MUSICA E TEATRI

   Non è da mettersi in dubbio la musica uno dei più grati e potenti sollievi dello spirito massimamente se di gravi cure, e d’ipocondriche affezioni è in preda. L’armonia parla ai sensi ed al cuore un linguaggio celeste che ha il potere di rattemperare ogni più che violenta passione, a destar sentimenti nobili, generosi e pii. La nostr’anima, quando è tocca da un concento  musicale, s’innalza al di sopra della bassa e corrotta materia, e sentesi più pura e leggiera. Dov’è l’uomo cui non piaccia la musica? Se un tal’uomo esistesse, non sarebbe egli una vergognosa eccezione del genere umano? La musica è il più squisito e innocente di tutti i piaceri, il solo forse che convenga a tutte le età, a tutti gli stati, a tutti i luoghi, e a tutti i gusti. Dividerò quest’articolo il due Parti, nella prima discorrerò del diletto della musica che un uomo sa procurarsi da sé medesimo; e nell’altra dal diletto che procacciano le accademie, e i teatri. Tra quelli che studiano ed esercitano la musica alcuni vi si danno per professione, ed altri per diletto. Non è mia intenzione discorrer qui degli artisti, cui una decisa vocazione chiama sulle tavole d’un proscenio, sia come cantanti, sia come maestri compositori, o semplici suonatori d’instrumenti. Questi uomini, se sono privilegiati dal cielo e fecondati dalla scintilla del genio, sono veramente consolatori della umanità, e le nazioni grate pei diletti che lor porgono, sanno ricompensarli con l’oro e con la fama. Chi può vantarsi d’aver destato e destar tuttavia più piacevoli sensazioni in petto agli uomini, che un Rossini, un Donizzetti, un Pacini, un Bellini, un Mercadante, e per essi i loro esecutori, un Lablache, un Rubini ec.? E nello stesso tempo quale professore od artista può vantarsi di essere più ricco di un Rossini, di un Lablache, o di un Rubini? Gloria dunque ed oro a questi musicali che hanno ricevuto dal cielo la sacra missione di spandere sulla terra i tesori delle armonie che tante delizie infondono nei cuori bennati e gentili. Con la favola di Orfeo intender volle la dotta antichità come il potere della musica sa domare ed ingentilire le più barbare nazioni.

   La musica è la lingua che parlano le passioni presso tutti i popoli della terra; essa è il legame che unisce la natura morta e materiale alla intelligente e sensibile dell’uomo. Arte sublime quanto il creato, infinita quanto l’anima, misteriosa quanto il cuore! Tra le arti belle onde dovrebbe essere ornata ogni colta persona, va posta in prima la musica, siccome quella che non soltanto serve a meglio gustare i capolavori dei sommi compositori, e mostrarsi nelle galanti sale con maggiori mezzi di piacere, ma è utile altresì per sé medesimo, quando una funesta circostanza vi costringesse a vivere lungi dalla famiglia e dalla società. Qual mezzo più efficace di vincere la noia delle lunghe giornate? Quale distrazione più potente per poter allontanare le fantasime nere che assalgono lo spirito della solitudine? Vi è non pertanto una specie di ridicolo nel gusto della musica, il quale bisogna evitare con grandissima cura: occuparsi cioè esclusivamente di quest’arte, quando altri doveri vi chiamino ad altre faccende di più gran importanza. Quest’eccesso è un vizio del gusto e dello spirito; e l’uomo d’affari che fa il musicante per professione cade nello stesso biasimo, nel quale incorre un musicante che trascuri la sua professione.

   Lo scopo principale della musica è di sollevare lo spirito, e dargli novelle forze per applicarsi poscia più utilmente al lavoro. Non bisogna dunque che questo gusto diventi mania, dappoiché si correrebbe allora il rischio di tormentare sé medesimi e gli altri.

   Ma la musica strumentale è bella, alletta lo spirito, parla all’ immaginazione, e dissipa ogni tristezza; ma lungamente protratta diventa monotona, e vi stanca. Ricordiamoci che l’ uomo non sa sopportare a lungo un piacere, fosse questo vivissimo e pieno d’incanti.

