Pregiatissimo Signore
Ho letto nel n. 24 dell’anno settimo del Lucifero l’annunzio seguente:
«Ne’primi giorni di maggio annunziavasi l’arrivo in Firenze del professore Vesin de Romanini piemontese, autore dell’opera la Criptographie dèvoilèe, donde trasse la sua Crittografia rivelata il sig. canonico de Pace, come già annunziammo in questo giornale. L’opera sua, stampata in francese a Parigi e a Brussella, è stata lodata dall’Accademia di Scienze e Belle Lettere di Brussella, e con lettera privata del re de’Francesi, dalle LL. MM. Il re e la regina de’Belgi, il re d’Olanda, il re di Sardegna, il re di Prussia ecc. ecc. Oggi egli si propone di pubblicare una traduzione italiana dell’opera sua e ne abbiamo sotto gli occhi il programma.»
All’annunzio magnifico, rimane grandemente eccitata la curiosità di sapere di che si tratta; e voi prudentemente considerando che non tutti abbiamo obbligo di conoscere il greco, avete fatto spiegare con una nota l’oggetto dell’opera.
«Questo lavoro, ha per scopo, come dice il titolo, di esporre il metodo, non solamente di diciferare ogni scrittura in cifra o in caratteri immaginarî anche in una lingua che non si conosca, ma ancora di analizzare e tradurre senza l’aiuto delle persone iniziate, il senso di uno scritto vergato in una lingua della quale non si avesse la menoma conoscenza. L’opera si stampa in Firenze in un bel volume in ottavo e costerà lire dieci toscane, oltre le spese di porto e dazio. Si ricevono le associazioni in questo stabilimento – L’’E.»
Non vi nasconderò che ho letto e riletto l’annunzio e la nota, e quantunque avessi cercato di persuadermi che si trattasse di una cosa nuova, non sono riuscito a credere che così fosse; e rimango nel dubbio. Non conosco le Crittografie del sig. Vesin, e del sig. de Pace; ma ho un libro, un libraccio vecchio in quarto, mezzo logoro dal tempo, con una copertura in cartoncino che fu bianco; la quale è stata da me conservata, e come pezzo archeologico, e perché non ho danaro da far rilegare i libri che adopero per istudiare e non per abbellimento di anticamere. Questo libro fu stampato in Norimberga, nel 1680, ed intitolasi:
P. GASPARIS SCUOTTI
E SOCIETATE JESO SCUOLA STEGANOGRAPHICA
È diviso in otto classi e nella terza trattasi appunto della Criptographia dèvoilèe del sig. Vesin e rivelata dal sig. de Pace; e che cosa è questa Crittografia? – Arificuim sivearcanum staganographicum universale combinativum rerum, quo mille paene modis alter alteri, arte humano ingenio impenetrabili, arvana mentis senza manifestare potesi; ac praeferea quivis, etiam linguarum imperitus, sub qualibet lingua animi sui conceptus patefacero alteri ejusdem atificii consci.
E nella classe quarta – Artificium facile et universale quo quilibet qui unam solam linguam callet, scribendo epistolam quocumque idiomate, etiam a se non intellectam, potest alteri absenti ejusdem artificii conscio, manifestare animi sui sensum occultum, sine ulla secreti latentis suspicione; et quo alius linguarum similiter imperitus, dum modo leggere possit epistolam utrumque, aut saltem ejus litteras cognoscat, ac inter se discernat, secretum alterius sub illa latens intelligere potest.
Sembrano propriamente le parole della vostra nota, copiate dalle precedenti dizioni, più volte ripetute e sul frontespizio ed in altre pagine del mio libro. E siccome voi avete desunto quella nota dal programma, quel programma dunque, o per dir meglio que’modi e quelle idee sono tolte di peso dal libro dello Schott.
E quantunque questo nostro povero giudizio spesso s’inganni, non ho potuto impedire che le commosse idee attaccandosi, appiccandosi, aggrappandosi l’una con l’altra, mi abbiano fatto sovvenire di quella bellissima idea del dottissimo Andres, il quale consigliava, scorgendo che molte cose vecchie si facevan passare per nuove, di badare a preferenza di chiarire al massimo punto le cose conosciute, prima di passare ad altre che sembrassero ignote.
Mi ricordava pure ch’ebbi un pensiero una volta di fare un giornale che avrei intitolato CIOÈ, e mi prefiggeva in quello di andar rettificando gli errori (perdonate) che avessi potuto scorgere negli altri, e col solo proponimento di porre la verità nel suo lume. Ma facilmente me ne dissuasi, sia perché ad altissima impresa mi sarei dedicato, certamente delle mie forze maggiore, e perché vidi il pericolo di poter agevolmente trascorrere dalla critica alla satira.
Venivami da ultima alla mente che la Poligrafia del Tritemio fu pubblicata da un Domenico di Flominga, sotto il proprio nome, senza far menzione né di Tritemio, né di Collange che lo avea tradotto.
Io non so se i Signori Vesin e de Pace abbian dato come cosa nuova una cosa vecchia, e desidero anzi che ciò non sia accaduto; ma credo bene di scriverci tali cose, sembrandomi che non abbiano a dispiacervi, nella somma gentilezza vostra, perché tendenti, per quanto a me pare, al bene della scienza.
Finalmente, e questo è ciò che forse meno m’importa stimo non del tutto inutile lo aggiungere che di quel tale libro, del quale vi ho parlato, ho già principiato la riduzione dall’idioma latino nel nostro ammirabile italiano linguaggio. M’ingegnerò di sceverare da tutto quello che può, delle così…
(Ci manca la fine dell’articolo. Nota di Rosario Mastriani)
RAFFAELE MASTRIANI