LA PICCIONAIA

     Real Teatro S. Carlo. Letta e studiata la tragedia lirica del Piave intitolata Lionello, mi recai la sera degli 11 nella piccionaia del detto Real Teatro per sentire la musica del Verdi. Sapevo adunque che avrei assistito alla rappresentazione di un dramma tragico al modo di Shakespeare: sapevo perciò che la musica non doveva essere come quella richiesta da una tragedia del modo di Shiller di Crebillon e di Alfieri, quale p. es. la Vestale del Cammarano sì divinamente intonata dal Mercadante, o la Luisa Miller non meno eccelsamente dal maestro di Busseto. Supponiamo che già si sappia quale differenza sia dall’una all’ altra di queste specie di stili tragici; e come questa debba essere intesa dal Maestro compositore.

   Dà intanto cominciamento a quest’opera del Verdi un breve preludio di stil grave e a tempo ANDANTE SOSTENUTO,  che fa manifesta l’indole tragica dell’azione che andrà a svolgersi. La musica strumentale ha qui il suo linguaggio, e parla forse non men chiaro della parole. Si alza il sipario, e comincia il Prologo con una festa di ballo; e perciò la musica vi si spiega tutta gaia tutt’allegra e a tempo di contredance: il che non dee fare alcuna maraviglia dove si consideri che in questa specie di stile tragico si rappresenta i casi luttuosi e lagrimevoli preceduti o seguiti da incidenti ridicoli e circostanze or leggieri or anche buffonesche. In questa veglia comparisce il patrizio Marcello (Carrion) circondato dai suoi compagni di piacere, e canta la ballata: Questa o quella per me pari sono. Nel libretto questo personaggio è ritratto come un dissoluto, che senza riguardi e tutto alla bestiale inganna e seduce le donne. E bisogna distinguere questo reo carattere da quello di coloro che, complimentosi e sdolcinati colle donne, sono presi dalla vanità di piacer loro, e fare molte conquiste amorose, di cui poscia possano menar vanto ampolloso: costoro non uccidono, ma abusano del loro grado potente, non facilmente commettono gravi atti di perfidia, come questo Marcello. Ora il carattere di uomo brutale è mal dipinto dalla musica di questa ballata, che tutta briosa e leggiera rivela piuttosto il carattere mobile e civettesco di femmina vana. All’esimio maestro non sarebbero mancati i mezzi d’inframettere nell’allegro di questo prologo qualche cosa di grave, di cupo, di spezzato assolo, che avesse tra il brio di gente lieta e spensierata fatto manifesto il torbido pensare di un seduttore: la romanza di Filippo nella Beatrice rivela meglio il carattere di quel personaggio. E l’ingegno del Verdi ha saputo nel resto di questo prologo manifestare il carattere del Patrizio e de’ Cavalieri e cortigiani, quando fa che questi cantino sempre, e quegli a quando a quando risponda, e rare volte sul medesimo andamento del coro: la leggerezza l’ adulazione e la piacenteria parlano assai: chi medita qualche colpa, vuoi pur leggiera, non molta. Ecco dal poeta e dal maestro dipinto le veglie, così dette società, nelle quali dove altri balla e canta, altri mormora e peggio. Lo stile si muta al comparire di Morrone: e qui soltanto cessa di suonare la musica del proscenio, perocchè qui soltanto vedesi accadere una cosa che deve necessariamente disturbare e interrompere l’allegria della festa. Alcuni maestrucoli cambiano ad un tratto tempo e tono di musica senza una ragione al mondo; il che, mentre è cosa ridicola e insoffribile, fa vedere quanto di arte abbiano costoro. Non vorremmo con ciò che la musica drammatica divenisse monotona; dacché moltissimi sono gli svolgimenti dei casi, i mutamenti e le variazioni degli affetti e delle passioni, che possono porre ragione di un cambiamento o di stile, o di tempo, o di tono. Quindi il pieno delle voci che si raccolgono intorno al disturbatore: bello e artistico pensiero, e tratto veramente dalla natura; giacché è funestamente vero che a cane battuto gli altri cani (senza badare a ragione o a torto) abbaiano dietro. Stupendo effetto deve fare intanto il Ricordino ossia coda e ripigliata dal Minuetto, in quel punto. Stupendo effetto, e potuto immaginarsi solo da ingegno grande e profondo; giacché per quella ragliata l’animo è quasi straziato dal pensiero che spesso negli umani avvenimenti le trame del delitto e le lagrime della sventura sono della umana durezza coperte ed affogate nel frastuono del baccano e nello schiamazzo dell’allegria. E ciò basti pel Prologo.

                                             GIUSEPPE MASTRIANI