Di seguito sono riportati il commento Luigia Sanfelice (1870) ovvero Due feste al Mercato (1876) di Francesco Guardiani, una «Postfazione» di Elvira Trovato e una «Introduzione» di Domenico Scafoglio. Sono dei lavori molto completi ed esaustivi, ai quali ho poco da aggiungere 

   Il Guardiani per Due feste al Mercato, intende i giorni in cui avvennero le esecuzioni capitali di Eleonora Pimentel Fonseca e di Luigia Sanfelice. Io penso invece, e con me è d’accordo anche la studiosa Elvira Trovato, che entrambe le feste al Mercato si riferiscono ad episodi occorsi alla Sanfelice: quando venne proclamata Madre della Patria nel gennaio 1799, e quando venne giustiziata nel settembre del 1800. 

   Un altro personaggio importante del romanzo è Eleonora Pimentel Fonseca, la Sibilla partenopea, come era nominata, e che fu redattrice del giornale della Repubblica Partenopea Il Monitore, in una parte del romanzo, ci troviamo scritto che la Pimentel sarebbe nata a Napoli nel 1768 [1], mentre varie biografie la fanno nascere a Roma 13 gennaio 1752. Della Eleonora Fonseca l’autore ne dà una descrizione lusinghiera:

   «Era una bellezza statuaria, un tipo antico, una romana rediviva de’tempi delle Clelie e delle Valerie. La Pimentel non era soltanto una ispirata poetessa, ma bensì una scienziata, che avea adorna la mente delle più peregrine cognizioni di storia naturale e di botanica. Essa fu collaboratrice di Lazzaro Spallanzani nella ricerca e nella scoperta de’vasi linfatici». [2] 

   Le esecuzioni capitali in Piazza del Mercato erano, per i napoletani, motivi di divertimento, e ciò ben sapeva il Borbone, e Mastriani in questo, come in altri suoi lavori, lo ha ricordato:

   «Il Borbone avea detto che il popolo napolitano governavasi colle tre F, feste, farina e forche». [3]

   Nella reazione borbonica del giugno 1799, ce ne furono tantissime di esecuzioni capitali, e quindi di feste, «Novantanove cittadini, uccisi giudiziariamente nel corso di 14 mesi, dal 29 giugno 1799 all’11 settembre 1800» [4] e non solo a Napoli, in quella piazza; molte esecuzioni furono eseguite anche a Procida e qualcuna ad Ischia. L’ultima però, quella di Luigia Sanfelice, avvenuta a Napoli l’11 settembre del 1800, non fu motivo di giubilo da parte del popolo, anzi, di sdegno e di rabbia contro l’improvvisato boia, sostituto del Masto Donato assente, un macellaio, boia inesperto che massacrò la povera Luigia prima di finirla, sgozzandola con un coltello da macellaio:

   «Trasse allora dalla cintura di pelle il suo coltellaccio da beccaio e…

   Quel sangue sprizzò fino al trono di Dio, che maledisse ai tiranni della terra ed alla loro esecrata genia». [5]

   In tal modo si conclude il romanzo.

                                                                      ROSARIO MASTRIANI

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[1] Francesco Mastriani, Due feste al Mercato. Memorie del 1799, Napoli, G. Regina, 1876. Parte Terza, cap. IV. pag. 70.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem, Parte Seconda, cap. I. pag.2.

[4] Giustino Fortunato, I napoletani del 1799, Cosenza, Edizioni Brenner, 1988, pag. 50.

[5] Francesco Mastriani, Due feste al Mercato. Memorie del 1799, Napoli, G. Regina, 1876.  Parte Terza, cap. IX, pag.133.

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    Luigia Sanfelice (1870) ovvero Due feste al Mercato (1876)

   La genesi (come l’identità retorica) del romanzo appare condizionata dall’apparire a rimorchio de La San Felice di Alexandre Dumas padre. È certo che la lettura del romanzo francese, apparso a Napoli sull’ Indipendente dal 10 maggio 1864 al 28 ottobre 1865, proprio a ridosso dei Lazzari (Napoli, Gargiulo, 1865, in cinque volumi), deve aver suscitato una forte reazione  negativa, cui Dumas, ormai di nuovo a Parigi e fuori in ogni senso dall’esperienza napoletana, non si è curato di rispondere. Ma è indubbio che Mastriani, interpretando anche il desiderio di molti, se non di tutti, i suoi lettori, abbia sentito il bisogno di reagire e di emendare in qualche modo la prospettiva storica e i giudizi di merito del francese. Il tono, comunque, non vuole essere polemico. Si apre, infatti, Luigia Sanfelice. Romanzo storico del Mastriani che già presenta nel titolo una correzione al romanzo francese (La San Felice), con questa programmatica dichiarazione:

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   «Invitato a presentare, sotto la forma del romanzo storico, i fatti del nostro paese sotto il nome di una delle più illustri vittime della borbonica restaurazione in Napoli dopo le rivolture del 99. LUIGIA SANFELICE, stimai attenermi più alla dipintura degli attori principali di quel lugubre dramma; perocchè già la Sanfelice era rinata sotto la fervida e immaginosa penna d’uno dei più popolari romanzieri francesi, Alessandro Dumas padre. Nel trattare lo stesso subbietto, non mi allontanai dalla storia che in quel che poteva aggiungere maggior colorito al tristo quadro di quella crudele reazione, di cui forse svolgerò, Dio permettendo, in altro lavoro, qualche altro importante episodio.

 Agosto, 1870. F. M. [1]».

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   La dichiarazione si può leggere come conferma delle reazioni negative suscitate dal libro di Dumas, e quindi come notizia di un avvenuto appello al Mastriani stesso per la scrittura di una rettifica, ovvero di un “romanzo storico” veritiero. L’autore è infatti «invitato a presentare […] i fatti del nostro paese sotto il nome di […] Luigia Sanfelice» [2]. Gli è stato cioè chiesto esplicitamente di dire il vero, di “presentare i fatti”, di presentarli da napoletano («i fatti del nostro paese») e di presentarli facendo rifacimento al romanzo scritto da Dumas (“sotto il nome” della Sanfelice) «con fervida e immaginosa penna» e non certo con quella dello storico obiettivo e veritiero.

   Mastriani si sente insomma gentilmente obbligato a scrivere sotto il nome della Sanfelice, ma è chiaro a lui come agli altri che il titolo del romanzo di Dumas (prima che del suo ritoccato) non rispecchia affatto il contenuto dell’opera. Questo (presunto) ragionamento del Mastriani è certamente in linea con la decisione di ristampare anni dopo il romanzo con un altro titolo, Due feste al Mercato (1876), senza il fastidio per il lettore di un obbligato confronto con Dumas [3].

   Sempre nella dichiarazione proemiale, Mastriani promette, dopo aver onorato l’obbligo derivato dall’ accettazione dell’invito a scrivere i fatti del nostro paese sotto il nome di Sanfelice, di descrivere “qualche altro episodio” della reazione borbonica alla rivoluzione del 1799, cosa che aveva fatto già nei Vermi (1863-64) e nei freschi di stampa Misteri di Napoli (1869-70), e che farà anche nel Campanello dei Luizzi (1885) e nel Padrone della vetraia all’Arenaccia (1890). Quasi a giustificarsi del non cercato ma necessario scontro più storico-letterario con il celebratissimo Dumas, Mastriani scriverà nell’”Avvertenza” preposta a Due feste al Mercato (1876).

