Novella [1]
La penultima domenica del nostro Carnevale del 1845, al festino di S. Carlo, propriamente sul limitar dell’entrata principale della Sala, verso l’una dopo mezzanotte, stava un dominò bleu, che accusava una visibile impazienza nel suo sguardo immobilmente fisso alla porta. Tutto rilevava sotto quel travestimento una donna di bella persona, il capo leggiero, piccolo, ovale sul quale il cappellino piumato posava mollemente come sovra una massa di seta; la nivea bianchezza del mento che traspariva sotto il riccio della maschera, la grazia del portamento, la vivacità delle nere pupille che gettavano uno sguardo elettrico su tutti quelli che entravano vestiti alla borghese, e finalmente quell’etereo profumo, quella insensibile emanazione d’amore che tradisce al buio la presenza di una bella donna.
La sala, benché sin’allora non molto affollata, veniva animandosi con la presenza delle attraenti silfide discese dai palchi, le quali si tiravano adietro svariati gruppi di maschere.
Il dominò bleu stava da mezz’ora quivi incollato, nulla curando gli urti sgarbati e le galanterie. Probabilmente quel dominò aspettava qualcuno; ed infatti, quando le passò dinanzi un bel giovine tutto elegante, ella si mosse dal sito in cui era stata tutta le sera, e gli tenne dietro come l’ombra del corpo di lui, fintantoché il vide uscire dalla porta, e salire in un palco a terza fila, dov’egli si chiuse.
Il dominò tese l’orecchio alla porta del palco, udì molte voci di donne, e stette colà pochi minuti; si allontanò poscia per non trarre a sé l’attenzione dei curiosi e de’palchettari. Per la prima volta si tolse la maschera… Era una giovinetta così pallida, che di leggieri scorgevasi non poter quel pallore esser naturale nel suo volto, una forte e dolorosa commozione dovea stringerle il cuore, tanto più che ne’suoi occhi, brillanti pel calor della maschera, vagava una lagrima.
Il dominò bleu discese di bel nuovo in platea, e si era posto dirimpetto al palco in cui era entrato quel giovine. Avvegnachè ella non potesse vedere per la maschera che non le permetteva di mirar troppo in alto, restava nulladimeno a quel sito, e pareva totalmente straniera al baccano che si faceva d’intorno a lei.
«Ohé signor dominò, mi sembrate un po’timido, datemi il braccio – le diceva uno Spagnuolo – vi condurrò per la sala sotto la mia protezione».
«Bel dominò, scommetto che sei la più bella della festa, fa che ti vegga» le diceva uno Scozzese.
«Quels yeux!» esclamava un Pulcinella francese.
La dama non parea che si desse alcun pensiero delle scipite galanterie e de’sollezzevoli motti che le gittavano i passanti; il suo occhio tondo, fiammeggiante, magnetico era fisso a quel palco. Le sia accostò una maschera, specie di beduino con una barba lunga lunga, e le disse pateticamente:
«Che peccato!».
La dama il guardò, ed il beduino restò colpito al cuore da quello sguardo, come da una palla di moschetto.
«Bel dominò, scommetto che il tuo innamorato ti ha tradito, dimmi se egli è qui, vado tosto ad acconciartelo per le feste».
Il dominò guardò per l’ultima volta il palco che parea struggerla, mise un lungo e profondo sospiro che fe’sollevare il velo della maschera, e voltesi al beduino, gli disse con timidezza:
«Signore, avreste cuore di fare quanto avete detto?».
«Per te, carina?».
«Sì, la mia gratitudine sarebbe immensa ed eterna».
«Parlate, bel dominò, giuro per la mia barba di eseguire scupolosamente quanto mi comanderete».
Il dominò bleu prese per mano il beduino, e senza parlare il menò al peristilio della sala.
«Restiamo qui – gli disse la dama – v’indicherò la persona cui dovete dar briga e sfidare».
«Va bene, la faccenda mi calza ottimamente. Ma quando avrò soddisfatto il vostro desiderio, potrò almeno sperare di conoscere chi ho avuto il bene di prestar la mia lancia?».
«Sì, vel prometto».
Il beduino trovava un certo incanto in questa misteriosa avventura. I begli occhi della dama lo avevano talmente affascinato, che egli si facea governare, senza sofisticare sulle conseguenze di questa strana amicizia. Dapprima pensò che quel dominò nascondesse qualche cosa di sinistro o di strano; ma vi era nell’insieme di quella dama mascherata un non so che di così amabile, di così cortese, e nel tempo stesso di così modesto, che non dava luogo a verun sospetto ingiurioso. Stettero quivi moltissimo tempo: il beduino parea compreso da tal rispetto pel dominò bleu che non osava fargli alcuna dimanda. Ad un tratto la dama gli si volge arditamente, e come mossa da una subitanea risoluzione:
«Siete voi libero, Signore?».
