Io sentiva un bisogno di malinconia, un bisogno d’esser solo, come quando la pallid’amica ha detto: io t’amo, come quando un artista è invaso dalla ispirazione d’una grand’opera; mi sarei annoiato financo di Hugo, il mio autore. Abbandonai però la città ove al dir di un grande ingegno, il pensiero non è 1’anima.
Uscii…Com’è bello il trovarsi solo dopo la clamorosa spensieratezza de’piaceri! Com’è bello il trovarsi solo sovra un’aperta collina, al rezzo di ondose frasche, nell’ora in cui l’atomo d’un secolo, un giorno, va a perdersi nella massa degli andati secoli, siccome stilla nell’oceano! E mi sedetti sotto un pioppo, abbandonai il pensiero in balia de’suoi voli fantastici, in balia di mille impressioni lievissime quanto quelle aure carezzanti che quivi convenivano a comporre una tresca di profumi.
Guardai… Napoli, il più caro de’nomi dopo quello dell’amante, Napoli, quest’Album romantico della Natura, questo vaso di fiori del giardino del mondo, riposava nell’ultim’ora del giorno in mezzo al suo bacino di colli ombrosi, come una voluttuosa Houri addormentato in mezzo alle rose. E la copriva, pari ad un lenzuolo di trasparentissimo raso, una nebbia sottile, colorata, simile a quelle bollicine prismatiche e impalpabili d’acqua saponacea condensate dal fiato d’un fanciullo, e staccate da una cannuccia.
Udii… nel tacere solenne di natura si levava, avvoltolandosi nelle aure, un suono composto come dell’ultimo riverbero di mille suoni, un suono sensibile solo quando si medita sovra le alture; esso è forse l’universale lamento della natura, che si divide dalla luce, come un corpo dall’anima: e se non temessi di esser chiamato troppo fantastico, lo direi proprio il suono che riflette il pensiero abbandonato nella immensità. E venne a rompere quest’ombra di suono lo squillo lentissimo d’una campana urlante sulla sottoposta città. Oh la campana!… Questa carissima melodia della solitudine, questa eco di tutte le rimembranze del cuore; oh come è soave la campana, allora che più ferve nell’animo la foga delle passioni, allora che si ha bisogno d’una voce che parli al cuore, non manierata, non fallace, non perfida, ma pura, consolatrice, inebbriante.
Quella nebbia si scioglieva sotto una massa di luce; il sole, presso al tramonto, gettava bellissime strisce di colori sopraffini su i rilievi di quel paesaggio, e metteva all’ombra il seno d’una marina così placida, che pareva proprio dipinta a fresco in un quadro di scuola fiamminga. Case bianche, gialle, bigie, rosse, cupole, campanili, vetri oscillanti, tende, tetti, terrazzini, e poi lunghe zone di verdura, azzurri padiglioni di pini; tutto era coverto da una sfoglia di raggi biondissimi ; e ti dava 1’immagine della macchina interna di un immens’orologio d’oro.
Il giorno andava a divenire un ricordo scurissimo della vita, una pagina scritta dell’infinito volume del tempo. Il sole posato sul suo letto d’imporporate nubi, pareva profondarsi in un oceano di fuoco, quasi un globo areostatico che si brucia. E si cinse di tutto il suo splendore, animò gli estremi suoi raggi, tremò alquanto in quell’addio che dava alla scena di Napoli;… e poi tutto fu pallido come un corpo senza cuore, tutto fu tristo come un occhio senza pupilla, tutto fu freddo come un volto senz’anima.
FRANCESCO MASTRIANI