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   «Questo mio storico lavoro fu pubblicato in Napoli per la prima volta cinque anno or sono, con altro titolo che poco rispondeva al concetto dell’opera. Ebbi allora appena il tempo di correggere le prime pruove di stampa. Poca pubblicità si ebbe il mio libro, avvegnachè importante ne fosse il subbietto. Oggi con titolo più adatto ripubblico il mio lavoro [4] ».

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   Insomma il confronto con Dumas c’è stato, ma non ha generato grande interesse e il romanzo si può ripresentare tale e quale sei anni dopo con altro titolo e quindi come opera indipendente da qualsiasi condizionamento esterno. Fatto sta che l’esistenza stessa del romanzo non si spiega senza quella della San Felice del Dumas. Proviamo allora a mettere a fuoco alcuni elementi di quest’opera che sicuramente fecero inarcare le ciglia non soltanto a Mastriani, ma a tutti i lettori napoletani dell’Indipendente su cui essa apparve.

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   Dice Ena Marchi che: «Dumas amava Napoli […] l’amava di un amore appassionato, fervido – e non ricambiato: i napoletani non capirono L’Indipendente e diffidarono sempre del suo fondatore» [5]. Vediamo ora qualche segno di questo grande amore e magari cerchiamo anche di capire come mai i napoletani non si sentirono tanto amati. Per cominciare, nella premessa del volume della San Felice – premessa ̔ riassuntiva ̕ nel senso che venne scritta dopo la pubblicazione del romanzo  a puntate – Dumas scrive:

   «La vicenda si svolge nel periodo del Direttorio compreso tra il 1798 e il 1800. I due eventi principali sono la conquista del regno di Napoli da parte di Championnet e la restaurazione di Ferdinando IV ad opera del cardinale Ruffo [6] ».

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   Della Sanfelice nemmeno l’ombra. Ma non soffermiamoci su questo, per ora. Si sa che un conto era l’intenzione iniziale dichiarata dal titolo, altro è quello che venne fuori alla fine, quasi un anno e mezzo dopo [7]. Fatto sta che “i due eventi principali” sono presentati come straordinari, anzi inverosimili: innanzitutto che Jean Etienne Championnet, abilissimo generale con meno di un sesto delle truppe borboniche (10.000 contro 65.000) , riuscisse ad impadronirsi di Napoli, città di cinquecentomila abitanti con tre giorni d’assedio; e poi che il cardinale Fabrizio Ruffo, partito da Messina con cinque uomini, arrivasse a Napoli con quarantamila sanfedisti a rimettere sul trono re Ferdinando. Ed ecco il commento dello scrittore innamorato: «Solamente Napoli , con il suo popolo ignorante, volubile e superstizioso, poteva trasformare in eventi storici dei fatti così inverosimili» [8].

   A proposito dell’evento numero uno, ossia della «conquista […] di Championnet, bisogna aggiungere che la rivoluzione napoletana del ’99 è da Dumas chiamata “la rivoluzione di Championnet” ed è perfino paragonata a quella di Masaniello, rispetto alla quale mostra «un’immensa differenza e soprattutto un immenso progresso»[9]. Championnet è presentato come un semidio, eccelso campione di alta cultura (più colto di un professore di archeologia romana), di saggia e benevole umanità, per non parlare di cortesia che è chiaramente il suo forte. Poi ci sono le doti militari: Championnet è avveduto, previdente, prudente, deciso e audace. Su tutte, primeggiano comunque doti tipicamente francesi. Championnet è leale e sprezzante. Insomma, la perfezione personificata. Gli sta alla pari soltanto l’ammiraglio Nelson, fra i mille personaggi del romanzo, alla cui memoria serba una profonda devozione:

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   «Gli uomini come lui sono un prodotto della civiltà universale, che i posteri, senza far distinzione di nascita e di paese, considerano parte della grandezza del genere umano, il quale deve circondarli di riverente amore e ammirarli con immenso orgoglio [10] ».

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   Ecco, riesce proprio difficile immaginarselo l’orgoglio dei napoletani lettori dell’Indipendente per il guerriero, figlio di Albione, che gli ha impiccato Francesco Caracciolo [11]. A Dumas piacciono gli uomini grandi e a Napoli, ahimè, non ne trova. Napoli «prima tappa dell’Oriente»[12] è per lui un posto esotico e primitivo, un serraglio di orrori ancora non del tutto pronto a ricevere la civiltà che viene dalla Francia. Re Ferdinando è per lui un mostro di natura. Lo descrive (senza guardarsi allo specchio, che immaginiamo veritiero almeno quanto l’obiettivo di Nadar) come uno scimmione di «abbietta lussuria e bassi istinti»[13], perfettamente a suo agio fra i più scomposti e volgari lazzaroni [14]. Se la litania di insulti fosse limitata a re Ferdinando la cosa si potrebbe pure accettare, vista la parte che gli spetta nella giusta glorificazione della rivoluzione partenopea (rivoluzione di Championnet per Dumas), ma lo scrittore va ben oltre nel dimostrare il suo amore per Napoli e la cosa non poteva passare inosservata per i lettori dell’Indipendente.

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   «Ogni popolo ha avuto il suo re che ha impersonato lo spirito della nazione: gli scozzesi Robert Bruce, gli inglesi Enrico VIII, i tedeschi Massimiliano, i russi Ivan il Terribile, i polacchi Giovanni Sobieski, gli spagnoli Carlo V, i francesi Enrico IV. I napoletani hanno avuto Nasone[15]».

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   Poco più avanti Dumas rincara la dose. E questa volta non c’entra proprio re Ferdinando, si parla solo del popolo napoletano: «Un popolo instabile, superstizioso, ignorante, feroce»[16]. E ancora, ma questa è calunnia vera e proprio, mille volte ribaltata nelle pagine di Mastriani: «Una delle caratteristiche della popolazione napoletana è la sua ripugnanza istintiva a recare aiuto a un suo simile, anche se in pericolo di morte»[17].

   Si potrebbe continuare con altri grotteschi esempi di retorica dumasiana. C’è perfino un’accusa di facili costumi e bassa moralità a Napoli a differenza delle «nostre capitali del Nord»[18]. Evidentemente Dumas non aveva letto I vermi con le sue statistiche e percentuali sulla prostituzione nelle capitali europee. “Roba da pazzi”, avranno pensato i napoletani gratificati da tanto amore “appassionato e fervido”. E questo è il Dumas messaggero di civiltà, favorito da Garibaldi aspirante scrittore che gli apre l’archivio segreto dei Borboni, nominato direttore del museo di Napoli e degli scavi di Pompei, ben alloggiato al casino reale di Chiatamone da dove emana i suoi oracoli di verità, saggezza e libertà. Chissà perché i napoletani e Mastriani fra loro, non lo capirono.

   Claude Schopp, curatore della più recente edizione de La San Felice (Parigi, Gallimard, 1996) dice che il romanzo di Dumas «è un canto alla gloria dei repubblicani francesi scritto sotto il Secondo Impero»[19]. Certo, il romanzo può anche essere questo, ma visto da Napoli vi si scorge una mal celata stizza e fors’anche un’infantile vendetta di vecchio rancoroso, di parolaio ambizioso e insoddisfatto. Sì perché i suoi insulti alla cultura di Napoli vengono quando ha già deciso di lasciare la città che non lo vuole e quando è già rientrato a Parigi.