   Un antichissimo proverbio dice: il cielo vi guardi da cattivo vicino e da suonatore di violino. Per violino s’intende qualunque strumento isolato. Per quanto bella è l’armonia risultante dagli accordi di parecchi istrumenti, altrettanto monotono e noioso riesce il suono di uno solo, meno che nol tocchi un genio eccezionale. La voce per le sue diverse inflessioni e per i suoi accenti commuove grandemente. Dono singolare della natura è una bella voce: colui che la possiede cerchi dunque di svilupparla, modificarla, e renderla pieghevole alle diverse passioni che vuol esprimere; studii dunque accuratamente; e quando mercè lo studio, egli sarà giunto a quel grado di perfezione sufficiente (se non vuol essere artista) e dargli un mezzo di diletto per sé e per gli altri, eviti con solerzia di rendersi ridicolo con la cantomania.

   Si è declamato e si declama tuttavia contro i dilettanti di società: costoro, che dovrebbero rallegrar le brigate con i doni dell’arte e della natura, rendonsi fastidiosi, insopportabili, e ridicoli per la mania di spacciare i loro talenti.

   Se poi la natura non vi è stata cortese di una voce piacevole, studiate il canto, se volete; cantate pur da mane a sera quando siete solo, ma fatevi strozzare anziché indurvi a cantare in società; imperciocché quelli medesimi che a mani giunte vi avranno supplicato di far udire la vostra voce, saranno i primi a beffarsi di voi. Alla caricatura dei dilettanti di società si è quella di farsi pregare mezz’ora innanzi che alzarsi per cantare; il cielo vi guardi da quelli cui avete pregato per tanto tempo: costoro non sì tosto avranno aperte le melliflue labbra, non le chiuderanno più, se il padron di casa non li meni a sedere quasi di forza: un libro intero di pezzi cantabili sarà a mala pena bastante per l’ insaziabile gola di quei parassiti di note.

   Aggiungi che costoro non lasceranno, pria di mettersi al clavicembalo, di chiedere le debite scuse sulla indispensabile malattia dei dilettanti la raucedine. E ben io credo che questa infermità non si scompagni giammai da loro, se un così barbaro governo eglino fanno della povera laringe. Questa cantomania così generalizzata nella società li ha fatto talmente venire in disgusto presso la colta e sennata gente, che ora pochi la frequentano assiduamente allorché sanno dovervi incontrare una ventina almeno di dilettanti. Vi è negli alti quartieri della nostra Capitale un deciso furore pel canto. Si sappia o no la nota, si abbia o no la voce, tutti cantano, maschi e donne, vecchi e ragazzi: non ci è casa, povera che sia, in cui non troviate il pianoforte o almeno la chitarra. Ma vedi sventura! quasi tutti stonano ed hanno pessima voce, e non sanno il solfeggio e la nota. Le madri insegnano il canto alle loro figliuole, i fratelli alle sorelle, i mariti alle mogli; le generazioni dei dilettanti colà è infinita. Vi scansi il cielo di recarvi in una serata che si danno nelle case di quei quartieri: dovete prepararvi lo stomaco a digerir almeno una trentina di pezzi di canti; i virtuosi si succedono come le onde del mare, come gli asini nella villeggiatura di ottobre, come le scadenze dei debiti. Egli è per altro indispensabile per chi corre le sale e le accademie di musica di sapersi contentar del mediocre: la sfera delle cose eccellenti è troppo alta perché uno vi si possa sempre e facilmente pervenire: ogni voce non è Coletti; ogni clarinetto non è Sebastiani, ogni pianoforte non è toccato da Thalbery o da Coop. Una piccola voce regalata dall’arte, dallo studio, e da squisito sentire, piace sempre più di una voce forte ed estesa ma sez’arte e senza gusto. Siete voi nato col dono di una bella voce? Uniteci l’arte, e il vostro trionfo è certo; ma vantate naturalmente, senza smorfie, senz’affettazione; entrate nello spirito delle parole che cantate; pronunziate bene, sentite ciò che dite e fatelo sentire agli altri, non vi fate pregar troppo e non cantate troppo; preferite le arie che vi stanno più alla voce, e che credete più convenienti al luogo dove vi trovate ed alla società che vi circonda; sovrattutto è da schivarsi di cantare canzoni triviali, essendo questo un mancar di rispetto a voi medesimo e agli altri. Non consiglierei neanche di darvi troppo alle arie popolari in dialetto, dappoiché oltre alla notorietà che è in esse, funesta al vostro successo, vi è sempre in queste canzoni qualche cosa di basso che deturpa il gusto e lo spirito.