«Liberissimo come l’aura».
«Non siete ammogliato?».
«Neanche per fantasia».
«Non siete innamorato di qualcuna?».
Il beduino parve un poco esitare, ma tosto rispose liberamente:
«No, bella dama, non sono innamorato che di voi».
Il dominò lo guardò fisamente, il beduino soggiunse:
«Oh se io potessi sperare».
«Domenica ci rivedremo – interruppe subitamente la dama – mi riconoscerete agevolmente a questa piuma bianca e cilestre che porto sul cappello».
Così dicendo, il dominò si mischiò nella folla, e sparì.
Il lunedì sera Clotilde e Luigi stavano seduti l’uno accanto all’altro nella galleria. Il padre di lei giuocava il whist con altri tre signori, e due donne discorrevano sedute ad un canapè dirimpetto a quello ov’erano seduti i due amanti, costoro per altro non si guardavano affatto, non si parlavano comeché bruciassero internamente di guardarsi e di parlarsi. Non ci è razza più strana e testarda degl’innamorati; sospirano tanto il momento di star seduti vicino, di dirsi due parole; e quando se ne porge la buona occasione, invece di approfittarne e dirsi tante tenerezze, si divertono a star muti e a tenersi il broncio reciprocamente, per una inezia il più spesso. Questo era il caso di Luigi e Clotilde; ma questa fiata Clotilde aveva un giusto motivo di starsene muta e indifferente. Dopo una mezz’ora passata in una interna lotta con loro medesimi, Luigi così cominciò la conversazione:
«Se la mia presenza vi impedisce di tener compagnia a queste signore posso andar via»
«Siete padrone di farlo, ma io non ho voglia di far compagnia a nessuno».
Luigi non si mosse dal suo posto, anzi le si accostò un altro poco.
«Siete di un umore orribile stasera».
«E voi siete grazioso come una talpa».
Luigi dette in uno scroscio di risa, e le si accostò un altro poco.
«Via, via Clotilde facciamo la pace, ditemi in che cosa io ho mancato?».
«Siete un insolente, uno sfacciato».
«Bravo, mi piace più sentir questo che vedervi così ingrugnata. Vediamo, qual è il mio torto?».
«Che anima innocente. Domanda il suo torto! Dove andaste ieri sera quando mi lasciaste?».
«Andai… a… dormire».
«Sì, al festino di S. Carlo, in un palco a terza fila, accanto a qualche damina, la quale certamente non vi permise di dormire».
Luigi si fe’rosso come un gambero.
«Ti giuro, cuor mio, che…».
«Sta zitto, spergiuro».
«Ma chi osa asserirlo?»
«Io medesima».
«E chi te lo ha detto?».
«I miei occhi. Ora signorino che avete riconosciuto i vostri torti, potete tornare dalla vostra bella di ieri sera, perché io non intendo di aver nulla più in comune con voi».
«E tu eri al festino?».
«Io sì, vi era perché ebbi contezza che tu vi saresti andato, pregai però mio padre di portarmivi, e mi recai in dominò».
«Di che colore?».
«Che v’importa saperlo?»
«Per curiosità».
«Dominò bleu».
Luigi la guardò stupefatto, e sbarrò gli occhi».
«Avevate al cappello una piuma bianca e cilestre?».
«Per l’appunto».
«Vi tratteneste moltissimo tempo vicino alla porta a discorrere con una maschera di beduino?».
«Sì, signore».
Luigi si pose a ridere, tenendosi i fianchi.
«E volevate farmi sfidare da costui?».
Clotilde impallidì.
«E dovete rivedervi con colui domenica a sera? Bravissimo, signorina, ed avete il coraggio di rimproverare a me i miei torti!»
Clotilde fu come colpita dal fulmine, ebbe appena la forza di dire:
«E come sapete tutto questo?».
«Per una circostanza semplicissima; il beduino era io».
Così dicendo si alzò, le baciò la mano, e le disse ridendo:
«A rivederci dunque domenica, secondo l’appuntamento».
FRANCESCO MASTRIANI
[1] Parte di questo racconto lo troviamo nel libro «I figli del lusso», Parte Terza, Il denaro, I. Le limosine de’ricchi, con qualche variante; nel racconto la protagonista indossa un dominò bleu, e l’azione si svolge nel 1845. Nel romanzo invece l’azione avviene nel 1861 da un dominò turchino. Nel romanzo i protagonisti sono due nobili: il Conte… e la contessa Amalia. Nel racconto sono due giovani amanti: Luigi e Clotilde.