La giornata di un Lion
È pur dolce cosa il letto dopo una giornata spesa in lunghe opere o in faticosi divertimenti! Com’e bello il ritrovarsi têtê-a-têtê co’suoi cuscini, sbattuto dalle faccende del giorno, o dopo una furiosa festa da hallo!
Col capo gremito da fantasmi scuri o rosei della veglia, con gli occhi pesanti e sonnacchiosi, con le membra stanche, e pur dolce cosa l’abbandonarsi sulle morbide materasse e sotto la coltre ristorante! Il letto è una tomba, hanno detto taluni, ma chi può asserire che la tomba sia cosi discara? Eppure, a mio credere, il letto è assai più dolce il mattino che la sera, cioè più nello svegliarsi che nello addormentarsi.
Andando a letto, il corpo è stanco ed esausto per le perdite animali, la mente è inceppata; ma com’è piacevole lo svegliarsi senza veruna perturbazione d’animo, e dopo un sonno d’otto ore! L’alba, intromettendosi per le imposte si sfuma sulle cortine del letto, e spande per la camera quella trasparenza così grata agli occhi e alla mente; le prime voci de’venditori ambulanti colpiscono le vostre orecchie, voi vi stendete sule molli e calde piume, sbadigliate, e chiudete di bel nuovo le palpebre non per riaddormentarvi, ma per godere le dolcissime sensazioni di quell’abbandono di tutti i sensi. Allora le immagini che volano sulla fronte non sono fantastiche come i sogni né positive come la realtà, ma hanno tutta la leggerezza de’ primi e tutto l’incanto della seconda: allora tante svariate e lontane avventure ricorrono al pensiero, si confondono, si attraversano, si urtano, come gli oggetti che si veggano clan sportello di un wagon, durante il tragitto della locomotiva a vapore: allora il sangue corre nelle vene fresco e vegeto, e la macchina risente un benessere, una voluttà che si manifesta nelle rose delle guance, e nella respirazione libera ed aperta.
Il levarsi del Lion non e però simile al suo svegliarsi: la prima sensazione amara che egli prova è il caffè che sorbisce nel letto, e mezzo assonnato, per modo che sovente volte all’amarezza della bevanda si aggiunge il dolore della scottatura in vari siti del corpo ed in ispezialità sulla lingua. Bene spesso ancora, gli converrà tranguggiare tra la veglia e il sonno un liquido dolciastro, molle, o velenoso che ha il solo nome di caffè, ma che in fatti e una bevanda composta da mille spezie di drogherie.
Sorbito il nero liquido, il Lion si sdraia bel nuovo sotto la coltre; ma ecco una lettera importuna d’un amico che gli chiede denaro, ovvero il calzolaio, il sarto che vengono a ricordargli le note, ovvero la fantesca che va e viene per la camera facendo uno strascico, un rumore; queste cose determinano il sonnecchioso cavaliero ad abbandonare le care materasse.
Il Lion Federico si alza, non avendo niente di meglio a fare; accende un sigaro, lo imbecca, e si pone alla finestra per guardare chi passa; per uno scrittore di romanzi, o di commedie la strada pubblica è un vasto campo d’ispirazione: in Francia un celebre e fecondo romanziere ricava la maggior parte di subbietti delle sue scene dalle avventure che succedono nella strada. Federico non è letterato, per sua buona fortuna, non è giornalista, non è scrittore, non è filosofo, non già seguace di quella vieta filosofia che si contentava della botte di Diogene o de’ legumi di Pitagora, ma bensì della odierna comodissima filosofia che insegna a saper godere del presente e non curarsi della dimane, di quella filosofia che si accomoda bene tra le bottiglie del vecchio vino e i sorrisi delle fresche donne, insomma il nostro celibe non ha nulla degli antichi filosofi, se non la barba lunghissima.