   Facciamoci ora ad esaminare i piaceri che derivano dai teatri in generale e dagli spettacoli. Il teatro può dirsi il mezzo più immediato di trasfondere nel popolo principî di civiltà e di morale: la caduta dei teatri ha preconizzato sempre la prossima caduta delle nazioni. Il gusto degli spettacoli è quasi sempre indizio di animo colto e gentile, e conviene a tutti gli uomini, e in tutti i tempi, come dissi del gusto della musica: felice colui che ha la facoltà di sentire e godere i puri diletti che derivano da una scenica rappresentazione; egli avrà sempre un bel mezzo di vincere piacevolmente il tempo, coltivando lo spirito, e nutrendo il cuore di bei sentimenti. I costumi di un popolo non si formano e non si purificano altrimenti che con l’esempio: lo stato della nostra società non è tale da mettere avanti agli occhi del popolo esempi quotidiani di generose virtù, bisogna dunque ricorrere ai teatri, che colpendo la fantasia ed il cuore con l’esposizione di fatti storici o ideali, persuadono però potentemente ad abbracciare ed imitare quelle nobili e magnanime azioni; tutto il forte sta a dirigere e a regolare i teatri per modo che a questo scopo rispondano. Alcuni schifiltosi moralisti pretendono che gli spettacoli in generale riescono piuttosto nocivi anziché utili ai giovani d’ambo i sessi per le frequenti occasioni che offron di facili amorazzi. Ammesso ancora che ciò sia vero, devesi fare una buona istituzione colpire d’anatema perché alcuni scioperati se ne servono per loro colpevoli disegni? E d’altra parte codesti giovinastri innamorati non scelgono forse a convegni amorosi anche i luoghi più solenni? Gli uomini depravati portano dappertutto l’infezione della loro presenza; e la cattiva disposizione del cuore può avvelenar le cose più pure e innocenti. Egli è vero che nello stato della nostra società i teatri tornar possono funesti ai costumi se un gusto delicato e una vera morale non presiedano alle scelte delle rappresentazioni. Ai dì nostri i Direttori Teatrali non hanno altro scopo nel mettersi a tali imprese, che una sordida speculazione: si fa vil baratto di opere e di attori; si ammette all’onor del proscenio qualunque scempiaggine o immoralità che scappi dalla penna d’un rinomato autore, perché si è certi che il nome di quest’autore affisso a grandi lettere sui cartelloni richiamerà folla al teatro, e farà più pingue la cassa dell’entrata. Che importa la morale, che importano i costumi? Che importa l’onore delle lettere? Il necessario è che si esauriscano tutti i biglietti, e si arricchisca l’ impresa. Che una penna più ardita e autorevole della mia, che una pagina meno peritura ed oscura di questa, colpiscano di giusta ignominia i recenti orrori del teatro francese, e possa finanche la memoria di quei drammi sperdersi come nembo malaugurato ed infausto! eppure come siamo lontano ancora dal punto di perfezione a cui portar si dovrebbe il teatro! Al dramma apertamente immorale è succeduta la commedia frivola e insidiosa; i vizi grossolani sfacciati sono stati surrogati dall’ indecenza spiritosa e di buone maniere. La moderna letteratura drammatica è poggiata sulla corruzione dei tempi, e sulle debolezze del secolo, epperò avrà qualche successo finché il secolo non pigli altra piega ed altra forma. Non così può dirsi dei lavori del genio: Shakespeare, Schiller, Molière, Alfieri, Goldoni piaceranno in tutti i tempi, a dispetto benanche delle numerose pecche che lor si appongano, e ciò perché le loro produzioni sono fondate su principî costanti della morale del cuore, e non sulle tendenze effimere di un popolo o di un secolo, perché quei sommi uomini scrivevano per bisogno del loro spirito creatore e ispirato, e non per mettere carrozze e cavalli, a scapito del senso comune e della letteratura, e dei costumi. Oso dire che per trarre sicuro diletto e profitto dal teatro bisogna avere una certa natural disposizione ad essere spettatore, come ad essere attore. Moltissimi vanno agli spettacoli per mera noia. Lo spirito è come il corpo, e siccome questo quando è infermo non può più gustare il sapore degli alimenti, così quello quando è annoiato per vacuità o per corruzione, è incapace di gustare ogni opera intellettuale. Costoro si dimenano sovra una sedia di palco o di platea, ridono e schiamazzano fra loro, disturbando i vicini; e mettendo in ridicolo l’autore e gli attori, credono mostrar dello spirito nel non trovarne in alcuna cosa. Altri vanno al teatro con l’animo determinato a trovar tutto cattivo.

