PREFAZIONE

   La cultura italiana non ha saldato ancora del tutto il debito con un grande scrittore, come Francesco Mastriani. Nonostante gli apporti critici di valenti studiosi, come Benedetto Croce, Matilde Serao, Domenico Rea, Francesco De Sanctis, Antonio Gramsci, Gabriele D’Annunzio, Jessie White Mario, Francesco Guardiani, non ancora si riconosce il posto che gli spetta nella nostra letteratura.

   Mastriani disturba le nostre comodità, le nostre abitudini a costruire nicchie di valore per giustificare preferenze; mette in discussione le nostre assuefazioni ai canoni letterari.

   È considerato autore realista, naturalista, verista, creatore del genere noir, autore di romanzi d’appendice, di feuilleton. Sono tutte classificazioni opportune, ma, approfondendo bene le sue opere, ci si rende conto che è qualcosa di più.

   Mastriani non è catalogabile; appartiene ad un altro mondo. E uno scrittore “plurale”; si e formato su letture a tutto campo di scrittori antichi e moderni, di intere biblioteche; perciò appena si cerca di collocarlo in una corrente letteraria, ci sfugge perché l’indagine sulla sua sterminata produzione approda spesso a risultati non inquadrabili in schemi precostituiti.

   In Mastriani non prevale una posizione unilaterale; la realtà, rappresentata nelle sue opere, viene liberata dal suo anonimato e presentata nelle sue varie sfaccettature e coi suoi numerosi personaggi.

   Questa è anche la linea interpretativa, che segue nel libro Angela Gionti, la cui analisi accurata e ben documentata ricerca significati e valori polisemici nell’opera.

   Intanto colloca Mastriani nel suo fisiologico contesto, nella “città i di Napoli descritta e rappresentata attraverso il popolo,   a cui l’autore attribuisce sfumature e caratteristiche desunte dalla storia e dalle origini greco-romane”.

   Non c’è autore, come Mastriani, che si sia identificato tanto con le classi subalterne, umili e popolari della sua città, Con le sue storie, coi suoi eventi, coi suoi drammi, con le sue povertà. con le sue superstizioni. Napoli è lo specchio vivente dell’opera di Mastriani. Egli la osserva e ne coglie tutte le dimensioni.

   La sua non è solo un’opera romanzata; e anche ricerca; quanto infatti l’autore approfondisce il suo esame della realtà tanto più emergono dal sottosuolo storie e drammi di una città anche difficile, ma ricca di espressioni e suggestioni, che si affastellano alla sua coscienza letteraria, chiedono di essere riconosciute e di essere liberate dall’oblio e da una rappresentazione o solo folklorica oppure solo negativa.

   Prolifico diventa lo scrittore perché prolifica è tutta la realtà, che lo circonda; s’impone con la sua forza vitale e chiama in causa la responsabilità di chi scrive rispetto ai drammi umani e sociali. “La sua opera − sostiene ancora Gionti − era ispirata all’ obiettiva osservazione della vita sociale, soprattutto quella degli umili” e la narrazione si richiama “alle realtà della vita del vicolo, alla persona umile che viveva alla giornata, all’emarginato”. Perciò − sottolinea ancora Gionti − il romanzo di Mastriani inaugura “un nuovo realismo”, quello “popolare più evidente agli occhi di chi sapeva cogliere ogni sfumatura del pesante grigiore accumulato nelle pieghe sociali e che spesso divennero insanabili ferite per una società che, nonostante tutto, era alla ricerca del cambiamento.”

   Non manca alla narrazione l’approfondimento psicologico e socio-antropologico del personaggi e degli ambienti. Francesco Guardiani, sulla scorta del famoso studioso canadese Northrop Frye, rileva infatti le quattro forme di romanzo in Mastriani, che Angela Gionti riassume: “il novel concentrato sull’aspetto psicologico dei personaggi, come ne La Cieca di Sorrento; l’anatomy concentrato sui problemi esistenziali, epistemologici, delle periferie e della marginalità come ne I Vermi; la confession concentrata sull’autobiografia come in Memorie di un artista; la forma romance concentrata sul senso morale, sull’anima dei personaggi come in Sotto Altro Cielo“.

   Spesso si è confrontato il romanzo mastrianeo con quello realista, naturalista e verista europeo e italiano, con autori, come Honoré de Balzac, Emile Zola, Gustave Flaubert, Eugene Sue, Fedor Dostoevskij e i nostri Giovanni Verga e Luigi Capuana.