Egli stassene dunque alla finestra, non per osservare e notare i costumi e le usanze della plebe, non per trarre argomenti di drammi e farse, non per gettare uno sguardo di scherno sulla povera classe che va raccattando il pane quotidiano, non per piangere come Eraclito sulle miserie dell’umanità, o ridere come Democrito sulle follie de’suoi fratelli, niente di tutto questo; l’uomo di cui parliamo, sta alla finestra perchè gli oggetti della sua casa sono immobili, e quelli di fuori sono mobili, vale a dire, che egli sa ben a memoria tutte le sedie, cassettoni, e le bagattelle della sua dimora per divertirsi a contemplarle, laddove cacciando il capo dal suo recinto, vede almeno passivamente nuove cose, fossero pure più triviali del somaro, e più vecchie de’ raggi del sole: una sola cosa tiene occupato in quel momento il nostro individuo, il suo sigaro; egli lo bacia, lo accarezza, lo guarda con amore, vede con delizia sollevarsi nell’aria fresca i densi buffi di tabacco che gli scappano dalla bocca; il piacere del fumare sarebbe intero per lui, se non dovesse ad ogni momento incomodarsi a sputare; questo incomodo è da lui pochissimo avvertito, tanto è il godimento in cui l’immergono le esalazioni di quel cilindro di foglie; ma le noie e le seccature non mancano mai; il vento comincia a soffiar con violenza fino a minacciare di spegnere il sigaro e cagionare un catarro al nostro galantuomo; un briciol di foglia accesa gli cade sul dito; Federico chiude la finestra, passeggia un poco per la camera, prende in mano un giornale, lo squadra da capo a piedi e lo ripone sul tavolino esclamando:
«Questi giornali sono una vera noia, non sanno dire altro che sciocchezze».
Consunto il sigaro, egli, non sapendo cosa fare, si dispone ad uscire; comanda al servo di porre la vernice sugli stivali ed aspettando che la si asciughi, ritorna al suo tavolino, apre un scrignetto, ne trae un biglietto color rosa, sbadigliando legge queste parole:
«Federico mio caro caro, to vuoi assolutamente farmi morire di rabbia; se non ti amassi come una pazza, non vorrei più vederti. Quanto sei caro! Sono due sere che te ne vai puntualmente a due ore, vorrei sapere se veramente ti ritiri… La tua costante e tenera Carolina».
Federico torna a sbadigliare, riposa la letterina nello scrignetto, e va a dare uno sguardo allo specchio, questo sguardo dura un’ora e mezzo; egli va a radersi; il suo capo è lucido, la sua barba è profumata, i suoi denti sono bianchissimi. Un’altra mezz’ ora scorre nella cura dell’acconciatura… Federico è vestito, il Lion e in tutta la sua maestà della sua criniera.
Federico esce, senza sapere dove andrà; egli s’incammina involontariamente verso Toledo, dappoiché questa strada è al centro della varietà, il ritrovo degli amici, la passeggiata di chi non ha che fare e vuole spendere qualche piastra per ammazzar la noia; durante il cammino lento e incerto non mancano le solite vessazioni, cioè qualche farinaio che vi butta la sua mercanzia su gli abiti, qualche mendicante che si fa un dovere di attaccarsi a’ vostri passi come un fedele cagnolino, due o tre pacchiani che vi pregano di leggere l’indirizzo di certe lettere che portano in mano; e finalmente qualcuno di quegli amici più attaccaticci delle mignatte, i quali si avventano sul primo che incontrano, e non lo lasciano più se prima non giunge alla sua meta: sovente questi tali, poi che vi hanno seccato le midolla delle ossa per due o tre ore che state per la strada, quando vi veggano fermare innanzi ad un palazzo, non mancano di dirvi che essi aspettano che abbiate finito i vostri affari per aver di bel nuovo il piacere della vostra compagnia, il cielo liberi e scansi ogni buon diavolo da questa peste di uomini che si ficcano sotto il vostro braccio, e si dicono vostri amici soltanto per isviare o ritardare tutte le vostre faccende.
Quando sono le undici antimeridiane, Federico, che ha avuto la somma felicità di non imbattersi in nessuno di questi amici, entra nel Caffè d’Europa per far colazione, dopo avere comprato due sigari d’Avana nello Spaccio d’eccezione. Entrando nel caffè uno dei garҫons gli si presente tutto lindo, e gli comanda pulitamente di spendere qualche cosa: Federico, che è di buon appetito comanda du gibier aux truffes, des pommes au maitre d’Hotel, des brioches, e una bottiglia di lagrima bianca.
Il Caffe d’Europa e il papà dei Caffè e degli Hotel napolitani; l’eleganza, il lustro, la vastità del locale, il trattamento, il numero dei garҫons addetti al servizio degli avventori, richiamano nelle sue sale i più ricchi forestieri ed i notabili dell’aristocrazia napolitana.