   I tre anni passati a Napoli da Dumas portano dunque, nelle parole del suo critico, a «un canto della gloria dei repubblicani francesi» [20]? E c’era bisogno di passare tre anni a Napoli per cantare questa canzone? Portano invece, ci pare con obiettività, al riconoscimento di un fallimento, a un’esperienza da dimenticare se ci sono voluti 192 interminabili capitoli per una causa così scontata, anacronistica e irrilevante negli anni Sessanta. Neanche ai napoletani piaceva il Secondo Impero bien entendu, e Mastriani, in particolare, aveva per esso un sentimento misto di rabbia e di disprezzo. Ma nessuna simpatia suscitava Dumas dopo l’esaltazione della Prima Repubblica (se pur è giusta l’interpretazione di Schopp) parallela a quella Partenopea.

   Pare ovvio, a questo punto, che bisognava in qualche modo rispondere alla storia napoletana del francese, se non altro per una questione di orgoglio. E Mastriani sentì il bisogno – senz’altro per sollecitazione esterne, come lui stesso dichiara – di rispondere per le rima, ovvero a romanzo storico con romanzo storico, stesso titolo e stesso tema. Il titolo non rispecchia l’amplissimo tema in Dumas né per ovvia, ragionata scelta, lo rispecchia in Mastriani, il quale, cambiandolo nella seconda edizione, dimostra appunto che la prima era una risposta a Dumas.

   Mastriani non voleva comunque polemizzare apertamente, aprire una disputa letteraria, o storica addirittura, con chi aveva avuto le chiavi dell’archivio segreto borbonico e se ne era vantato. Sarebbe stata cosa aliena alla sua personalità (peraltro sempre generosa nel giudizio di altri scrittori), e comunque assolutamente impensabile per la disparità delle forze, anche mediatiche (L’Indipendente continuò a pubblicare dopo la partenza da Napoli del suo fondatore), e per gli appoggi influenti. Per Mastriani si trattava piuttosto di emendare pacatamente i giudizi i giudizi negativi del francese sul popolo napoletano, Ferdinando e lazzaroni compresi. Se c’è un punto nella San Felice di Dumas che deve aver irritato Mastriani al massimo grado e sul quale egli sentì il dovere di rettificare è una specie di maledizione che il francese lancia contro i “borboniani” di tutti i tempi: «Sappiamo che furono dei ben miserabili alleati coloro che, in ogni epoca, difesero la causa del Borbone»[21].

  Per Mastriani, apprezzato scrittore della Napoli borbonica, che per le nozze di Francesco II aveva glorificato la memoria di Carlo III esaltando il valore autoctono della cultura napoletana, era addirittura un’offesa personale.

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   Luigia Sanfelice è forse il più storico fra i “romanzi storici”, così descritti nel frontespizio, di Francesco Mastriani. non solo perché la vicenda della “madre della patria” come fu chiamata la protagonista, è intessuta ai fatti della Repubblica Partenopea, che «gittò il primo germe della unità italiana» [22], ma anche perché in questo romanzo Mastriani conferma, consolida e definisce il suo ruolo di scrittore come figura pubblica con una chiara funzione sociale, una funzione eminentemente educativa. È in questa luce che va vista la sua scrittura di un romanzo-rettifica, con lo stesso titolo (filologicamente migliorato) del monumentale romanzo del famosissimo Alexandre Dumas. Lo scrittore francese, amico di Garibaldi ma mal sopportato dai napoletani, aveva lasciato la città e il bell’alloggio al casino reale di Chiatamone senza un briciolo della gloria che da loro s’aspettava, e anzi con un grosso carico di rancori che affiorano senza troppo garbo ne La San Felice. Mastriani scrivendo Luigia Sanfelice non cerca la sfida, che sarebbe stata cosa ingenua e velleitaria, ma una rettifica, appunto, ovvero un chiarimento dal punto di vista napoletano nei fatti della rivoluzione del ’99, soprattutto al carattere dei suoi protagonisti, da re Ferdinando all’ultimo dei lazzari di Santa Lucia. Luigia Sanfelice è il più storico dei romanzi di Mastriani, infine, perché con esso si precisa uno stile, un metodo retorico di raccontare i fatti e di rifletterci sopra. La form fiction predominante è l’anatomia, cui si associa quella del novel, del romanzo vero e proprio, il che vuol dire che, stilisticamente parlando, Luigia Sanfelice corrisponde perfettamente ai contemporanei Misteri di Napoli.

   Come indicato in più occasioni, ovvero in più commenti a diversi romanzi, Mastriani preferisce la descrizione alla narrazione. Non che i due orientamenti di scrittura non possano esistere in maniera bilanciata, ma è un fatto che la preferenza accordata alla descrizione comporta un particolare rilievo assegnato allo spazio (agli spazi urbani descritti dettagliatamente, per esempio) e un certo qual disdegno per il racconto lineare, cronologicamente organizzato, cioè per la narrazione pura e semplice. Ho già detto altrove delle implicazioni di questi due diversi orientamenti di scrittura in ambito propriamente retorico, e quindi delle forms of fiction di volta in volta adottate e ideate da Mastriani.

   In Luigia Sanfelice ci troviamo subito di fronte a un paio di peculiarità nella distribuzione del materiale narrativo. La descrizione iniziale dei personaggi e delle situazioni nella prima parte (delle tre, a numerazione indipendente, di cui è composto il romanzo), è circoscritta nei vari capitoli che si presentano come entità quasi del tutto indipendenti  [23], e che fanno riferimento a episodi che si incontreranno soltanto molto più avanti nelle pagine del romanzo. Questo ci ricorda che siamo di fronte a un dispositio a “mosaico”, comune nell’anatomy, piuttosto che di fronte a una narrazione lineare, cronologica dei fatti. E poi dobbiamo rilevare la quasi totale assenza della “protagonista”, ovvero del personaggio Luigia Sanfelice, nella prima parte, che è poi la più lunga delle tre. Dei fatti che hanno resa famosa la nobildonna napoletana si parla, succintamente, soltanto nella seconda parte e nella conclusione della terza. Il titolo del romanzo, dunque, sembra quanto meno inadatto; Mastriani ovviamente l’ha mantenuto come preciso richiamo all’opera di Dumas. Il resto del romanzo, ovvero la parte quantitativamente maggiore di esso, è tutto “contesto”, al punto che un titolo diverso, più comprensivo, del tipo “La Rivoluzione Partenopea del 1799” sarebbe certamente più accurato.

   Le scelte retoriche di Mastriani si spiegano sì con la sua propensione per la descrizione (e, va aggiunto, per le digressioni che comunque sono più che contenute rispetto a quelle chilometriche dello scrittore francese), ma si spiegano anche con il fatto che la storia della Sanfelice, secondo la narrazione di Dumas, era di dominio pubblico, il che costituiva un punto fermo, un dato acquisito per i lettori, che occorreva tener presente. Dice infatti Mastriani stesso nell’avviso in testa al volume: «Stimai attenermi alla dipintura degli attori principali di quel lugubre dramma; perocchè già la Sanfelice era rinata sotto la fervida e immaginosa penna d’uno de’più popolari romanzieri francesi, Alessandro Dumas padre»[24].

