I.
L’uomo nero
L’orologio del Palazzo della Citta suonava le undici della sera dell’ultimo giorno dell’anno 1843… i tempo era scuro e ventoso; qualche vettura di ritorno dal teatro rompeva il silenzio della strada maestra, per la quale non passava niun pedone: i fanali mossi dal vento gettavan qua e là una luce sinistra e livida, qualche cane baiava in lontananza; tutto spirava tristezza e paura… Soltanto un uomo coverto da un paletot nero col bavero di peli alzato sulla faccia stavasi immobile vicino a una colonna, e parea che guardasse avidamente le finestra d’una casa postagli di rincontro. Tre sorte di persone stanno immobili a’cantoni delle strade, gli uscieri, i ladri, e gl’innamorati; quell’uomo non poteva essere un usciere, perché questa gente non circola di notte, non poteva essere un ladro perché guardava in aria, e non si movea da quel posto; quell’uomo nero adunque era innamorato. E tanto più ci era da confermarsi in questa opinione quanto che ogni qualvolta il fanale gli buttava sul volto uno spruzzo di luce, si vedea tra il chiaro e scuro due guance affilate, pallide, misteriose, che si disegnavano sotto il peloso bavero come una fantasima d’ospedale, come un uomo di sala clinica… Egli guardava sempre una di quelle finestre; talvolta portava la mano sotto la falda del cappello, e gettava verso l’orecchio una ciocca di neri capelli che il vento volea per forza tenergli sull’occhio sinistro: talvolta, quando passava una vettura, egli dimenava il capo in atto d’impazienza, e masticava tra i denti certe frasi, certi moncherini d’idee, scure ed enigmatiche come lui; talvolta teneva a sé medesimo un discorso presso a poco come questo:
«Voci del vento che fischiate il cielo e la terra; tenebre che ballate sull’universo la danza di Magabba; notte, ispiratrice de’ sette spiriti, luna, spauracchio de’gufi, gondoletta del cielo; stelle che fate l’occhietto: costellazioni amorose, voi la contemplate immersa nel sonno, là in quella camera al primo piano nobile, essa dorme sovra il letto di ferro e sotto una coperta di lana… ed io, tradito, non compreso, io che l’amo come il creato, io che ho tenuto nascosto in fondo al mio cuore la pura passione per lei, e l’ho tenuta celata come l’orologio per paura de’ladri, io non sono stato corrisposto!! Morte! Dannazione! E mi si preferisce un curiale, un uomo delle pandette!!! Barbara, possa la mia voce giungere fino al tuo capezzale, e dirti all’orecchio l’amor mio, il mio disperatissimo amore… Ma non sarà detto che la fiamma onde ardo e mi consumo non debba ardere e consumare anche te… Domani saprai qual cuore hai tu spezzato… Andiamo a scriverle, voglio almeno sulla carta sfogare il duolo che mi trafigge».
L’uomo nero se ne andò a casa perché il tempo cominciava a piovigginare, ed egli stava senza ombrella… Colui abitava all’ ultimo piano d’un ultimo palazzo, all’ultimo vicoletto d’una antica strada saracena. Giunto a casa, senza neanche levarsi il cappello, si mette a tavolino, prende una penna, e un foglio di carta, e non sa che scrivere; inforca la penna sull’orecchio, pone da banda il foglio di carta, ed apre un volume di Klopstok che stava sul tavolo; ne legge una pagina, e poi prende un tomo della Civetta di Eugenio Sue, poi apre l’un dopo l’altro il Manfredi di Byron, la Lusiade di Camoens, Le dieci lune d’un autore turco, gli Amori di Teresa e Gianfaldoni, la caduta d’una Stella di Fiedberg. Dopo aver letto una pagina di ciascuna di queste opere tradotte, egli si leva il cappello, prende la carta, bagna la penna, e scrive questa lettera:
«Cara. Voi regina del sentimento e dell’anima mia, oramai l’ avete rotto il velo, mostrando della predilezione per altri che per esser ricchi e meglio vestiti vi hanno forse illusa, benché io non vi creda così leggiera; ma essi non hanno, né uomo al mondo può avere… il mio cuore, quel cuore che mi avete visto negli occhi, che avete inteso ne’miei parlari, e che ora sprezzate.
Il vostro silenzio però non merita il sacrifizio de’miei risentimenti, pria muti e solinghi, e adesso nudi e palesi: laonde v’indirizzo questa scritta che è la prima… e forse l’ultima!! per dirvi che con tutte le visceri io vi amo e vi amerò sino alla tomba, laddove anche cenere palpiterò di tenerezza per voi… Allora sì, vi ricorderete dell’infelice scribente, e… se non mi avete amato vivo mi amerete morto!! Lacerate questa carta affinché non vi si carpisca… maino!… bruciatela piuttosto, e se una vostra lagrima l’avrà bagnata, la facella sarà certo pietosa, e vibrerà un SIBILO di lamento mesto e doloroso come un zeffiro che geme per entro un arido teschio.