   Questi autori e Mastriani si muovono tutti sulla linea del realismo, ma con posizioni diverse.

   Nel romanzo naturalista europeo domina la realtà e finiscono per scomparire l’uomo e la sua responsabilità. Anche in Mastriani c’è una rappresentazione della realtà nelle sue molteplici manifestazioni, ma l’uomo non scompare, conserva la responsabilità di chi vuole liberarsi dalle sue povertà e si contorce nella spirale anche di violenze vane.

   Il realismo di Mastriani non riduce tutto alla trattazione di fatti, alla sovrapposizione della realtà su ogni cosa. In Mastriani vi e sempre un ideale da difendere.

   L’uomo non scompare, mantiene sempre le sue prerogative. In molta parte del romanzo naturalista europeo invece tutto si perde nel complesso intrico dei fatti fino ad estraniare l’uomo e di conseguenza le sue responsabilità nel mondo.

   Il senso della responsabilità umana e reso possibile dall’ identificazione mimetica dell’autore Mastriani con il personaggio. L’autore-personaggio è quello che nell’opera mastrianea rivendica i diritti dei più deboli, delle classi subalterne, dei ceti popolari, sostenuti da un ideale di giustizia, come avviene per personaggi-autore come Onesimo in I misteri di Napoli, Daniel Fritzheim in Il mio cadavere, Tore in I vermi, come Ippolito Foschi in I figli del lusso o con la trasposizione dell’autore in personaggi femminili come Marcellina nel romanzo Le ombre, come Gigia nel romanzo La figlia del croato.

   Mastriani instaura un rapporto diverso con la realtà “perché convinto − come sostiene Gionti − del meritevole rispetto ad essa dovuto e perché la ritiene generatrice di valore sociale”.

   L’opera di Mastriani va collocata perciò in una categoria interpretativa molto pia estensiva, che può essere quella del romanzo popolare, perché prevale in essa la rappresentazione del popolo nella sua nuda e cruda realtà; non quello delle rappresentazioni bozzettistiche ed oleografiche di tanta letteratura popolare del tempo, ma quello dei vicoli di Napoli, delle piazze, delle botteghe artigiane, dei luoghi degradati, in cui vivono le famiglie ed in cui visse lo stesso autore.

   Questa idea emerge con chiarezza dal libro quando si afferma: “Il romanzo d’appendice si rivolgeva al popolo con finalità educative e formative perciò fu detto anche popolare. II più rappresentativo esponente di questa letteratura fu Francesco Mastriani nel Sud dell’Italia. Essa era ispirata all’obiettiva osservazione della vita sociale, soprattutto quella degli umili”.

   Perciò egli scrive in una molteplicità di generi letterari. Poesie in età giovanile, romanzi d’appendice, romanzo sociale, feuilleton, noir ed infine opere per il teatro. Non poteva mancare il palcoscenico, in una città che si presentava a lui come un immenso palcoscenico, che però in Mastriani non è soltanto rappresentazione; è anche analisi, indagine, “desiderio di conoscenza e inquietudine creativa, mente gravida di osservazioni ed elaborazioni” (Gionti).

   Mastriani non si risparmia nulla; anche sull’arte poetica fa scendere il suo giudizio e dice cose innovative, come nel testo dedicato alla raccolta poetica I fiori campestri di De Lisio e riportato da Gionti: “La poesia è o il linguaggio della ispirazione, del genio, o l’espressione di intimi affetti nella loro più semplice ed universale favella; laonde ella debbe o sorprendere o commuovere, e se l’un di questi due scopi non raggiunge, è verbosità, e cianciafrusca, e noia insopportabile” e più avanti: “Alcuni pretendono che il bello della poesia consista nel non capirla; noi pensiamo il contrario, e crediamo che quando il cervello è messo a tortura, il cuore rimane freddo”.

   Ritengo di dovermi soffermare sul testo inedito relativo al discorso di Mastriani su Manzoni e il suo secolo, invitato a tenerlo ad Aversa della Giunta Municipale “splendida testimonianza dello amore ond’è animato questo solertissimo Municipio per le buone lettere e pel morale e civile progredimento della gioventù aversana”.

   Alcuni passaggi del suo discorso confermano le affinità, che, a mio avviso, legano il romanzo I promessi sposi di Manzoni e i romanzi di Mastriani.