   La «immaginosa penna» è rispettata da Mastriani che sicuramente conosce la vera storia della Sanfelice, nata Molina, madre di tre figli e con un matrimonio traballante: una figura sicuramente meno eroica di quella leggendaria descritta da Dumas [25]. Se al centro dell’attenzione del narratore nel romanzo francese non c’è il personaggio della Sanfelice (e La Sanfelice risulta un titolo che non corrisponde al testo) è perché il romanzo stesso crebbe in tipografia, nel senso che non era certamente compiuto, neanche nella mente dello scrittore, quando con quel titolo se ne cominciò a Parigi nel 1863 la pubblicazione a puntate su La Presse. La scelta del titolo di Mastriani, che cercava il confronto, era invece obbligata. Esaurita la sua funzione di richiamo polemico, il titolo si poteva anche cambiare e infatti nel 1876 il romanzo riappare come Due feste al Mercato. Anche in Mastriani non è centrale la figura della Sanfelice e vistoso rilievo assumono, nel racconto, altri personaggi; primo, fra questi, quello di Eleonora Pimentel Fonseca, di cui Mastriani descrive con ammirazione le doti intellettuali, morali, e il patriottismo appassionato [26]. E, naturalmente, si scende nei dettagli della descrizione, non solo fisica, della coppia reale, Ferdinando e Carolina, e dei loro amori e delle loro turpitudini.

   Con tono un po’risentito, lo scrittore osserva in apertura che il libro non ebbe molto successo «avvegnachè importante ne fosse il subbietto» [27]. Il successo sperato, possiamo ipotizzare, poteva essere lo scuotere la coscienza dei napoletani sulla propria identità storica. Ed ora che non c’è più il confronto con il romanzo francese, l’opera si può associare ad altre in cui lo stesso argomento storico è stato “a lungo” narrato, ai Lazzari e ai Misteri di Napoli.

   Delle tre parti del romanzo di Mastriani, la prima parte è occupata, per un buon tratto, dalla figura sinistra del cardinal Fabrizio Ruffo. Mastriani ne tratteggia una biografia, che è poi un elenco di nefandezze, conclusa con la “crociata” del Sanfedismo. Prima e dopo di questa fase cruciale della biografia del porporato, Mastriani presenta il Ruffo dialogante con Eleonora Pimentel Fonseca. Le chiede amore, prima in cambio del salvataggio politico, poi in cambio della vita. In entrambi i casi la donna dà misura dell’eroismo che la porterà di lì a poco al patibolo. La seconda parte è dedicata alla breve vita della Repubblica Partenopea e alla fallita congiura dei Backer [28] che diede alla Sanfelice, per averla rivelata, prima il titolo di “madre della patria” e poi la morte in Piazza del Mercato. La terza parte contiene il resoconto il calvario della Sanfelice per evitare il patibolo (la falsa gravidanza) sostenuta da medici napoletani di orientamento liberale) e la macabra fine della nobildonna.

   Una miriade di personaggi spunta dalle numerose trame del racconto. Al comparire della Pimentel Fonseca, per esempio, dopo il profilo biografico che già offre occasione per ulteriori digressioni, Mastriani non può fare a meno di dare una rassegna delle presenze più illustri del suo cenacolo. E così incontriamo il grande medico Domenico Cirillo, Gaetano Filangieri (morto prima della rivoluzione), Mario Pagano e, naturalmente, fra loro la Sanfelice. Quest’ultima è a Napoli da tutti ammirati, in particolare da due aitanti giovani: dall’uomo che ha giurato eterna fedeltà, Leonida Ferri (rientrato a Napoli per far la sua parte nella rivoluzione), e dal reazionario borbonico Gerardo Backer, impazzito addirittura per lei. Il Backer innamorato le rivelerà, per salvarle la vita, che una congiura porterà pochi giorni dopo alla fine della Repubblica. A questa prova d’amore del Backer per Luigia corrisponde quella di lei per Leonida Ferri. La Sanfelice offre a lui, all’uomo che ama, il salvacondotto datole dal Backer. Il Leonida svela la congiura ai compagni repubblicani. La congiura viene bloccata e il Backer ucciso. Poco dopo anche Leonida Ferri viene ucciso.

   La solitudine della Sanfelice nel corso della reazione borbonica ne acuisce il dramma. Sarà lei l’ultima rappresentante della Repubblica ad essere giustiziata. Sarà uccisa da un boia improvvisato, “mal pratico”, che fece scempio del suo corpo prima di decapitarla con un coltellaccio da beccaio: dopo di averle staccato per sbaglio una spalla con la mannaia, al grido di orrore del popolo, il macellaio chiamato a sostituire il boia mastro occupato altrove, ricorse allo strumento a lui più familiare per finire il lavoro. Non mancano nel romanzo altre immagini macabre come questa. Ricordiamo che cronologicamente siamo molto vicini ai Misteri e quindi ritroviamo nella Sanfelice molti aspetti delle tematiche lì ampiamente rappresentate. Retoricamente parlando, è comunque Luigia Sanfelice romanzo propriamente storico e quindi i temi gotici, frenologici, fisiognomici e perfino morali (pensando alle non infrequenti tirate moraleggianti in calce a descrizioni di fatti e persone) passano in secondo piano.

   Emergono invece brillanti i ritratti di Ferdinando e Maria Carolina, di Monsù Attone (Sir John Acton), di William Hamilton e della giovane moglie Emma, amante di Horatio Nelson e della regina. Su tutti spicca per tratti di nobiltà la figura dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, fatto ignominiosamente impiccare da Nelson, il quale sarà anche un eroe per gli inglesi e per Dumas, ma certamente non per Mastriani [29].

   C’è poi un lungo catalogo di eroi noti e poco noti della Repubblica Partenopea, dal generale Gabriele Manthonè a Luigi Serio (un cieco che volle partecipare alla battaglia per la difesa della città dall’orda della Santa Fede). Un’intera rassegna viene poi fuori dalle figure delinquenziali associate ai Borboni: lazzari, briganti, Fra Diavolo, Mammone, il famoso boia Masto Donato… fino al crudelissimo menino di Ferdinando, Gennaro Rivelli. Tutto questo comunque non deve indurci credere che ci siano soltanto personaggi a tutto tondo, soltanto positivi o soltanto negativi nel romanzo. Anzi, il pensiero di Mastriani raggiunge punte di ispirata penetrazione psicologica quando di un personaggio del tutto perverso, com’è il Ruffo per esempio, nota elevate doti di umanità e di senso di giustizia. lo stesso re Ferdinando, uomo volgare, pusillanime, di squallidi costumi e di vertiginosa ignoranza, mostra a tratti lampi di intelligenza e di arguzia, e addirittura di simpatia, soprattutto in rapporto alla irredimibile abiezione della scellerata sua consorte Carolina d’Austria. Il caso di ambiguità più notevole è forse quello che riguarda i lazzari che saranno pur ignoranti e violenti, ma nello stesso tempo sono ottimi rappresentanti del generoso e indomabile popolo partenopeo. Se è vero che si battono contro Championnet, e quindi contro gli ideali patriottici e liberali, è pur vero che si battono da eroi per la difesa della patria. Torna qui il senso della “indipendenza nazionale” che aveva fatto grande Carlo III nell’Omaggio Sebezio. Il brano che segue va letto in risposta alle fiorite pagine del Dumas sulla “conquista” di Napoli da parte di Championnet.