Rispondetemi in parole od inchiostro, che il vostro responso sarà balsamo o tosco per quest’anima dilaniata… Io vorrei… ma!… addio… addio!!!
Il… per voi. A mezzanotte
II.
Il duetto
La società si era aperta oltre l’usato numerosa e brillante; i giovinotti passeggiavano per la galleria discutendo tra loro accanitamente del merito delle due prime donne, e delle gravi quistioni teatrali, mentre sbirciavano le ragazze sedute all’ intorno vicino alle mammà. Era il capo d’anno, il giorno delle Strenne, degli auguri e de’regali. Questa festa si tenea propriamente in quella casa al primo piano nobile, dirimpetto alla quale la sera antecedente era stato inchiodato l’uomo nero. La regina della società era appunto colei per la quale sospirava quell’uomo. Rosalia era il nome di lei, fanciulla gentile ed elegante. Dappresso a costei sedeva un uomo lungo quanto la Specula del paese, con un rabat di cravatta sporgente un palmo in fuora; questi era l’avvocato che le parlava con calore, che rideva a sganascio e si dimenava sul sofà con maniere fragorose, impertinenti, e gioviali. Rosalia parea compiaciuta de’modi e soprattutto dei bellissimi denti del curiale da’quali uscivano le leziosaggini più sonore che faceano tanto ridere alla fanciulla che trovava un vezzo in ogni parola dello smisurato cascante.
Si organizzò la quadriglia. Sedici coppie graziose, profumate, galanti si posero in quadrato; Rosalia ballava con l’avvocato. Tra le sedici coppie ce n’erano dodici composte d’innamorati; le altre quattro erano formate da vecchie mammà e da stagionati professori. In ogni intervallo di concertino si stabilivano dodici regolari dialoghi d’amore; le fanciulle più modeste e novizie parlavano guardandosi il piede e col fazzoletto nascondendosi le parole; le altre più ardite ed esperte guardavano negli occhi i loro innamorati, e non si permetteano veruna distrazione aliena dagli amorosi subbietti ond’erano occupate. Qualche volta i dialoghi proseguivano mentre si era già cominciato a chiamare, e però nascevano molti scompigli e pasticci. La coppia di Rosalia e dell’avvocato non si trovava mai a tempo con la chiamata, e sventuratamente eglino stavano alle prime figure. Alla grande chaine ci volevano dieci buoni minuti per districare la mano del forense da quella della ragazza.
Dopo la quadriglia si chiamò il valser. Otto coppie, furiose, saltellanti aprirono il cerchio. Al pianoforte si aggiunse la banda, all’ardor dei ballanti si aggiunse la malaga e il moscato. Rosalia non avea girato. Vari giovanotti con i pollici conficcati nelle altezze de’gilets bianchi, co’i piedi in terza posizione di ballo andarono ad invitare la regina della festa, ma ella si ricusò, dicendo che il valser le faceva venire il capogiro, ma… dopo un quarto d’ora, a gran sorpresa di tutti, si vide rompere il cerchio de’valsanti una coppia forte e leggiera…. Rosalia e l’avvocato. La giovine parea sollevata sul pavimento dal vigoroso braccio del compagno, il quale facea rimbombar la sala co’ suoi fragorosi stivali, e tremar le attempate dame sedute per l’orribile furia de’ suoi piedi lunghi e acuti. Questa coppia girò lungo tempo con entusiasmo, con abbandono, con una specie di frenesia.
Finì il valser. Rosalia si abbandonò tutta rossa e affannosa sovra una sedia in un angolo della galleria… La conversazione si era fatta generale e confusa; la malaga circolava, le chiacchiere eran cresciute straordinariamente.
Si proclamò di far cantare Rosalia che aveva una bellissima voce. Dopo le solite ripulse e preghiere, proteste ed elogi, ella si decise di cantare un pezzo nuovissimo, un duetto della Medea, qualora però ci fosse stato chi avesse cantato con lei la parte di Giasone; niuno di que’ giovani conosceva il duetto.
«Lo canterò io», disse una voce sepolcrale dietro la sedia di Rosalia; costei si voltò. Un uomo, o piuttosto una larva, con una chasse nera e lunga, stava colà immobile; le sue guance eran livide come quelle di un tisico, i suoi occhi, cupi, concentrati, e fulminanti; questi era l’uomo nero. Egli e la giovane si accostarono al pianoforte, Rosalia guardava quell’uomo con una specie di ribrezzo, perché quegli le aveva fissato in volto i suoi occhi malefici e minacciosi. Il recitativo del duetto andò bene; 1′uomo nero cantava con scuola e anima, ma il suo sguardo era orribile; in esso eran scolpite tutte le passioni umane e diaboliche. Quando il duetto fu a quel punto in cui Giasone dice a Medea quelle misteriose e disperate parole:
Quindi voti al ciel le notti…
Anco i giorni. Invan! Sta muto,
mi respinge, nega aiuto.
Vedi… o donna… il mio martir!