Mentre che Federico fa colazione entrano due giovani alti, ben disposti, col sorriso sulle labbra, e si accostano al Lion, lo salutano in francese, e si seggono vicino a lui, ecco la loro conversazione:
«Questo lion monstre di Federico, guari come divora!»
«Mangio per vincere la noia».
«Deliziosa questa lagrima» dice il più giovane dei due compagni per nome Carlo, dopo aver vuotato tutto il conico bicchiere di Donzelli.
«E questa brioche!» soggiunse l’altro spelato come un inglese, facendo un boccone d’una di esse, a rischio di restarne soffocato; questo giovine si chiama Eugenio.
«Miei buoni amici, voi avete troppa bontà ed indulgenza per la mia colazione − dice Federico in modo beffardo e sardonico − vi confesso che mi piacerebbe per altro più se foste un poco più severi, e non vi degnaste di toccare questa roba».
«Bravo! Dividiamo questo cinghiale; l’amitiè partage; io sono pazzo fanatico per la cacciagione, ed in particolare pe’ cinghiali, questa bestia mi dà un’idea del medio evo, dell’età cavalleresca, quando le porte de’ castelli Baronali erano coverte dalle teste de’ lupi e de’cinghiali».
«Federico, andrai al San Carlo questa sera?».
«No».
«Andrai forse al teatro francese?. ..».
«No».
«Ho capito, andrai alla fanfara di San Carlino».
«No».
«Sei forse di qualche società?».
«No».
«E che diamine te ne farai… Oh bestia che sono, mi ero scordato de’tuoi amoretti, avea dimenticato che sei engagè dalle 8 alle 10».
«Federico e adimè negli amori à l’Antony».
«Antony credeva all’amore, io non ci credo».
«Oh! oh! vuol fare adesso l‘homme blasè… bravo! ci riesce assai con quella cera di uomo annoiato, con quell’abbandono dell’individuo morale, con quella mano che passa e ripassa sui peli de’ baffi, quasi per cercarvi una sensazione; bravo davvero, peccato che ora non sia tra noi il comico Lyot della compagnia francese, potrebbe rubarti codesto atteggiamento, e codesto senso motteggiatore… Vediamo, a che pensi?»
«Penso che darò sul momento dieci napoleoni a quello tra voi che saprà trovarmi un divertimento per questa sera».
«Perdinci! La cosa non è facile per un Lion».
«Vediamo chi di voi due mi troverà un coltello piacevole per uccidere le 4 o 5 ore di questa sera?».
I tre giovani per disporsi all’impresa si fanno recare altre tre bottiglie della stessa lagrima, ed empiscono i lucenti bicchieri, gli occhi cominciano a scintillare, le menti ad esaltarsi, l’allegria comincia ad espandersi su i volti de’due amici di Federico, il quale non divide affatto la loro giovialità, e pare anzi molestato da un grave pensiero: questo non l’impedisce di imitare i compagni, i quali vuotano sempre i coni cristallini.
«L’ho trovato! − esclama Eugenio battendo il bicchiere sul marmo della tavola − l’ho trovato per mercurio! Qua i dieci napoleoni belli e lucidi come il sole».
«Porgimi prima la tua idea».
«Giustissimo, tu vuoi sapere in che modo vuoi spendere piacevolmente le ore di questa sera?».
«Per lo appunto».
«Il modo è semplicissimo; addormentati».
«Bah! mi diverto forse a dormire?».
«Se non ti diverti, non ti annoi almeno».
«Si tratta di trovarmi un divertimento»».
«Ha ragione − salta su Carlo − bisogna trovargli un divertimento; ebbene io l’ho trovato».
«Udiamo adunque».
Carlo vuota un altro bicchiere di vino, si asciuga le labbra col tovagliolo, ed esclama:
«Oh secolo di tristezza e di seccatura, vedi fin dove spingi l’umano cervello in cerca di un piacere nuovo e che non puzzi d’anticaglia! Federico vuoi tu sapere come dovrai spendere piacevolmente le ore di questa sera? Ascolta».
Carlo s’interrompe ad un tratto, come se gli si fosse affacciato alla mente una novella idea: soggiunge quindi:
«Non è necessario per ora dirti quanto io penso per farti divertire. Dimmi che cosa intendi di fare per questa sera?».
