TEATRI ACCADEMICI

   Les delicats sont malhheurense, rien ne saurait les satisfaire

                                                                               LA FONTAINE

   Uno stolto inveterato pregiudizio condanna e proscrive uno dei più bei divertimenti sociali, i teatri accademici. Avvegnachè presso la sennata gente un tal pregiudizio vada scemando di forza e par che voglia tra poco cessar del tutto, vi ha non però di quei loschi di mente che vituperano spietatamente i giovani che all’arte drammatica si addicano per diletto, appiccando loro il nome di scioperati e di perdigiorno.

   Ormai grazie al progresso de’lumi ed all’incivilimento delle arti par che la classe degli attori in generale non sia più tenuta in quello spregio che ha sempre pesato su loro: oggidì un artista drammatico di merito siede ne’più eletti crocchi ed è ammesso anzi dappertutto con distinzione ed onore. Or dunque se que’per professione esercitano quest’arte bella sono stimati e venerati, quanto non dovrebbero essere onorati coloro che invece di sciupare le ore ne’Caffè e ne’mali ritrovi, si adoperano solertemente a coltivare per semplice passatempo un’arte che è forse la più potente ed energica tra le arti imitative. Egli è vero che l’esercizio di quest’arte, massime quando vi si accoppia genio e capacità, comincia con essere un divertimento, e finisce col diventare una forte passione; ma gli altri piaceri non possono forse egualmente divenire altrettanti passioni? Ed in ultimo caso, quale danno può mai arrecare ad un individuo la passione per l’ arte drammatica? Se togli un po’ di dispendio, null’altro a mio credere può derivarne di grave importanza. E questo dispendio è ancora limitato dalla necessità in cui sono i dilettanti comici di non poter assiduamente darsi alla palestra drammatica, per le innumerevoli difficoltà che incontrano nel riunir le compagnie, nel soddisfare alla vanità di tutti, e nel concertare una produzione. Se poi toccar volessi de’vantaggi fisici e morali che arrecar può la passione della recita, potrei accennarne i più certi  e incontestabili, come la squisitezza del sentire, lo sviluppo delle facoltà mentali, la prontezza di spirito, l’assuefarsi a be’modi del proprio idioma, l’emulazione, l’ardire, la grazia e la disinvoltura del portamento, la perfezione della voce, e tanti altri di minor conto come il distacco da ogni altra pericolosa passione, il distrarsi piacevolmente dalle cure e dalle afflizioni, e finalmente il porre in gioco e dare una bella direzione alla più insidiosa debolezza umana, l’amor proprio. I dilettanti comici hanno però molti vizi, i quali dovrebbero eglino schivare come contrari allo scopo per lo quale si riuniscono. Questi vizi che d’altra parte non fanno male ad alcuno, tranne che a loro medesimi, li hanno posti in cattivo aspetto presso gli schifiltosi e gl’ignoranti i quali giudicano per ignavia ed insufficienza.

   Uno dei principali vizi de’dilettanti comici si è l’ insubordinazione: non vogliono dipendere da alcuno; si irritano ad ogni legge che a lor si procura d’imporre per lo stesso bene della cosa; non convengono mai sulle stesse proposte. Questa insubordinazione potrebbe avviarsi quando unanimamente si sottomettesse al volere di uno solo giudicato da tutti più esperto.

   Altro vizio non meno universale e potente in loro si è di non misurare le loro forze e la propria capacità; niuno si crede secondo all’altro; così dell’arte drammatica, dove più che dell’ attitudine morale devesi tener conto rigoroso de’mezzi fisici di un individuo. Un uomo corto e tarchiato può mai rappresentar l’AMOROSO? Un altro smilzo e sottile può far da PADRE NOBILE? Quell’altro con voce rauca e sepolcrale può mai essere  un uomo BRILLANTE?

   I dilettanti comici adunque come gli attori, sappiano discernere in loro medesimi qual’è il genere di parti cui la natura li ha chiamati e si addicano esclusivamente a quello, se vogliono alcun successo avere nelle pubbliche o private rappresentazioni. Quando sia vivo il piacere di un dilettante vicino a presentarsi sulle tavole di un teatro accademico non può immaginarsi che da coloro che il capriccio, la vocazione, o la compiacenza hanno spinto ad aver parte in una di quelle rappresentazioni. Con quanta impazienza si aspetta il momento di liberarsi da’doveri del proprio stato per abbandonarsi interamente alle delizie della recita! Quanta ineffabile gioia non sparge nel cuor d’un attore novizio il primo applauso che riscuote! Che cosa sono tutte le fatiche e le pene che egli ha durato per venire a capo di presentarsi al pubblico, in paragone di que’momenti di suprema felicità! Come gli sbatte il cuore di speranze! Come i suoi occhi scintillano di soddisfazione.

   Le attrici destinate ai teatri accademici di società sono per lo più fanciulle della stessa casa: per questa ragione elleno sono sicure di essere sempre applaudite: la loro goffaggine passerà per ingenuità; la loro mancanza di intelligenza per imbarazzo e vergogna, i loro falsi gesti per grazie naturali, la loro voce monotona per semplicità, e i loro gridi per declamazione. Massimo ed incorreggibile difetto de’dilettanti comici e di precipitare la parole in modo che senza un’attenzione costante da parte degli spettatori, poco o nulla si comprenderebbe della produzione: si crederebbe quasi che eglino volessero spacciar la loro parte tutta di un colpo, o che questa desse loro tanto incomodo da volersene sgravare al più presto possibile. Strana contraddizione de’dilettanti. Sospirano tanto il momento di uscir sulle tavole, si affaticano e si uccidono per porgersi bene al pubblico, si disputano accanitamente l’onore delle prime parti; poi si direbbe che non veggano il momento di finirla, tanta è la fretta con cui parlano ed agiscono! Nella nostra Capitale, in cui non è che un sol teatro di prosa, i Teatri Accademici  sono sempre ricercati ed affollati. Ed invero tra i nostri dilettanti comici ve ne ha di molto valenti e tali da poter reggere al paragone dei più distinti artisti. Peccato che di tutte le arti belle, la meno protetta ed incoraggiata dal pubblico sia la drammatica! Egli è vero che i prodotti di quest’arte sono fuggevoli come la parola, ma quale altra può mai vantarsi di destar nei cuori più nobili e caldi passioni?

                                                                        FRANCESCO MASTRIANI