Fu tanta la forza e l’espressione che il tenore-dilettante pose a quelle frasi, che la voce scoccò, e una risata generale accolse i furori di Giasone, il quale gettando fiamme dagli occhi partì dalla società. Rosalia restò qualche tempo immobile e stupefatta al suo posto, ma quando, dietro la partenza di Giasone, le risa e lo schiamazzo crebbero a dismisura, ella andava a sedersi, una carta piegata si staccò dalla sua veste di raso, e cadde in mezzo alla galleria. Duecento braccia corsero a raccogliere quello scritto, duecento occhi corsero a leggerlo… Si lesse ad alta voce; quella carta era la lettera dell’uomo nero, il quale, risoluto di abbandonar per sempre l’infida sua bella, avea voluto restarle quell’attestato del suo affetto disperato, ed avea con una spilla appiccato lo scritto alla veste della ragazza. Rinunzio a dipingere lo sbalordimento, la vergogna, e lo sdegno di Rosalia di vedersi così posta in gioco dalla intera società per cagion d’un uomo a cui ella non avea mai pensato, neanche in sogno. L’autore di quel biglietto restò per altro incognito benché tutte le apparenze e tutti i sospetti caddero giustamente sull’infelice uomo nero.
Moltissimi tra que’giovani trovaron quella lettera degna della penna di Hugo o di Dumas; altri vi scorsero qualcosa di Guerrazzi o di Byron: e parecchi altri vi trovarono il germe d’un novello Foscolo; benché taluni non avessero compreso il senso della parola tosco. Insomma quello scritto produsse tanto fanatismo, che si giunse in quella sera stessa a vendere l’ originale al maggior offerente.
III.
Il suicidio
L’uomo nero ha risoluto di morire, ma egli vuol morire come il Marchese d’Harville di un recente romanzo francese; niuno deve sapere che egli si è dato la morte per cagion di Rosalia. La mattina seguente alla sera della festa egli scrive a’suoi intimi amici Lorenzo di B…, Antonio L… e Ludovico G… di venire a mezzogiomo per gustar con lui una rifazioncella a mo’ di dejeuner de garcons. Egli tiene in serbo in sua casa parecchie bottiglie d’ottimo moscato di Siracusa e di squisito Amarena di Augusta, benché egli sia astemio come tutti i romantici. Il suo progetto è di uccidersi dopo la colazione con una bottiglia di preparato veleno, che berrà tutta quanta, poi che se ne saranno iti gli amici, i quali per tal modo attribuiranno la sua morte ad indigestione od ubbriachezza. L’uomo nero ordina alla domestica una buona colazione per quattro persone, e si pone ad aspettare.
Verso la mezza giungono l’un dopo l’altro i tre invitati, che sono accolti con ogni maniera di garbatezza dal padron di casa, il quale si mostra loro di piacevol tratto e di giovialissimo umore, per imitare in tutto l’esempio dello sventurato Marchese d’ Harville. Gli amici si pongono a tavola, mangiano con appetito, dicendo un profluvio di piacevolezze e di aneddoti equivoci; si assaltano i vecchi vetri, e si vuotan l’un dopo l’altro con una prestezza, con una grazia, con un disinfare veramente di buona compagnia. Alla fine del pasto, l’innominato che non avea toccato vino di sorta veruna, prende una bottiglia di rosolio e dice a’compagni:
«Amici questa bottiglia è rosolio candido; come avete veduto io sono astemio; voglio non però far onore alla vostra compagnia, e ne assaggerò».
Gli amici batton di palme, e l’uomo nero tracanna fino all’ ultimo centellino il liquore. Indicibile fu la sorpresa de’tre astanti quando videro la bottiglia interamente vuota, e in cuor loro previdero che il capo dell’amico avrebbe ben presto ballato un valzer sulle sue spalle. Non pertanto l’uomo nero seguitò a trattar bene gli amici, i quali poco stante si partiano augurandogli buon riposo, perché lo vedeano traballar sulle gambe, e sragionare parlando.
Non sì tosto gl’invitati furon partiti, l’uomo nero prese la bottiglia di veleno, la pose sul tavolino e la contemplò lunga pezza, come d’Harville guardava e scherzava con la pistola che doveva ucciderlo. Si buttò poscia sovra una sedia e s’immerse in una profonda meditazione su i piaceri della vita, che egli andava a perdere sì miseramente per una donna.
La colazione scelta e squisita, l’allegria dei compagni, e un certo brio insolito che egli si sentiva nelle vene, avea dato al suo cervello una disposizione d’idee ben diversa da quella ond’esser dovrebbe compreso un uomo vicino a morte, ed al suo cuore un’ alacrità straordinaria. L’uomo nero pensava che egli avea 25 anni, e un piccolo stato a sé; pensava che è una bella cosa l’avere una buona digestione e un buon pranzo, pensava a tante cose, cui prima non avea pensato, e cominciava a pentirsi della sua risoluzione, tanto più che si trattava di una donna che non meritava tanto sacrificio. Pensando a tali cose l’uomo nero abbandonò il capo sul tavolino e si pose a dormire. L’indomani si svegliò di buonissima salute.
La bottiglia di veleno era sempre stata al suo posto.
FRANCESCO MASTRIANI