Fra le molte mie, ma piccole ambizioni, da parecchi anni avute perennemente in pensiero (ed è cosa da sapersi necessariamente non solo per lo bene de’presenti, quanto per lo utile de’posteri) vi è stata quella di avere una canna.
Non crediate che io dir volessi canna da pesca (arundo): non sarebbe stata questa l’oggetto di ambizione. Un grano, al più due grana sarebbero bastate per appagare il voto – Io intendo quella che diciamo canna per eccellenza, per distinguerla da molte altre canne, a moltissimi diversi usi inservienti, né canna di zucchero; ma canna d’India.
Ebbi finalmente, o terque quaterque… ebbi intendete, non pagai, la canna per eccellenza, una canna d’India! Una canna d’India, la quale canna d’India sarebbe stata bene, per la sua altezza o lunghezza, come meglio volete dire, sarebbe stata bene in mano all’ultimo de’Catapani o a Casacciello nell’Agnese, o al Maire di Londra nel Chatterton, o a D. Fabio nell’Aladino.
Ebbi a pensare non poco (vedete i tormenti della ricchezza!) per risolvere sopra quale punta dovesse cadere l’amputazione: se da sopra, mi restava da sotto troppo sottile: se da sotto mi restava troppo grossa da sopra – Ma furono tante le ragioni che mi vennero per la mente a favore o contro dell’uno e dell’altro estremo, che mi decisi farne tagliare (ed andate a dire che non sta nel mezzo la virtù, le juste milieu!) un pezzo di su e un pezzo di giù – E di que pezzi, suddivisi in sezioni orizzontali, ne ho fatto turacci i quali fanno la figura più bella che si possa immaginare sopra ventiquattro bottiglie… vuote.
Un lunedì presi la canna, ancora canna e non bastone, e la portai ad un bastonaro – Il bastonaro è un industrioso, cioè che fatica per l’industria, in tempi dell’avanzata civiltà: dal Largo di Palazzo all’Orticello, voi trovate tutt’i generi di bastonari, da quello che vi vende uno stecco venuto di Francia, e ve lo fa pagare quanto costerebbero quattro posate di argento, a quello che vi dà una vite per sei grana – Che bella cosa che è il progresso, se tanti perdono belli e buoni danari per avere un bastone.
Il bastonaro adunque al quale mi diressi, fu verso il Palazzo che verso l’Orticello, ed io che …comodamente non calcolai bene verso quel polo mi bastava, ebbi a garrire con lui per tre quarti di ora. Voleva egli, e non si dava un pensiero alcunchè delle gravi riflessioni da me fatte, voleva tagliarci sopra, ed io dovetti trattenergli il braccio armato di una sega tanto più terribile quanto più manegevole e non ebbi a stentar poco per persuaderlo alla cauta operazione. Tagliate le due punte che io ampiamente raccolsi, eccolo armarsi di una lima, e cominciare sbadatamente a grattarmi uno de’capi – Emi con tenni per la seconda volta, e per fortuna, con faciltà perché andò a cercare i calzuoli e le borchie.
Eccolo tornare con due cassette, con borchie d’oro, di argento, di argento dorato, di ottone argentato, di ferro abbronzito, di acciaio violetto, di varie corna di tutt’i colori, e di tutte le fogge dalle ignote più strane: con calzuoli di osso, di legno, di metallo – Quale volete, mi diceva; senza sapere i miei principi economici – Di argento? Argomentò egli dall’aspetto della mia figura, di mezzana, per non dire mediocre proprietà – No – Di rame dorato? – No – Di avorio? – No – Di corno di cervo? – Ah! esclamai, e per la noia delle domande per le quali mi toglieva colui la libertà di sviluppare i miei pensieri, e perché que’due segnacasi e que’due sostantivi mi facevano sentire nel fondo della mente varie antitesi, sincopi, contrapposti ad anomalie – All’ab… aggiunsi il quarto no, ch’ebbe il valore di frenare la cacaiuola del mio interrogatore – quando lo vidi tacere, non senza la intima, per me, gioia del trionfo, soggiunsi: Questo è bastone che mi serve quando comincio a zoppicare perché si approssima la gotta della quale si è fatto l’elogio da’tuoi amici Coquelet Galateo e Franzesi, o pure quando seguito a zoppicare perché la podagra è passata – Il bastonaro mi disse che non sapeva la grotta della loggia, e che non si ricordava se que’ signori da me nominati erano suoi conoscenti, essendo egli esposto al pubblico; e soggiunse che senza la verolessa ed il pomo il bastone è mazza di scopa – Ci volete metter questo? e mi presentava una palla di pelli intessuti − No, no, dissi per addolcire un decotto di canedrio (il bastonaro fece una brutta faccia) ne occorre tanto, quanto prima ne bisognava per fare una bottiglia di rosolio… − E qui come lo volete mettere? Accennavami il piede del bastone – Di ferro, dissi,… perché il ferro (al mio primo perché il bastonaro si affrettava all’opera) dopo dell’oro, che fa venire la fame e la sete (io mi ricordava delle parole di Virgilio e di Orazio, ad il bastonaro apriva tanto di occhi) è il più tenace de’metalli; perché ha un odore suo particolare (vidi sulla gola sinistra dell’artigiano un segno di sorriso derisorio); perché è più leggiero dell’acciaio, ed acquista la qualità della calamita – Che cosa è la calamita, mi disse; ed io che voleva scherzare; soggiunsi; La calamita è sorella della calamità: dalla calamita io sono portato a te, e tu mi dai la calamità della raucedine: dalla calamita tu sei portato alla taverna e dalla taverna esci con la calamità dell’ubbriachezza: dalla calamita egli è portato al gioco e n’esce con la calamità della perdita: dalla calamita (io voleva coniugare) noi siamo portati a quelle botteghe belle e pulite nelle quali da pochi ducati si rappresentano molte migliaia, e ne partiamo con la calamità di una inezia che molto ci è costata, e che poi avremmo vergogna di regalare: dalla calamita voi siete condotto al sarto, e ve ne staccate con la calamità di un abito che vi ha rovinato, e che non dovevate farvi – Nel calore della perorazione, io mi era alquanto animato, e senza badare che nella bottega erano alcuni ne’quali forse era sorto il dubbio che io parlassi di loro, alzai il braccio e volto verso di quelli, involontariamente, dissi: Coloro… uno di quelli si alzò, ed io ravvedutomi che la cosa di giocosa poteva volgere al serio, e ricordandomi del nocuit esse locutem, posi un tarì sulla panca del mio uomo, presi il mio bastone ed andai via – Che cosa pensarono di me?
Vedete come si sconta l’ambizione! Col ridicolo e col pericolo.
RAFFAELE MASTRIANI