«Starò in casa a guardar le due sfere di questo cilindro passare sulle dodici cifre, e sentire la musica della ripetizione».
«Tu dunque starai in casa tutta questa sera?».
«Sì, almeno se morrò di noia, morrò sulla mia sedia a bracciuoli».
«Ebbene io giuro che ti farò divertire».
«In casa mia?».
In casa tua».
«Con la tua compagnia?».
«Non mi lusingo tanto».
«E in qual modo?».
«Lo vedrai».
«Vedremo, i dieci napoleoni sono pronti».
Lasciati gli amici, e uscito dal Caffè d’Europa, Federico si dirige sbadatamente verso Chiaia, la bella giornata, il molle tepore dell’aria scaldata dal sole di mezzogiorno, ed una certa tristezza che non si scompagna mai dalla vita dissipata ed oziosa, invitano il giovane a farsi una passeggiata alla Villa Reale; ma innanzi di recarsi colà, egli entra da Paolucci il parrucchiere degli esclusivi e si fa arricciare la chioma. Mentre uno degli eleganti alunni di quell’artista passa la macchinetta sul capo di Federico, costui si alza di botto, come se fin allora non si fosse ricordato d’un affare importante, ed esclama:
«Presto, presto, due botte, ho dimenticato oggi esser la festa della Marchesina B… Eduardo, va a cercarmi subito una vettura».
II capo è arricciato immantinente; la vettura è vicina al salotto di Paolucci, Federico si dà uno sguardo al nodo della sua cravatta, si fa dare un altro specchio per guardare i capelli di dietro, saluta gli amici che si pettinano, e spicca un salto nella vettura.
«Riviera di Chiaia» dice al cocchiere, adagiandosi su i cuscini.
Dopo dieci minuti la vettura si fermava dinanzi ad un palazzo in detta strada. La sala di ricevimento della Marchesina B… è un grandissimo stanzone verso la riviera, ornato da pitture a fresco del Tiziano e del Perugino: riceve la Luce da 6 vani sporgenti sovra un lungo balcone a gotica inferriata. Secondo la moda corrente, questa sala è tutta gremita di mobili e scompartita in tante sezioni, ciascuna delle quali rappresenta da sé sola un’ anticamera, uno studio etc. Federico si sdraia sovra un e elegantissimo seggiolone di raso bianco, dinanzi al quale è un piccolo dressoir carico di albums, kepsakesi di brochures, e di biglietti di visita della stessa giornata: egli si pone a leggere, per darsi un’occupazione, i nomi di coloro che hanno mandato i loro biglietti di visita: il Duchino A… Il Conte B… di S… Lord John W… P. C. Artista drammatico… Le Marquis de R…, Pair de France… Sebastiano F… Carlo D…
«Anch’egli» esclama Federico sorpreso di trovar colà il nome del suo amico, cui da qualche ora si era lasciato: in questo la porta d’una stanza contigua si schiude per far passare nella sala l’abbagliante Marchesina B.., Federico resta seduto al suo posto, chinando appena il capo per salutare la deità della casa (costume dei Lions).
«Qual buona fortuna è la mia, sig. Federico, di rivedervi, quando tutti gli amici vostri asseriscono che vi siete ritirato dal mondo! Se la sola congiuntura del giorno della mia festa mi procura questo piacere, sono invero dolente che ciò accada una sola volta all’anno».
«Marchesina, voi siete troppo buona di prendere tanto interesse ad un povero infermo qual sono io».
«Infermo! Oh cielo ! E non pare dalla vostra cera».
«Io sono malato incurabile; ma non sono venuto certamente per parlarvi dei miei malori; bensì per vedervi ed informarmi della vostra salute, amabilissima Marchesina».
Federico cerca di dar al suo volto la maggior piacevolezza che può, facendo apparir sulle labbra un fino sorriso sollevando con l’stremità del bastoncino bois de rose l’estremità d’un magnifico tappeto di Matera.
«Parlatemi de’ vostri malori, sig. Federico, io sto bene, grazie al cielo, e tanto bene di spirito che più tardi mi riserbo darvene una pruova».
«In quanto al vostro spirito, Marchesina, non c’è stato chi abbia osato contrastarne l’arguta finezza» soggiunse il Lion disordinando il tappeto in modo scherzoso, e come è solita fare codesta gente dalle maniere sans gêne.
