In un salotto leggiadramente addobbato e schiarato dalla fioca luce che s’insinuava attraverso le colorate coltrine, verso l’una dopo mezzogiorno, si vedevano quasi sfumate tre signore come tre vignette d’un album. Una di loro che sedeva sovra una profonda poltrona di raso, posando i molli piedi sulla pelle di un tigre, e tutta intesa ad un libro che aveva nelle mani, era la madre delle altre due giovanette, le quali, forse in aspettativa di qualcuno, sciupavano il tempo a sfogliare un volume del «Museo di famiglia», dando a quando a quando un’occhiata ad un vastissimo specchio, che rifletteva la composta sala, e ad un orologio a campana sostenuto da eunuchi dorati.
Quella marina le due sorelle eran balzate dal letto prima che il sole si fosse posto in cammino; eransi chiuse per tre ora fra i profumi ed pettini; e ne erano uscite raggianti, arcibelle, orientali, come due corifee vedute dalla sesta fila de’palchi. Alzira la primogenita, aveva capelli biondi e slavati come quelli d’una fanciulla tedesca, occhi cilestri, e denti bianchissimi ma disuguali come una scala semitonata. Lilà, la secondogenita, era un vezzo, un amore, uno spirito, una grazia, e facea perdonare al suo gran difetto, quello di avere i denti del colore dei capelli. La madre poi, di cui non saprei dirvi il nome, era tuttavia fresca e giovane, ed immensamente ricca di sua dote, oltre i beni del defunto consorte i quali non ascendevano invero a somma vistosa.
Uno dei più bei giorni della vita d’una donna è certo quello in cui l’amante viene formalmente a chiederla in isposa a’genitori. Questo giorno è l’ultimo dell’alunnato d’amore. La speranza comincia a farsi certezza; il nome di fidanzato surroga quello di amante; ed il giovine può corteggiare pubblicamente la futura sua sposa. Bei sogni di testoline donnesche, brillante avvenire seminato di fiori giocondi e sempre vivi, magnifica poesia della vita, perché mai così presto sei seguita dalla gelida prosa?
Da parecchi mesi Alberto frequentava la casa di queste signore; egli era un bel giovine, impiegato d’amministrazione civile. La sera giocavasi il mediatore o l‘asino; si cantava qualche pezzo in moda, o si ballava; ed Alberto giocava, cantava e ballava con grazia e disinvoltura. Le due sorelle erano da lui a vicenda invitate alle contradanze. Qualche parolina lasciavasi andare giù sommessa e misteriosa.
Alzira tenevasi amata alla follia, quantunque il cascante nulla le avesse detto di positivo e di chiaro; e parimente Lilà rideva in cuor suo dell’errore della sorella, dappoiché fermamente idolatrata si estimava.
Una sera, la vigilia del mattino in cui abbiamo conosciute queste signore, Alberto, dopo un furioso valzero con Alzira, si accosta alla mammà, e sommessamente le dice:
«Signora, le vostre figliuole sono un incanto: io le adoro ambedue, ma non posso però sposarle entrambe; questa notte penserò alla scelta, e domani, se voi non opporrete ostacoli alla mia felicità, verrò a chiedervi quella che il mio cuore avrà preferita».
La mammà sorrise, schiudendo una bocca di perle, e permise al giovine di fare il piacere suo.
Eccoci dunque di ritorno al salotto, dove le due figliuole stanno palpitanti di speranza e di timore. Quale sarà la preferita? Per la prima volta queste due care sorelle si contemplano scrupolosamente sott’occhio nei minimi particolari di loro bellezza. Alzira osserva con secreta gioia che le grazie di Lilà sono incerte e mal pronunziate, che la carnagione di lei non è così bianca come la sua, che tutto tradisce in lei la mal simulata civetteria, e finalmente quei denti la rassicurano. Lilà esamina a sua posta la imbecillità de’lineamenti della sorella, gli occhi di gatto e la soverchia pretensione di costei. Ma niuno sguardo queste due ragazze han volte al loro morale, come se ne’loro corpicini non albergasse un’anima, e sotto i loro elastici busti non palpitasse un cuore. Mie care donne, spesse fiate anche le più savie non fanno altrimenti.
Il signorino Alberto è annunziato. Tosto le due zitelle compongonsi negli atti e nel volto, e la mammà si alza per ricevere l’elegante futuro genero. Egli è vestito con moltissimo gusto ed eleganza: si presenta come se avesse camminato sull’aria. Poi che le solite frasi di convenienza e d’uso furono spacciate, non che le immancabili osservazioni metereologiche, si attacca di botto il subbietto favorito; ed il giovine con un sorriso a for di labbra, con il pollice della destra nel più alto occhiello del corpetto di cascemirro, e coi piedi in seconda posizione di ballo, volto alla mammà cosi si espresse:
«Signora, non mai situazione più rincrescevole della mia credo essersi presentata ad uom vivente, perocchè, amando di vero cuore le due vostre figliuole, non potrei che una sola torre a moglie; e nella scelta nulla certamente potrebbe decidermi all’ una piuttosto all’altra. Onde, dietro ferma risoluzione, se voi non ricusate la mia mano, io mi crederò bastantemente fortunato nell’isposare la madre di queste due virtuose ed avvenenti fanciulle, che da ora in poi tratterò come sorelle».
Alzira e Lilà imbiancarono in volto; la madre si fece rossa; ed Alberto un mese dopo era padrone della graziosa fortuna della signora che saviamente egli avea prescelta per non pizzicar l’amor proprio delle figliuole.
FRANCESCO MASTRIANI