Novella storica
I.
Adolfo era un bel giovine; egli aveva eziando due altre distintissime commendatizie, un bel patrimonio e un bel nome; epperò non è maraviglia se Adolfo amava. Adolfo era francese; né io potrei fare che nol fosse: purtroppo avrei dato qualche cosa del mio per fare che quel giovine fosse nostro compatriota; e vi dico in confidenza che, se fosse nato un paio di secoli addietro, avrei detto una solenne bugia, secondo il solito de’ novellieri, e ve l’avrei fatto nascere qui, propriamente a Napoli; ma quel povero giovine appartiene al nostro secolo; i Francesi lo pretendono, ed hanno ragione, perché gli uomini di genio non sono una specie molto comune in Francia. Dunque Adolfo amava, e la sua bella, fanciulla di sedici in diciassette anni, era una vera rosa (scusate se mi servo d’un antico paragone). Rosa era il suo nome. Due occhi d’ebano, irrequietissimi furfantelli rubacuori, aveano una soavità che non è a dire quanta, ed i suoi capelli aggiustati a foggia di cavaturaccioli dietro le orecchie, le davano forma più che umana. Ah che peccato che era un tantino civettuola!
«Adolfo, perché sei venuto cosi tardi? Bada che sia questa l’ultima volta ch’io abbia a dirtelo».
Rosa diceva queste parole al giovine, mentre andava col volto lisciando un grazioso bracco.
«Rosa, tu sai che mio padre mi mantiene sempre occupato con quelle maledizioni di calcoli e di negozii, ch’io detesto di tutto cuore».
«Bugia! So ben io la cagione che ti fa assente da me».
«Anima mia, no’l credere; io ti giuro che finora sono stato inchiodato sovra una sedia innanzi al Libro Maggiore de’nostri affari. Oh quant’aborro quel libro! Darei la mia vita per non più vederlo!… Rosa, credimi, io lo detesto per quanto io t’amo»
Gli occhi del giovine scintillavano più d’odio che d’amore, vale a dire che in quest’ultima frase traspariva l’odio ch’egli nutriva per cose commerciali, alle quali suo padre avealo addetto, che l’amore, ond’egli era preso per la leggiadra fanciulla.
«Tu non m’ingannerai, Adolfo. bada ch’io so tutto… Quella detestabile Malibran è la mia rivale…».
«Che dici, cuor mio?… Maria Malibran quel genio innamorarsi di me! Ah! Questo è un sogno che farebbe impazzare anche l’ uomo più freddo della terra… ».
«Adolfo, tu non la vedrai più. Ti vieto di più andare al teatro… Sarà questa una pruova alla quale mettere l’amor tuo… Adolfo, giura di sacrificarmi la tua seconda passione… il teatro».
«Il teatro!!.. Ah!!! Ma io giuro di tutto sacrificare al tuo amore, anche la vita».
II.
Sapete voi che cosa è la febbre dell’arte? No certo, né io tampoco; ciò peraltro poco importa al fatto nostro, perché né io né voi abbiamo la febbre, per grazia di Dio; ma io volea che aveste compreso quello che soffriva il povero Adolfo per essergli stato vietato il teatro! Infelice! Egli dava giù della persona ogni giorno vieppiù; il suo volto erasi impallidito, come quello di Luigi Rolla quando spezzò la sua statua; egli non rideva più; piangeva spesso, ed avrebbe, cred’io, abbandonata l’amante per correre un’altra volta al teatro, se quella scaltra non avesse saputo cattivarselo in modo da non farselo scappare. Qual’arte usino le donne, e qual magia per ammaliare i genii, non ho mai potuto comprendere, eccettochè ne ho trovata quasi quasi una delucidazione nelle parole di Byron, il quale dice che l’amore è il solo legame che attacchi i genii all’umanità; ed io fo berretto al gran maestro, che sapea così bene conciliar la mente col corpo, i piaceri dello spirito con quelli de’ sensi.
Un giorno (non ricordo la data) era l’ultimo in cui appariva la Malibran sulle scene di Parigi. Adolfo lesse gli avvisi, un buffo di sangue gli balenò sul volto; le orecchie gli zufolarono: un ricordo passò per quella mente ed il fece fremere; ma Adolfo era già vicino all’ingresso del teatro ed avea chiesto un biglietto di platea…
III.
Il dire quanta gente era assiepata ne’ palchetti e nella platea del Teatro Italiano in quella sera, sarebbe andar contro l’economia delle parole e la pazienza de’ lettori; basti soltanto accennare che ci volle circa un’ora per isgomberarsi il teatro dagli spettatori, quando fu spento l’ultimo applauso de’centomila e più, onde fu assassinata la povera Malibran in quell’ultima recita a Parigi.
Come vi ho detto, Adolfo era anch’egli nel novero degli spettatori, ed ascoltava, affascinato da una potenza sovrumana, quella voce e quel canto che non più s’udranno per volgere di secoli. Il giovine parea si volesse rifare delle privazioni fin allora durate, la sua anima non era che un senso di ammirazione, ed in quell’estasi di tutte le facoltà mentali dormiva come in una tomba il ricordo di Rosa. Ma non avea dormito nell’animo di costei il pensiero di vendetta per essersi veduta posposta ad un desiderio del suo amante. Ella avea preveduto che Adolfo non le avrebbe sacrificato l’ultima sera della Malibran; avea quindi pregato suo padre di menarla al teatro; e vi andò infatti con un suo cugino, che per l’addietro avea dato ad Adolfo non pochi motivi di gelosia.
Alla fine del second’atto, Adolfo levò gli occhi, e, girando lo sguardo su pe’palchetti, ebbe veduta la sua Rosa in sì tenero abboccamento col cugino, che il suo cuore indovinò tutto. Egli si fe’ rosso, poi pallido; e, non potendo più oltre resistere a quello spettacolo per lui lacerante, uscì dal teatro. Egli aveva colpito un’idea; avea fissato, quasi ebbro, un nuovo pensiero.
Egli credé vendicarsi d’una donna, mentre non ubbidiva che alla sua vocazione. Adolfo si fe’ artista.
IV.
L’artista fu ADOLFO NOURRIT!
FRANCESCO MASTRIANI