«Grazie del complimento».
«Marchesina, vi caccerete a ridere per certo se io vi dirò che soffro lo Spleen, non quello veramente disperato dei Britanni, ma piuttosto la smania del non aver come spendere le lunghe ore di lunghissimi giorni. Tutto mi annoia, m’infastidisce; e sovente passo le intere giornate seduto sulla mia sedia a bracciuoli, senza far altro che sbadigliare. Mi sono provato a far tutto; ho comprato un pianoforte di Erard per istudiar la musica, ma dopo la seconda lezione, congedai il maestro perché me ne sentivo terribilmente tediato: ho gettato molto denaro in comprar cavalli, e questi non mi hanno regalato altro che cadute e contusioni; ho fatto un giro di passeggiate in Europa, ma non ho visto cose che avea vedute mille e mille volte; ho cercato di amare; ma… le donne, perdonate, amabilissima Eugenia, le donne sono come le sciarade, una volta indovinate, perdono tutta la loro importanza. Ditemi ora voi se la mia non è vera o positiva infermità?»
«Da quanto dite mi avvedo purtroppo che conoscete a fondo le lionerie de’giovani alla moda; ma mi estimo troppo debole per farmi la vostra avversaria in discettazioni così sottili e filosofiche; spero però che per questa sera farete una parentesi a’ vostri principi di rivolta contro i divertimenti, e verrete qui per stare in compagnia di leggiadre donne e di amabili giovinotti, che non ragionano tutti come voi».
«Una festa, Marchesina?».
«No, un rout, semplicemente, una piccola serata senza pretensioni».
«Sono desolato di dover ricusare la vostra offerta».
«E perché?»
«Perché.. Sappiate che questa sera ho scommesso dieci napoleoni con un mio amico se costui fosse pervenuto a trovarmi un divertimento per questa sera».
«Ebbene?»
«Ebbene, se io venissi da voi, forse mi divertirei e…».
«Che originale! Tanto meglio, otterreste così il doppio scopo di divertirvi e non perdere la scommessa, perché non è egli certamente che vi farà passare una piacevole serata, o almeno senz’annoiarvi».
«Accetto, Marchesina, il vostro cortese invito… A rivederci dunque questa sera».
Federico si alza, saluta profondamente la dama, e andandosene dice a sé medesimo − Non importa, verrò alla festa, a costo di dovermi addormentare sovra una sedia, sarà lo stesso come se fossi in casa mia.
Alle cinque pomeridiane Federico si ritira a casa per pranzare e per preparare la sua acconciatura per la festa: egli è oltremodo sorpreso, entrando nella camera da pranzo, di trovare il suo amico Carlo seduto alla sua tavola e tutto intento a divorare le vivande destinate al padrone di casa.
«Bravo! senza cerimonie, sans gêne, servitevi a vostro bell’ agio».
«Caro Federico, ti confesso che la mia intenzione era di pranzare teco questa mattina; sono venuto qui alle 4, ti ho aspettato mezz’ora, e poi l’appetito mi ha vinto. E mi son posto a tavola. Credo che non vorrai formalizzarti di questo scherzo; tra amici».
«C’est egal, comprendo, ma mi pare che tu abbi pensato a te solo; imperciocché non vedo alcun residuo del pranzo: non importa, ora io vengo à mon tour, e senza cerimonie a chiederti da pranzo».
«Accetto con piacere, ma se non posso farti compagnia, voglio almeno io stesso andare a comandare e pagar per te un pranzo, di cui mi darai notizia».
«Soltanto così potrò perdonarti it saccheggio che sei venuto a mettere alla mia tavola».
«Menerò meco il tuo cuoco, affinché accompagni qui il garҫon del trattore: io torno più tardi per la scommessa di questa mattina».
«Ah ah ah! comprendo, speri farmi trovar delizioso il tuo pranzo; ti avverto che non ho troppo appetito».
«Bah! neanche per ombra è questa la mia idea… A rivederci».
«Addio, ti raccomando di mandarmi subito questa roba; a che ora torni?»
«Verso le sette…».
«Non più tardi, addio…».