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   «Championnet moveva intanto da Roma per Napoli con venticinquemila uomini, con artiglierie, viveri e macchine guerresche. Quattro divisioni componevano il suo esercito. Non lieve resistenza ebbe a superare il generale francese non tanto delle poche forze di terra e di mare che accanitamente difesero i regi diritti, quanto dagli informi eserciti di Fra Diavolo, Pronio, Salomone, Rodio, Mammone, pe’quali grande sgomento entrò nell’esercito francese. Ma dove si compirono fatti straordinari ed incredibili si fu alle porte stesse della città di Napoli per l’audace resistenza che i francesi ebbero a sperimentare da’nostri lazzari. È questa sì certo una delle pagine più gloriose della storia di Napoli. Noi non guardiamo nella eroica difesa de’lazzari napolitani che il sentimento della indipendenza nazionale e l’odio allo straniero. Che se in questo nobile sentimento andava pur confusa la causa della tirannide, non è per ciò da estimarsi men glorioso il fatto e meno eroica la difesa. Qualunque sia la causa che se ne giovi, la difesa delle patrie zolle contro l’invasione straniera è santa, è legittima. Essa sola giustifica e assolve quella mostruosa infamia che è la guerra. così il popolo non avesse trovato spesso nella corruzione delle classi elevate una viva opposizione allo sviluppo del sentimento della indipendenza nazionale! Napoli non avrebbe avuto a gemere per lo spazio di oltre sette secoli sotto barbare straniere signorie [30]» .

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   Il genio militare dello Championnet che tanto risplendeva in Dumas contro l’incapace generale Mack a Velletri e a Civita Castellana non sembra tanto ovvio negli scontri con i briganti in Terra di Lavoro e, soprattutto con i lazzari alle porte di Napoli. Quel che è evidente, invece, è l’orgoglio napoletano del narratore che rettifica la prospettiva degli eventi storici. I fatti sono gli stessi raccontati da Dumas, ma la “storia” è molto diversa.

   Per concludere, Luigia Sanfelice è certamente sia romanzo che storia ed illustra bene lo stile, ovvero la forma ibridata di novel e anatomy in cui eccelle Mastriani. Per quel che riguarda la veridicità dei fatti narrati (un elemento da valutare rispetto alla vocazione didattica del romanziere) bisogna dire che le licenze poetiche riguardano soprattutto le vicende della Sanfelice e arrivano a Mastriani da Dumas, non corrispondono certamente al vero. Luigia Sanfelice, nata Molina, all’epoca dei fatti narrati era tutt’altra cosa della “protagonista” del romanzo. Era una donna di facili costumi; aveva diversi amanti, un marito, tre figli e molti debiti. Mastriani non tradisce la verità, accetta la leggenda. Non è su questo, come abbiamo visto, che sceglie di confrontarsi con Dumas. In apertura d’opera, aveva del resto dichiarato di non aver intenzione di modificare quella che ormai era divenuta la vulgata, ovvero la leggenda della Sanfelice.

                              FRANCESCO GUARDIANI

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[1] Francesco Mastriani, Luigia Sanfelice, Napoli, Sirena, 1870, pagina non numerata anteposta alla p. 1.

[2] Ibidem. Corsivo mio.

[3] Il nuovo titolo, ricordo, si riferisce alle esecuzioni, in Piazza del Mercato di due protagoniste della rivoluzione e della Repubblica Partenopea del ’99, Eleonora Pimentel Fonseca e Luigia Sanfelice.

[4] Francesco Mastriani, Due feste al Mercato, Napoli, Regina, 1876, p.1.

[5] Ena Marchi, A Napoli in nome del padre della rivoluzione, in ALEXANDRE DUMAS (padre), La Sanfelice, Milano Adelphi, p.1750.

[6] Dumas, La San Felice, cit. p. 15.

[7] La prima “appendice” del romanzo vede la luce su La Presse di Parigi il 15 dicembre 1863 e l’ultima vi appare il 3 marzo 1865. Sull’Indipendente, il romanzo comincia a uscire nel maggio del 1864.

[8] Dumas, La San Felice, cit. p. 15.

[9] Ivi, p. 983.

[10] Ivi. p. 38.

[11] Sarà stato, come dice Croce, un atto di obbedienza di un soldato all’ordine del governo inglese. ma lo stesso non può, o meglio non poteva, esserci ammirazione e orgoglio per Nelson da parte dei napoletani. C’è anche da ricordare che su suo ordine era stata distrutta buona parte della flotta napoletana affinchè non cadesse in mano francese.

[12] Dumas, La San Felice, cit., p. 281.

[13] Ivi, p. 31.

[14] Cfr, ivi, p. 69.

[15] Ivi, pag. 192.

[16] Ivi, pag. 197.

[17] Ivi, pag. 236.

[18] Ivi, pag. 172.

[19] Ivi, pag. 1753.

[20] Ibid.

[21] Dumas, La Sanfelice, cit., p. 1154.

[22] BENEDETTO CROCE, La rivoluzione napoletana del 1799, Napoli, Bibliopolis, 1998, p. 12.

[23] Esemplare è il caso del capitolo IX della prima parte. È la storia di «Tommaso il guardiano», che entra nel racconto soltanto perché «venuto in Napoli da pochi anni colla moglie e una figliuola bellissima, fu raccomandato […]dal cardinale Fabrizio Ruffo, suo compaesano» (Francesco Mastriani, Luigia Sanfelice. Romanzo storico, Napoli, Stabilimento Tipografico della Sirena, 1870, I, p. 90) e ammesso come guardiaboschi San Leucio. Ferdinando seduce la figlia di Tommaso e questi gli spara una schioppettata, ma manca il bersaglio: «Fischia la palla agli orecchi del re e gitta in frantumi uno specchio ch’era sull’opposta parete. […] Da che dipendono i destini de’popoli! Se la palla avesse toccato la tempia del re, Napoli non avrebbe forse veduto le stragi del 99 e gli innumerevoli afforcamenti che seguirono» (ivi, I, p. 100). Ferdinando reagisce aizzandogli contro Mercurio, «un cane di quella razza terribile di Terranova che fa spavento anche ai leoni» (ivi, I, p. 99) e «poco appresso, alla breve distanza d’un tiro di schioppo, furono udite grida strazianti» (ivi, I, p. 100). Fine del capitolo. Di Luigia Sanfelice nemmeno l’ombra.

[24] Ivi, I, pagina non numerata anteposta alla pagina 1.

[25] Maggiori dettagli biografici della Sanfelice si trovano nel capitolo Luigia Sanfelice e la congiura dei Backer, in CROCE, La rivoluzione napoletana del 1799, cit.

[26] Le Due feste al Mercato del secondo titolo del romanzo alludono, come già ricordato, alle esecuzioni capitali, in Piazza del Mercato, della Sanfelice e della Pimentel Fonseca. Il testo del romanzo del ’76 è identico a quello del ’70. Nell’ “Avvertenza” delle Due feste al Mercato si legge: «Questo mio storico lavoro fu pubblicato in Napoli per la prima volta cinque anni or sono, con altro titolo che poco rispondeva al concetto dell’opera». (Mastriani, Due feste al Mercato, cit., pagina non numerata anteposta alla pagina 1).

[27] Ibid.

[28] “Baccer” in Croce. “Backer” è la forma usata da Mastriani.

