DATA DALGIOVINE PIANISTA NAPOLITANO ERRICO BIANCHI
Nella sala di Monteoliveto il 25 marzo
In uno de’ nostri passati numeri annunziammo questa Accademia, la quale è riuscita una delle più felici che si sieno date nella Capitale. Non era la prima volta che questo pianista si presentava al cospetto del pubblico avendo egli dato altri pubblici sperimenti in Napoli e fuori, sempre col più lusinghiero successo. Ma oggi il giovinetto Bianchi ha fatto tali e tanti progressi nell’arte sua, che ben possiamo antevedere a quale splendida carriera egli è destinato.
Mai potremmo numerare i pregi di questo valoroso pianista. Egli non ha la smania dell’astruso, dell’ingarbugliato, del difficile; la melodia, la grazia, la precisione campeggiano nel suo metodo; tuttoché dalle onde di soavi concenti che partono dalla tastiera sotto le sue agilissime dita, gl’intelligenti comprendono le infinite difficoltà che ei deve superare. Confessiamo che in certi momenti ci è sembrato di udire il sublime Thalberg.
L’accademia si è aperta col terzetto della Lucrezia Borgia del Donizetti, cantato dagli artisti signora Goggi, e signor Pancani e Giraldoni. Si è notato in questo pezzo un’estrema precisione di esecuzione.
Il concertista signor Bianchi ha eseguito alcune reminiscenze del Marco Visconti del nostro Petrella. La leggiadria de’ principali di questa musica non è stata soffocata, come al solito, sotto un diluvio di fuse e semifuse, e non è stata sacrificata la solita FORZA che oggi sembra tenere il dominio delle arti. Tutto è forza oggidì; si suona di prima, seconda o terza forza; si canta di tutta forza; si balla un ballo di forza; tutto insomma si fa con forza; ed il merito degli artisti si misura dalla loro forza. Se continua questo modo, gli atleti, i facchini e i giocolieri del Molo saranno i più grandi artisti del mondo.
Il signor Giraldoni ha cantato la bella romanza di Maria Padilla. Abbiamo avuto occasione di ammirare la grazia degli smorzi di questo giovine baritono, a cui forse un tal genere di canto si attaglia meglio che lo spinto e il fragoroso.
La signora Goggi ci regalò l’aria della Semiramide del gran Rossini Bel raggio lusinghiero. E diciamo regalo, perciocché tutte le volte che ci è dato di riascoltare qualche pezzo del sommo Pesarese, ci sembra una novità, un dono singolare, oggi che il mondo musicale è invaso dalla febbre verde. Non è dato a tutti oggidì il cantar Rossini. Oggi coloro che s’incamminano alla carriera teatrale non han d’uopo che della voce e della forza; onde le musiche di Rossini non trovano esecutori, dappoichè non trovano artisti che abbian fatto lunghi e positivi studi. La signora Goggi superò con valentia le innumerabili agilità di quel soavissimo canto, che risuonò alle nostre orecchie infantili, e che formò la delizia de’nostri genitori.
Il concertista ha eseguito con somma grazia e vivacità uno studio di polka di Croze, che stuzzicava propriamente i piedi di tutte quelle leggiadre signorine e svelti giovinotti che erano nella sala di Monteoliveto.
Il tenore signor Pancani ha cantato La donna è mobile del Verdi. E qui si è commesso dal pubblico maschile l’imprudenza di ridomandare a richiesta l’esecuzione di questo pezzo che offender deve il bel sesso, il quale non ha dato alcun segno di vita, ed è rimasto immobile per dare una mentita a quella calunnia messa in musica dal Verdi.
La signora Goggi ha cantato un’aria francese di Auber. Trattandosi di roba esotica, non ne parleremo; giacché dove risuona la musica di Rossini e di Donizetti sentiamo esaurita la nostra ammirazione per qualunque altra musica.
Chiudeva l’accademia una fantasia del Bianchi sulla Violetta del Verdi, nella quale l’egregio concertista compendiò le principali bellezze melodiche di questa musica, che è pur una delle più felici del compositore alla moda.
Ci sembra superfluo il dire che a quasi tutt’i pezzi ci furono applausi e chiamate, e principalmente al giovine pianista, che s’innalza oggi ad un posto eminente tra i cultori di quest’arte difficile.
FRANCESCO MASTRIANI