LA PASTORALE

I.

   Sentiste mai quella necessità di pianto, che segue i primi disinganni della vostra vita? Provaste mai quel bisogno di rincantucciarvi in un angolo della vostra casa, quando viene a visitarvi il pensiero de’primi cari affetti del vostro cuore? Alcun che di simile a questo bisogno sento anch’io, quando ascolto il suono della zampogna e della cennamella. Ed in vero, a chi dalla natura ha sortito un cuore più degli altri sensitivo, ed una buona dose di pallidezza sul volto, deve sapere sommamente gradevole ogni cosa che gli faccia riandar per la mente un’epoca d’amore, che gli richiami al pensiero una schiera di carissime ricordanze fanciullesche come il presepe, i regali, il capo d’anno, le feste, la novena e che so io. E poi quello svegliarsi in sull’alba armonizzata da una romita zampogna! Quel sentirsi careggiato da un ricordo, che come un fantasma dilettissimo, ti sorride e ti abbraccia!

E a qualcuno che volesse chiamare ipocondrico chi si diletta di queste malinconie, io gli mostrerei un fanciulletto a nove anni, il quale, ora è moltissimo tempo, stavasi tutto assorto in una estasi divota, ascoltando una cennamella, che facea la sua novena di Natale dinanzi una immaginetta della Madonna. Sulla soglia di una vecchia finestra, che metteva in remoto chiassolino di campagna, si appoggiavano gomiti aperti di quel fanciullo, e sostenevano un visino così caro e pallidetto che avrebbe mosso ai baci anche il più accigliato pedante. Agli occhi rugiadosi di lagrime, alla gioia divina che traluceva da quel volto, si potea facilmente argomentare che qualche intima simpatia fosse fra l’ anima di quel fanciullo e la pastoral malinconia di quel rustico canto. Parea come se quella mesta e monotona armonia gli avesse spiegato un antico mistero del suo cuore, gli avesse palesato l’indole del suo genio. Immoto, come un puttino da chiesa, colle raggianti pupille su i due uomini antichi coverti di rozza lana, e tutta la sua anima palpitante sotto una piena d’incogniti effusivi sentimenti, ei sembrava prendesse il volo verso una più beata regione.

La pastorale! Questa religiosa cantilena, tutta soavità, tutta innocenza, tutta obblio, questa prima ispirazione d’un popolo pastore, questa romanza del presepe, questa storia d’un amore ineffabile, sempiterno; la pastorale… chi 1’ha mai studiata! Maestri dell’arte, genii creatori, scrivete un’altra pastorale. Eh! voi togliereste tra mani un’impresa arduissima. Il bellimbusto più filarmonico, la damina più pallida, più sensitiva, comeché avvezzi a trarre masse di melodia da’loro sonori gravicembali, non potrebbero neppure adombrare una gretta e servile imitazione della pastorale..!

E ciò sia detto di passaggio, e solo perché si possa inferirne che l’idea del bello e del semplice, cui i progressi sempre crescenti della civiltà tendono a cancellare affatto dalle nostre anime, deve essere studiata immensamente per essere intesa ed imitata.

La cantilena era finita, l’otre della zampogna erasi afflosciato, e la vispa cennamella non più risuonava nelle gonfie guance del suo rubicondo suonatore… Fatto un inchino alla sacra immagine incastrata nel muro, spenta la lampada che stava sospesa dinanzi, i due rustici si partirono uno dopo l’altro, uscirono dal chiassolino, e, dopo pochi minuti, lontana si udia di bel nuovo la loro canzone.

Quel fanciullo intanto rimaneva ancora nella stessa posizione, guardava ancora quella immagine, quella lampada, ascoltava ancora da lungi la cennamella, e… pensava.

Come quando si pone bruscamente una mano sovra una corda oscillante, si rompe in un tratto quel fremito confuso dell’aere, che siegue lt suono delle fibre musicali, così nel capo di quel fanciullo ruppe bruscamente quel paradiso di melodia la mano glaciale d’un pedante, che presolo per un orecchio, il trasse entro le stanze, aggiustandogli non so quanti calci e pugni che era una pietà a vedersi. E poi digrignando i denti, e sbuffando dalla rabbia, gli dicea, facendogli venir rosso il viso a furia di guanciate:

«Eh birbantello! Invece di studiare il tuo verbo, stavi là ad acchiappar l’aria. E ti ci ho colto per la seconda volta, svergognatissima bestiolina, fa di non capitarci la terza, che ti darò di tanto busso e tante da farti passare la voglia di più ascoltare zampogne. Che sì, che pur diverrai suonator di cennamella!».