[29] È possibile che sia la barbara impiccagione del Caracciolo che la distruzione delle navi napoletane dopo la fuga a Palermo di Ferdinando e Carolina (“imprese” che portano il suggello dell’ammiraglio inglese, e costituiscono le macchie della sua condotta altrimenti eroica), non siano altro che atti di obbedienza ad ordini segreti del governo inglese (Cfr, CROCE, La rivoluzione napoletana del 1799, cit., pp. 16-18). A questa “giustificazione” forse anche Mastriani, senza ricerche d’archivio, era arrivato. Rimane per lui il fatto che l’uccisione del Caracciolo fu un atto di infamante, irredimibile abiezione.

[30] Francesco Mastriani, Luigia Sanfelice, cit., parte II, pp. 5-6.

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      Postfazione

   Due feste al Mercato, che si colloca di buon diritto tra i principali romanzi ̔storici̕ di Mastriani, viene pubblicato per la prima volta con il titolo Luigia Sanfelice. Tale scelta è volta sia a mettere in risalto uno dei protagonisti principali del racconto, quello appunto di Luigia Sanfelice, l’acclamata Madre della Patria, sia a precisare l’argomento, vale a dire la sfortunata e breve parentesi della Repubblica Partenopea durante il 1799.

   Il titolo ricalca quello omonimo del romanziere francese Alexandre Dumas – La San Felice, pubblicato in Italia sulle appendici de «L’Indipendente» ‒, opera con la quale, probabilmente Mastriani aveva volutamente ricercato un confronto per rispondere alle critiche di Dumas nei confronti del popolo partenopeo.

   Nel 1876 l’autore decide di pubblicare nuovamente il romanzo con il titolo Due feste al Mercato. Memorie del 1799. Qui si confermano la tendenza alla storicità dei fatti e l’aderenza alla realtà, arricchite soltanto da alcune inserzioni romanzesche volte a stuzzicare la curiosità del lettore. Questi aspetti trovano riscontro nelle parole dello stesso Mastriani, che, nell’Avvertenza di Due feste al Mercato mette in evidenza i tratti distintivi del proprio romanzo:

    «Questo mio storico lavoro fu pubblicato in Napoli per la prima volta cinque anni or sono, con altro titolo che poco rispondeva al concetto dell’opera. Ebbi allora appena il tempo di correggerne le prime pruove di stampa. Poca pubblicità si ebbe il mio libro, avvegnaché importante ne fosse il subbietto. Oggi con titolo più adatto ripubblico il mio lavoro. Sotto la forma del romanzo storico, mi proposi dipingere gli attori principali del lugubre dramma del ’99 in Napoli, del quale a lungo narrai ne’ Lazzari e nei Misteri di Napoli. Non mi allontanai dalla storia che in quel che poteva aggiungere maggior colorito al tristo quadro di quella crudele reazione [1] ».

   La scelta del nuovo titolo, inoltre, sembrerebbe rispondere al desiderio dell’autore di esaltare non soltanto il sacrificio e il calvario della Sanfelice, bensì quello di tutti gli eroi della Repubblica. Secondo la maggior parte della critica [2], infatti, le due feste al mercato farebbero riferimento alle esecuzioni capitali di Eleonora Pimentel Fonseca e di Luigia Sanfelice, avvenute appunto in Piazza del Mercato, rispettivamente il 20 agosto del 1799 e l’11 settembre del 1800.

   Tuttavia, considerando l’attenzione riservata da Mastriani al personaggio di Luigia Sanfelice, si potrebbe pensare che entrambe le feste fossero attribuite solo a lei. Pertanto, una sarebbe da riferire alla decapitazione della Sanfelice, mentre l’altra potrebbe fare riferimento al giorno in cui la nobildonna fu proclamata Madre della Patria.

   La storia resta in ogni caso la protagonista indiscussa del romanzo. L’autore inserisce nel testo numerose note volte a sottolineare l’autenticità del racconto, grazie all’autorevolezza delle fonti utilizzate: la Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825 di Pietro Colletta, la Storia d’Italia dal 1789 al 1814 di Carlo Botta, nonché il Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli del ’99 di Vincenzo Cuoco.

   Mastriani, rispettando perfettamente i canoni del romanzo storico, costruisce una trama lunga e complessa, suddivisa in tre parti. Nella prima si gettano le fondamenta di quel massacro che vedrà coinvolti gli esponenti della Repubblica in seguito al fallimento dei loro propositi e delle loro idee liberali e dopo l’immediata ricostituzione del Regno borbonico. In particolare, emerge l’ambigua e torbida figura del cardinale Fabrizio Ruffo, disposto a salvare la vita di Eleonora Pimentel a condizione che quest’ultima gli si conceda. La donna sceglierà di salvare il proprio onore e di restare fedele ai propri ideali morendo sul patibolo come una vera eroina della patria.

   La seconda parte pone al centro del racconto la breve esperienza della Repubblica Partenopea, offrendo al lettore degli ammirevoli e brillanti ritratti dei principali eroi della patria, fra i quali spiccano le figure di Domenico Cirillo e di Mario Pagano. Un ampio spazio è dedicato inoltre alla celebre e dibattuta congiura dei Backer che, rivelata involontariamente dalla Sanfelice, permetterà a quest’ultima di ricevere l’appellativo di ‘Madre della Patria’. Quello stesso epiteto e quel tradimento a danno dei Backer le saranno fatali qualche tempo dopo, quando neanche l’appoggio di alcuni medici liberali (che sosterranno la tesi di una gravidanza falsa) o quello dell’arciduchessa d’Austria Maria Clementina (che dopo aver partorito il suo primo figlio maschio chiese appunto al re la grazia di liberare la Sanfelice) potranno salvarle la vita. Questo, in particolare, è il contenuto della terza e ultima parte del romanzo, che si conclude con la tragica morte di Luigia Sanfelice.

   Mastriani riserva particolare attenzione ai protagonisti, concentrandosi non solo sulle loro qualità morali, ma anche sulle debolezze e i difetti; persino la descrizione delle loro fattezze fisiche assume una posizione di rilievo. L’autore, inoltre, non è mai categorico nella distinzione tra ‘buoni’ e ‘cattivi’ [3], ma riesce a individuare persino nei personaggi più spietati qualche traccia di umanità.

   A emergere sono i valori di fedeltà e di eroismo tipici del popolo partenopeo: che si tratti di devozione nei confronti del proprio sovrano o di attaccamento verso quel nuovo ideale di libertà, gli esponenti delle diverse fazioni saranno disposti a morire pur di non cedere alle pressioni del nemico e di restare fedeli al loro Credo.

Mastriani, infine, attraverso il profilo di alcuni personaggi, riesce persino a contestare le insensate consuetudini del tempo: l’usanza di destinare i figli cadetti delle famiglie aristocratiche alla vita monastica, senza preoccuparsi delle loro reali inclinazioni, per esempio, sarà perfettamente rappresentata attraverso il personaggio di Fabrizio Ruffo. L’autore attribuisce la crudeltà e il rancore del cardinale proprio a questa moda – definita una ‹‹barbara e stolida costumanza››. L’obiettivo è dunque quello di dimostrare l’assurdità di quel costume, che costringe i giovani a intraprendere un percorso religioso, destinato a degenerare in una vita dissoluta e dominata dal peccato e dalla menzogna.

   Mastriani, infatti, è perfettamente consapevole di possedere uno degli strumenti più incisivi che possano educare il popolo in un momento storico tanto delicato quanto inefficiente soprattutto dal punto di vista educativo, ossia la penna dello scrittore. La scelta di raccontare i fatti del passato può fungere da monito per le nuove generazioni.