«Addio»
Federico e restato solo, siccome il giorno comincia a cadere, egli accende un magnifico globo di alabastro, e si toglie il paletot-twine di pelle di montone. Non avendo niente di meglio da fare il Lion si dispone a prepararsi gli abiti per la festa di ballo: apre un forziere elegantissimo di mogano, e dopo aver esaminato minutamente le diverse vestimenta che ivi stanno raccolte, ne trae un abito color violetto di Costantina (ultima novità per soirèe), un calzone di satin nero, una cravatta bianca di fina battista, una punta d’Inghilterra allo sparato della camicia, e un gilet di velluto listato d’oro. Dopo ciò, Federico si siede dinanzi un gran specchio; sceglie i pettini più fini, gli olî più odorosi, e comincia la grande operazione de’peli… Passa dapprima i pettini e le spazzole sulla capigliatura gonfia e arricciata, la esamina capello per capello, riccio per riccio, la unge, la carezza, poi da mano alla barba ed a’ baffi; qui l’operazione dura più lungo tempo perché si tratta di livellar tutti i peli, di aggiustarli, e di renderli lucidi e profumati.
Un’ora e passata dacché il signorotto è seduto dinanzi allo specchio, e non comparisce ancora il pranzo. Federico si alza, accende un sigaro (solito rifugio contro la noia), e si pone a passeggiare per le diverse stanze del suo appartamento. Scorre un’altra mezz’ora. Federico comincia a spazientirsi perché si fa tardi ed egli deve pranzare, vestirsi ed uscire; si gitta sovra una gran seggiola e si pone a sbruffare orribilmente.
«Cosa vuol dire questo ritardo? Averse voluto mai Carlo farmi uno scherzo?»
Passa un’altra mezz’ora. Federico si alza e, risoluto ad andare a pranzare al Caffè, si dispone a vestirsi per andare alla festa dopo essersi rifocillato lo stomaco (l’appetito comincia a farsi sentire). Suonano le otto della sera quando Federico pon termine alla sua acconciatura; egli indossa il paletot, si pone in tasca un pugno di napoleoni, si adatta in testa il cappello, e va per uscire, bestemmiando contro il cattivo scherzo dell’amico; ma lo scherzo non termina cosi; la porta è chiusa di fuora!!
A dispetto degli sforzi, dei calci, e delle cattive parole, la porta spietata non cede, ed il Lion è costretto a riconoscere la propria debolezza a fronte delle leggi fisiche. Federico rientra nelle sue stanze interne: la collera gli scintilla dallo sguardo terribile.
«Che scherzo impertinente! − esclama battendo i piedi a terra, e lanciando il cappello contro una chiffonniere − come questi amici se ne pigliano subito! Il fatto è che ho una fame che non ci vedo, e non ho in casa un pezzo di pane da farvi ballar su il dente!… Pel sangue di Diana, se l’avessi tra le mani quel fistolo di Carlo, gli farei passar la voglia di simili ragazzate… E come farò per andar dalla Marchesina?… Qui sto a14°piano e non posso chiamar nissuno per far buttar a terra od aprire codesta maledetta porta».
Tra questi e simiglianti monologhi che prendevano sempre novella energia, a secondo che più tormentoso faceasi lo stimolo della fame, Federico passò l’intera serata, senza che anima vivente fosse venuto a schiudere quella porta infernale…
Suonò la mezzanotte!!! Federico stava sul suo letto, pallido e sparuto come un morto di fame. A quest’ora il campanello della porta dette un urlo acutissimo. Federico sentì balzarsi il cuore di speranza, e corse ad aprire: nella sua vita non mai il suo cuore gli avea così palpitato per un’ardente aspettativa. Un uomo consegnò a Federico un piatto coverto, un pane, una bottiglia di vino, ed un biglietto così concepito:
«Mio caro Federico. Ti mando pel latore un pollo arrostito ed una bottiglia di ottimo Champagne; so che hai un poco di appetito. Mangia e bevi alla mia salute perché domani verrò a riscuotere da te i dieci napoleoni della scommessa che ho guadagnata, essendo sicurissimo che questa sera non ti sarai affatto annoiato, e che troverai per la prima volta delizioso il tuo pranzo, non e vero? Il tuo amico Carlo D…»
Federico lacerò il biglietto, e si pose a mangiare con tale avidità e piacere che dopo pranzo perdonò all’amico lo scherzo, e disse avviandosi alla festa della marchesina:
«Arriverò tardi, ma non importa, ho passata una buona serata».
FRANCESCO MASTRIANI