Giannetto singhiozzava. Giannetto si chiamava il fanciullo.

II.

   Uno strepitoso evviva uscito da cento bocche infantili salutava uno strepitoso starnuto uscito dalle due cavernose narici d’un omaccio tutto naso e tutto ventre, e faceva alzar la liscia testolina di un fanciullo, che gli stava inginocchiato dinanzi, umile e tremante. Ognuno ravviserà in questo fanciullo il nostro Giannetto, il quale, per non so che predilezione, non sì tosto udiva il suono di quella cennamella tra i pioppi e i vigneti dei contigui poderi, si faceva rosso come una fanciulla innamorata, saltava quanti scanni si opponevano al suo passaggio, e di botto alla finestra.

Questa volta il miserello piangeva; col dorso della mano si nettava le grosse lagrime che gli solcavano le guance fatte di fuoco dal rossore, e malediva, in cuor suo… non so propriamente ciò che malediva, ma forse imprecava ciò che tutti gl’ingegni hanno su bel principio della loro vita imprecato, il pedante e la scuola.

III.

   Un bel mattino di decembre dell’anno 17.. una briosa mano di giovinotti, dalle fine calzette di seta, e dalle terse lucentissime fibbie d’oro, traeva tutta spensierata inverso le apriche campagne del Vomero, canterellando romanze d’amore. E costoro urlavano diabolicamente, ed erano urtati, senz’addarsi neppure di chi regalava loro sul muso certe cortesie che non troppo sarebbero state ammesse nella buona compagnia. Solo di tratto in tratto soffermavansi e ciò accadeva, quando passava loro d’accanto qualche biondina, dalle forme spiccanti, dal visetto a miniatura e dalla schiera di tutte quelle altre belle cose, che accompagnano una bella donnetta.

Se non temessi d’annoiare il mio antiromantico lettore con una descrizione, gli vorrei proprio mo fargli veder sott’occhio la bella mostra che di sé faceva il nostro cielo in quella mattina. Che sì, che l’inverno è una bella stagione. Quel sole sempre pallido come un artista, quel lucidissimo azzurro sempre corteggiato da una turba di variopinte nuvolette, quella natura, perfetta immagine d’una inglese, sempre seria, senza un’acconciatura, senza una sola ombra, quelle rose più care perché più scolorate; quel concitato movimento, quel fuggir rapidissimo de’giorni, e quelle notti così studiose, così tacite, così solenni; queste cose mi fanno cordialmente desiderar la stagione delle brume, e detestare quella sguaiatella sfrontata, tutta fiori e profumi, che dicesi estate. Ma mettiam da banda le descrittive digressioni, e facciamoci a seguitare i nostri sbarbatelli.

Vi ricordate, signor lettore, d’un chiassolino di campagna, ove osservammo un’immaginetta, e quel fanciullo che ascoltava zampogne? Orbè, precisamente in quel sito la brigata trovavasi dopo un bel tratto di strada. Dovete sapere che fra quei giovani era uno che mostravasi più degli altri vivace nello sguardo, arguto nelle risposte; e costui avea dato moltissimo spasso alla compagnia narrando le sue follie di scuola, e le eterne busse ricevute, onde portava ancora le onorate cicatrici nelle lividure delle membra. Questo giovine per lo appunto era quel fanciullo, di cui vi tenni parola: era Giannetto. Epperò ciascuno può da sé immaginare, come il cuore gli battesse trovandosi in quello stesso luogo, testimone un tempo delle sue sofferenze infantili, e come l’anima gli si scaldasse d’amore ascoltando un’altra fiata, vicino a quella stessa immagine, il cennamella che faceva la sua novena. Gli occhi del nostro giovine brillarono d’una rapida ispirazione; ei si tocca la fronte quasi avesse voluto ritenere un pensiero che gli era volato per la mente; e corse a togliere di mano al cennamellaro il campestre istrumento; inginocchiossi dinanzi alla sacra immagine, e suonò una pastorale da lui creata, parto divino di quell’arte che tenea celata da tanto tempo nel petto; l’uomo grande sì mostro agli occhi della stupefatta brigata che tutta si scioglieva in lagrime di tenerezza. Iddio l’ispirava. Egli suonò, svenne, ma non cadde, perché molte braccia volarono a sostenerlo.

Quel giovine era GIOVANNI PAISIELLO.

Egli offriva la sua prima creazione a quella stessa immagine, onde aveva attinto il pensiero e la prima ispirazione dell’arte.

                                                           FRANCESCO MASTRIANI