   Ancora una volta, con questo romanzo, Mastriani conferma la propria funzione di scrittore sociale, la cui opera rivela un chiaro intento educativo.

                                                                                           ELVIRA TROVATO

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[1] F. MASTRIANI, Due feste al Mercato. Memorie del 1799, Napoli, Gabriele Regina Libraio-Editore, 1876, Avvertenza.

[2] Vedi, per esempio, F. GUARDIANI, Francesco Mastriani: due capitoli di storia e di letteratura di Napoli e d’Italia, in ‹‹Rivista di Italianistica››, XXV, 2013, p. 92 oppure C. COPPIN, I romanzi storici di Francesco Mastriani, Avellino, Edizioni Sinestesie, 2018, p. 165.

[3] Vedi F. GUARDIANI, Francesco Mastriani: due capitoli di storia e di letteratura di Napoli e d’Italia, cit., p. 94.

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    Introduzione

   La passione per la storia connota fortemente alcuni periodi e momenti storici, e il nostro fa parte di questi. Lo dimostra l’incremento degli studi storici, e, soprattutto, la fioritura di romanzi di ispirazione storica e di una pubblicistica divulgativa che troppo spesso si accosta sia la romanzo che alla saggistica storica. Da un lato gli storici si impegnano a dare una struttura scientifica alla conoscenza della storia, dall’altro la maggior parte della gente ha i medesimi desideri di conoscere il passato, soprattutto del suo popolo, ma esercita la sua immaginazione sui fatti storici consegnati al romanzo e all’epos, dove essi assumono la forma di miti che vivono un’esistenza parallela a quella della storiografia ″scientifica‶. È stato autorevolmente sostenuto che la storia in epoca moderna ha preso il posto del mito, ma questo più plausibilmente si può dire del romanzo storico, in cui la dimensione mitica è un elemento determinante.

   Questo sembra dimostrare che in tutte le culture esiste una percezione doppia dei fatti storici, contesi da un lato da una presunzione di scienza e dall’altro affidati a una rappresentazione immaginaria.

   In genere gli storici ″scientifici‶ non resistono alla tentazione di liquidare i romanzi storici come lavori mendaci e inutili, oltre ad essere concorrenti pericolosi e più fortunati nel mondo del mercato, e li considerano spesso dei beni di consumo contraffatti e taroccati. In realtà, anche quando sono storiograficamente inattendibili, almeno i migliori di essi pongono spesso problemi di scottante attualità, azzardano intuizioni nuove ed entrano spesso nel vivo dei dibattiti culturali e politici del loro tempo. Le responsabilità del romanziere storico sono grandi, proprio per questa capacità di influenzare un pubblico enormemente più vasto dei lettori degli storici.

   Ma anche quando riconosciamo al romanzo storico il diritto di esistere, perché anch’esso risponde a una domanda di storia espressa da un vasto pubblico di lettori, le differenze decisive tra i due generi sono notevoli: le scienze trattano i fatti dalla parte delle strutture e della funzione, laddove il romanzo storico, in quanto romanzo, è proiettato verso una totalità ricca e intensa; il saggio storico non ignora la dimensione emotiva e la sfera del simbolico, ma comunica emozioni e simboli concettualmente (ossia traducendo le emozioni in concetti astratti e impoverendo i simboli nelle loro spiegazioni); invece il romanziere possiede un linguaggio altamente simbolico, quello della letteratura, in grado di comunicare le emozioni che egli attribuisce ai personaggi mediante le proprie emozioni, che in qualche modo vicariamente le rappresentano, e che il lettore accoglie come autentiche, come per un magico affidamento.

   Il problema, che stiamo cercando di focalizzare, non è tanto quello del diritto di esistere del romanzo, quanto quello di capire, tra le altre cose, la sua compatibilità con la storia, ossia la sua utilità o complementarità per la conoscenza degli eventi storici, tenendo conto che esso è stato ed è ancora, a dispetto di quello che pensiamo e crediamo, informatore (e formatore) di storia per un vasto pubblico di lettori, che rimangono distanti dalla saggistica storica.

   Nel trattamento delle fonti storiche, la differenza tra il romanziere e lo storico consiste nel fatto che quest’ ultimo deve rispettare una procedura rigorosa e soggetta a verifiche, che pretende in primo luogo la conoscenza e il rispetto dei fatti documentati, laddove lo scrittore conservi la sua libertà d’inventare. Quando ai limiti dell’ invenzione, è necessario che egli restituisca un quadro storico o un’esistenza individuale con una certa verosimiglianza, questo però non basta a fare del suo racconto un’opera interessante dal punto di vista dello storico, se non la si specifica meglio. La sua validità e utilità per la conoscenza storica dipenderanno soprattutto dalla capacità di interpretare intuitivamente (ma anche concettualmente) lo spirito di una vicenda, di un’intera società o di un’epoca, anche inventando e manipolando le fonti in maniera funzionale a questo scopo. In altri termini, lo scrittore non può ignorare le fonti né esimersi da una conoscenza approfondita delle forme di vita e degli eventi di un momento storico, ma può subordinare il loro trattamento, ricorrendo anche a invenzioni e manipolazioni, a quella ″intuizione dell’insieme‶, al ″colpo d’occhio‶ che restituisce l’anima profonda della storia. Se uno scrittore si cimenta con la storia, deve saper restituire di un periodo storico o di un’epoca o di una presunta condizione universale (concreta) dell’esistenza un’immagine che dovrebbe trovare innanzitutto un riscontro concettuale nei professionisti del lavoro storico. Questo potrà avvenire – come dimostrano tutte le esperienze passate dei buoni romanzi storici: si pensi a Balzac letto da Engels – se lo scrittore possiede i mezzi per procurarsi una serie così vasta e articolata di informazioni significative, da consentirgli di ″entrare‶ nelle situazioni evocate, dando l’illusione di ″esserci stato‶. Con l’aggiunta delle risorse (quando ci sono) del suo talento, della profondità delle sue intuizioni e della forza della sua scrittura, che daranno l’impressione di un ritorno felice dalla discesa agli inferi. Allora il romanzo storico potrà accompagnare la storia evocata dagli storici, e a volte approfondirla e persino porsi a volte come un’alternativa. Un romanzo che non si attiene a queste condizioni può legittimamente aspirare a essere considerato, se i lettori glielo consentono – un buon romanzo – ma non ha il diritto di definirsi un romanzo storico. Perché non può pretender, di fare luce sulla storia, se la storia non c’entra.

   L’opera che qui si presenta è un romanzo sulla rivoluzione napoletana del 1799, pubblicato in due volumi nel 1870 a Napoli col titolo Luigia Sanfelice. Due feste al mercato [1] e riproposto nel 1876 presso l’editore Gabriele Regina col titolo parzialmente modificato e più aderente alla materia del romanzo (Due feste al Mercato-Memorie del 1799). L’autore, Francesco Mastriani (1819 – 1891), giornalista, impiegato, docente, ha pubblicato un numero consistente di romanzi ispirati alla vita napoletana, che trovano corrispondenze, fuori d’Italia, con Il ventre di Parigi di Eugène Sue, con cui condividono le caratteristiche migliori del feuilleton, il merito di aver esplorato contesti sociali poco conosciuti e il successo presso il vasto pubblico. Oltre a romanzi (Il campanello dei Luizzi, Lucia la muzzonara, La spigaiola del Pendino ecc.) Mastriani si è dedicato con più misura al romanzo storico, come l’opera sul 1799 che qui si presenta, e a scritti sociologici inseparabili da questa vastissima produzione che anticipano il verismo (I vermi, I misteri di Napoli).