  «In verità – dice l’autore del Gil Blas – se vi sono cattivi attori bisogna convenire che vi sono ancor cattivi critici: e quando io penso al disgusto che gli autori drammatici hanno a provare, mi sorprende che se ne trovino abbastanza arditi per affrontare l’ ignoranza della moltitudine e la censura dei pseudo letterati, i quali corrompano talvolta il giudizio del pubblico».

   Una commedia piacevole, ancorché non iscevra di pecche, basta per riconciliare il buon umore, e sedare i vizi di una immaginazione troppo viva e pronta a riscaldarsi per leggere contrarietà. Fischiare strepitosamente in teatro, parlare ad alta voce a segno di stordire i vicini, è mancanza di rispetto al pubblico; è un mostrarsi imprudente al segno a segno di meritare di essere cacciato via dalla sala. Troppa indulgenza e troppa severità nocciono del pari nei giudizi che si danno sulle opere e sugli artisti. Sovente si giudica per simpatia o per prevenzione, e quell’autore ed attore che sarebbe col tempo riuscito valentissimo resta nella sua oscura mediocrità perché nel principio della sua carriera, fu scorato dalla severità del pubblico giudizio, o corrotto dalla troppa indulgenza.

   Per divertirsi al teatro bisogna andarvi con l’animo disposto a trovar tutto, se non buono, almeno piacevole, bisogna spogliarsi di ogni antipatia personale, e prestare molta attenzione all’opera.

Difficile è il giudicare quale rechi più diletto se il teatro di posa o di musica: egli è certo però che il gusto per la commedia è indizio di uno spirito più colto e di un discernimento più sottile. Pare d’altra parte che i teatri di musica risvegliando più l’ immaginazione debbono piacere maggiormente alla prima età quando ogni applicazione di spirito è molesta, e si ama soltanto di allettarci i sensi e l’immaginazione.

  Che diremmo dei balli mimici che seguitano l’opera in taluni teatri? Non possiamo tenerci dal manifestare la nostra opinione che simili divertimenti, se allettano e seducono i primi anni della vita risvegliando precocemente i sensi e accendendo l’ immaginazione, debbono di necessità riuscir noiosi e futili per coloro che nei divertimenti cercano soprattutto un pabolo allo spirito e dolci sentimenti al cuore. Ed in fatti, quale interesse può destare ad un uomo di buon senso un’azione drammatica o comica rappresentata con pugni e con calci? Simili giuochi da burattini possono tutt’al più divertire i ragazzi, le donnicciuole, e le masse ignoranti. È una cosa veramente disgustante e obbrobriosa quella di dare enorme paghe a quei bambocci animati che dimansi ballerini.

                                                                           FRANCESCO MASTRIANI