sederete vicino a me, avrete il piacere di sentire annunziata la fine del CONTE FILIPPO».
II domani, Sofia si levò tardi e malata; ogni parola, ogni lettera di quel laconico biglietto trottava nel cervello di lei come un’aura di fuoco. Eppure Sofia era felice di una felicità di ebbrezza, felice nella febbre del cuore. Povera fanciulla!
La sera, quando fu stabilita la partita di whist, Sofia per la prima volta non si sedé vicino a suo padre; ella era a fianco del Conte Filippo; ma così pallida, così dimessa che facea pietà.
Un mese dopo, fu conchiuso il matrimonio tra questi due innamorati. Il Principe era stato dapprima avverso, ad un tal nodo, perocchè egli diffidava di quell’uomo, cui nessuno poteva al giusto definire; ma l’estrema passione di sua figlia, la stessa garbatezza del Conte, il quale era infatti il più amabile degli uomini, decisero l’ottimo padre ad acconsentire agli sponsali. Allorché si trattò di stipulare la scritta di nozze, poi che il Principe ebbe assegnata una ricca dote alla figliuola, e fatto vistosi doni allo sposo, dimandò a costui quali possidenze egli mettea dal suo canto per assicurare la prosperità ed il decoro della nascitura famiglia. Il Conte, a gran sorpresa di tutti, trasse di tasca un taccuino, e mostrò agli astanti dieci biglietti di Banco scindibili a vista ed a suo ordine presso i più rinomati banchieri europei; e ciascun biglietto era della somma di ventimila franchi. Una cosi gran ricchezza in un portafogli che il Conte portava addosso, e che in una sventura di gioco egli avrebbe di leggieri rischiata e perduta, dettero la più ampia prova del bizzarro carattere di quell’uomo, vero enigma della società.
Siamo al giorno delle nozze. Un profluvio di fiori, di cere e di profumi investe le sale; il guardaportone è nel suo abito trionfale; i servi nelle loro lunghe livree. Migliaia di biglietti d’ invito circolano per tutta la nobiltà del paese; le più eleganti signore si mettono in movimento fin dal mattino per la scelta delle loro acconciature. Secondo il solito, si spende molto dai padroni, si ruba moltissimo da servi, si critica da tutti gli amici. Lo sposo è obbligato a rispondere ad un migliaio d’inettezze indecenti, e la sposa a una infinità di felicitazioni dettate dal dispetto e dall’invidia. Presso i grandi, il matrimonio è una festa pubblica, uno spettacolo a tutti gl’indiscreti, una cuccagna pei parassiti! II Conte Filippo non avea punto alterata la sua acconciatura usuale ed elegante; solamente i suoi capelli eran più lucidi, più vagamente lisci nella zazzera di dietro, i solchi nelle sue guance erano visibili.
La sera, qualche ora pria di trarre al tempio, il Conte Filippo entrò nella camera della sposa per osservarne l’acconciatura. Sofia è in un abito di raso bianco a fili d’oro: finezza, eleganza, leggerezza, elasticità, tutto è nel taglio di quella beltà modesta e sublime. Un diadema di brillanti sul capo di lei spicca meno de’ serici capelli accomodati alla greca. II Conte è restato estatico innanzi alla maestà della sua sposa; egli non può staccar gli occhi da quel corpo così elegante sotto l’oro e la seta. In un momento, il Conte dà un grido, si tocca il capo, corre alla sposa, con la mano le rialza il mento, ed esclama:
«Ci è un difetto nell’acconciatura del tuo capo, un difetto notabile, mia cara Sofia».
La giovane il guarda stupefatta.
«È uopo togliere questo difetto; l’acconciatura alla greca non mi va a sangue; bisogna accomodare il tuo capo alla Queen – Victoria. Andiamo, mi prende un capriccio; accomodatevi, cara sposa, vi servirò io stesso da parrucchiere».
«Voi!!».
Il Conte fa seder Sofia, le toglie dal capo i diadema, le svolge la lunga chioma, prende i pettini, e, in pochi minuti, aggiusta quel capo in un modo così bello, con una grazia cosi aerea e sorprendente che tutti restano presi dalla più forte maraviglia.
«Andiamo al tempio − dice il giovane Conte − andiamo, stasera la vostra pettinatura passerà in moda in tutta la Corte. Non dite ad alcuno chi è stato il vostro parrucchiere».
Il domani delle nozze, il Conte Filippo consegnò un biglietto di visita a sua moglie, dicendole:
«Tu vuoi sapere chi è tuo manto? Leggi adunque».
Su quel biglietto era scritto questo nome: Philippe Foulquier Coiffeur de Paris.
Il Conte Filippo era dunque un parrucchiere! Tremendo disinganno per la povera Sofia! Tremendo esempio per le fanciulle romanzesche ed esaltate!
FRANCESCO MASTRIANI