   Mastriani pubblica il suo principale romanzo storico sulla vita e morte della rivoluzione napoletana alcuni decenni dopo il drammatico evento, per cui la sua narrazione si fonda non sulla conoscenza diretta, ma su quello che era rimasto nella memoria collettiva e soprattutto sulla vastissima produzione italiana e straniera di racconti, cronache, discorsi, saggi, studi storici e agiografici comparsi prima, durante e dopo la tragica esperienza repubblicana. Questo lo differenzia dalla memorialistica e ne fa uno scrittore che lavora con la storia. In fondo, l’autore nuotava nel suo mare, essendo un dotto esperto delle cose napoletane, che raccoglieva dati che già riempivano le bibliografie del suo tempo, e che traduceva in narrazioni gli episodi del ’99 con – per chi non aveva gusti troppo sofisticati – una capacità affabulatoria nella sua semplicità e chiarezza. Alcune di queste narrazioni sono trasposte nel romanzo, cogli accorgimenti o le diluizioni necessarie alla conservazione della struttura narrativa, che è costituita da quadri storici dotati di autonomia ma coordinati in maniera significativa. Quello che più di tutto differenziava il romanziere dagli storici di professione era la libera invenzione, in cui si scatenava la sua immaginazione: dove i dati non lo soccorrevano, egli rimediava inventando dialoghi e situazioni, disegnando caratteri, descrivendo psicologie che non è del tutto difficili indicare come verosimili, ma in linea a quanto gli suggeriva la tradizione ormai consolidata sul Novantanove, non solo quella scritta, ma anche quella orale, diffusa tra la popolazione di Napoli. Da qui un problema irrisolvibile di fonti, perché le fonti in molti casi risultavano riscritte dalla memoria collettiva, in cui personaggi e fatti erano entrati nella leggenda.

   Il romanzo di Mastriani dipendeva dunque dalla vulgata e insieme dalla tradizione colta sul ’99, che dovettero essere dissimili nei dettagli, ma pressoché identiche nello spirito del racconto, ossia nella visione apologetica della Rivoluzione repubblicana. Per uno studioso del ’99 c’era poco da scegliere: la lettura della Rivoluzione era già stata scritta dagli intellettuali che avevano avuto un ruolo di primo piano in quella tragica esperienza, si era trasmessa alle generazioni successive e, con la medesima fedeltà, a tutte quelle che sarebbero venute dopo, fino ai nostri giorni, ossia fino alla pubblicazione – ma sono solo esempi – dei due romanzi della Macciocchi, Cara Eleonora (1993) e L’amante della rivoluzione (1998). In questo quadro storico-ideologico (in ultima analisi, mitologico), non mancano però incertezze e perfino contraddizioni. Per tutti il ’99 è stato un momento sacrificale che ha fondato i valori liberali e democratici della Nazione napoletana, l’intoccabile simbolo identitario del Reame e della cultura del Meridione [2]. Come è spiegato nel bel saggio di Francesco Guardiani, la prima sollecitazione a scrivere questo romanzo fu data a Mastriani dalla lettura del libro sulla rivoluzione napoletana del 1799 di Alessandro Dumas padre [3], che aveva enfatizzato in maniera irritante il ruolo svolto dai francesi nella nascita e nel governo della Repubblica e sminuito e avvilito quello del popolo napoletano. Mastriani ha voluto dare una risposta a questa interpretazione stravolta di un evento tragico di cui i napoletani erano stati protagonisti e vittime: fu uno scatto dell’orgoglio napoletano ferito per correggere la prospettiva storica, difendere la dignità del popolo napoletano e mostrare la sua vera natura. Era una scelta coraggiosa, che – come ho anticipato – si inquadrava in una visone storica già consolidata nel pensiero e nell’immaginario dei partenopei. Sotto questo aspetto nel romanzo il caso più significativo è quello della Sanfelice, una persona quasi ordinaria che viene trasformata in eroina. Ma tutta la storia del’99 è riscritta in una prospettiva patriottica e liberale, che rappresentava la monarchia borbonica, la corte e la controrivoluzione sanfedista come un mondo corrotto e retrivo, che Mastriani riscrive nelle forme orrifiche del feuilleton e nelle tinte fosche del racconto nero: è vero che la realtà storica del ’99 presenta elementi a volte più tragici e perversi di quelli immaginati, ma quello che convince meno è la distinzione netta tra le due parti, quella liberale e quella reazionaria: malvagità, crudeltà, perversione da un lato, innocenza, lealtà, eroismo dall’altro, secondo una struttura di base e lo stile formale dei romanzi d’appendice: nero e bianco, bene e male, giusto e ingiusto, vero e falso, nell’assenza totale del chiaroscuro tipica delle rappresentazioni manichee.

   In questo quadro storico-ideologico (in ultima analisi, mitologico) non mancano però incertezze e perfino contraddizioni. Stranamente, nella rappresentazione del regno del male lo scrittore spesso si lascia incantare dalla inusuale bellezza, eleganza e fascino delle donne aristocratiche, che, pur essendo il pendant femminile del potere maschile e della sua perversione, riescono ad incantare gli uomini, e, tra questi, mi sembra, lo stesso scrittore. E qui siamo oltre la storia, vicino alle pulsioni dell’inconscio.

   Rispetto alla tradizione giacobina, la pagina che Mastriani dedica all’esperimento monarchico di San Leucio rappresenta una novità: la propaganda rivoluzionaria nei mesi della Repubblica si era sforzata di sminuire se non di infangare questo merito indubbio della monarchia borbonica, raccontando alla popolazione, e soprattutto alla plebe, che San Leucio era soltanto il bordello di re Ferdinando [4]. Lo scrittore invece ritiene che Ferdinando «non mancava di senno politico; e una prova luminosa in fatto di governare un popolo fu lo statuto che egli creò per la colonia di San Leucio, e che può gareggiare co’più liberali che sieno mai usciti da penne di filantropi riformatori».

   Mastriani non ignora che il re è responsabile della distruzione della Repubblica e delle nefandezze della controrivoluzione, ma al tempo stesso fatica a collocare Ferdinando tra i mostri del regime, probabilmente perché, come scrittore e come napoletano, non poteva rimanere indifferente al fatto che il re incarnava, tra i personaggi della corte, alcuni dei lati più interessanti della napoletanità: «lo spirito sarcastico, comunque lazzaresco, grossolano, ma comunque mordace e terribile», la «naturale perspicacia», che lo scrittore ha saputo cogliere nei lazzari che riempiono le pagine dei suoi libri.

                                                                                 Domenico Scafoglio

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[1] In questa edizione il titolo esatto è Luigia Sanfelice. Romanzo storico, e non Luigia Sanfelice. Due feste al Mercato (nota di Rosario Mastriani).

[2] Per queste riflessioni mi permetto di rinviare al mio scritto Michele ‘o Pazzo, lazzaro e giacobino, spec. al saggio introduttivo Perché è fallita la rivoluzione napoletana, Nocera Superiore, D’Amico, 2020.

[3] Due capitoli di storia e di letteratura di Napoli e dell’Italia, in «Rivista di italianistica», XXV, 2013.

[4] Cfr. Domenico Scafoglio, Lazzari e giacobini, Napoli, L’Ancora, 1999.