   Entrambi sono animati da sentimenti religiosi verso il Cristianesimo, unica fonte per il rinnovamento morale e civile della nazione; anzi, come sostiene Mastriani nel suo discorso, “le più grandi scoperte di che si onora e si giova l’uman genere sono dovute ad uomini che professavano la pura morale del Cristo; che le audaci conquiste del pensiero, le vere glorie della civiltà e i trionfi stessi della democrazia, non riconobbero altra fonte che nella luce del Vangelo e nella legge d’amore universale onde il Nazareno volle congiunti tutti i popoli della Terra”.

   Per Mastriani “il vero cattolicesimo, spoglio delle superfetazioni del papato politico, è quello che veramente forma le grandi individualità, i grandi pensatori, i veri patrioti, i veri cittadini”.

   E nel commento al discorso Angela Gionti sottolinea altresì che “A Mastriani non piacque il nascondimento, anzi ad esso egli contrappose il coraggio di agire alla luce del sole e la costanza di pazientare affinché le manifestazioni civili favorissero il cambiamento dei popoli. Anche Manzoni fu “amante della luce, egli combatté con la penna per l’opera rigeneratrice della morale e della politica della Nazione”.

   Ma ci sono ancora altre affinità.

   L’approfondimento psicologico dei personaggi nei due autori. La storia della Gertrude manzoniana è un capolavoro di indagine psicologica. Psicologicamente approfondite sono ugualmente i tre personaggi femminili mastrianei come Beatrice nella Cieca di Sorrento, Marcellina in Le ombre, Gigia in La figlia del croato.

   Inoltre, come il romanzo manzoniano è una discesa all’infermo con quel percorso di Renzo nelle violenze della storia, segnata da intrighi, da corruzione, da prepotenze, così lo è anche l’opera mastrianea con le sue storie di umili prostrati dalla miseria e dai drammi ad essa connessi, tormentata dalla criminalità, dalle uccisioni e da drammi sociali vari.

   E infine come il romanzo del Manzoni non si chiude con il matrimonio dei due promessi sposi perché il male continuerà la sua opera nella società, così anche in Mastriani molte storie resteranno aperte ed affidate alla speranza di un ideale di giustizia, come avviene nei romanzi I misteri di Napoli, Il mio cadavere, I vermi, Le ombre e come avviene anche nello stesso romanzo La Cieca di Sorrento, dove il recupero della vista da parte di Beatrice e il suo matrimonio non chiudono con una società in cui la violenza continuerà ad operare.

   Per rappresentare la molteplicità dei casi narrati, oltretutto in un ordito narrativo complesso, Angela Gionti usa la tecnica dell’ amplificatio. Ne viene fuori una contestualizzazione ad ampio raggio dell’opera mastrianea nell’ambito delle grandi trasformazioni culturali, sociali, economiche e politiche, che segnarono il secolo dell’Ottocento sia sul piano europeo sia su quello italiano e napoletano maggiormente.

   Anche nelle parti relative alla personalità e al valore letterario dell’autore Angela Gionti privilegia i quadri ampi delle correnti culturali, in cui inquadrare l’opera e lo stile, supportati da documenti e riferimenti all’opera mastrianea.

   Attraverso l’amplificatio integra infine il testo con il quadro dei maggiori rappresentanti della cultura napoletana dell’Ottocento, con l’analisi di autori come Ranieri, Verdinois, Serao, De Sanctis, Settembrini, il nostro Buccini, Imbriani, Mezzanotte. Di ogni autore riporta pezzi significativi di alcune loro opere con riferimenti storico-letterari, che evidenziano bene la ricchezza e la vitalità culturale della Napoli del tempo, una città, che poteva apparire anche “una sventura per chi vi nasceva”, ma che nutriva sentimenti di grande amore in chi in essa trascorreva la propria esistenza.

   Per questo amore Mastriani resterà a Napoli per tutta la vita e rifiuterà anche promesse concrete da parte di altre località italiane e straniere, come Parigi.

                                                                                                                Tommaso Zarrillo[1]

 

[1] Tommaso Zarrillo, laurealo in Lettere classiche nel 1972 e in Filosofia nel 1974 presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli, dove dal 1972 al 1978 e stato assistente alla cattedra di Letteratura italiana. Ha insegnato in vari licei italiano latino e greco. È stato dirigente scolastico del liceo classico “D. Cirillo” di Aversa e presidente dell’Associazione Italiana di Cultura Classica deleg. Di Terra di Lavoro. Ha pubblicato articoli, recensioni, rassegne critiche, saggi e diversi libri su problematiche didattico-educative, letterarie e socio-culturali. È stato Sindaco di Marcianise.