L’homme du soir n’est pas
l’homme du matin.
P. de K.
I.
In casa del Barone K…, gotico avanzo d’illustri prosapie, e ragguardevole diplomatico del paese, tenevasi una sera, non so per quale avventurosa occasione, una gran festa di ballo. Non istarò qui a descrivere e a numerare, come fanno tanti novellieri parolai, tutti gli spilli che portavano addosso le vezzose danzatrici, e tutti i torchetti di cera che erano sulle mensole e nella lumiera di bronzo indorato: a me piace ne’miei racconti andar difilato al fatto, senza molto lambiccarrni il cervello in descrizioni fritte e rifritte. Dirò, così per non aver che dire, che vi furono in quella sera due quadriglie, sei valzer, otto polche, un lancer e trenta pasticci. Del resto è ovvia cosa l’immaginare una festa di ballo nel punto più brillante de’suoi furori. Figuratevi uno scompiglio di vesti, di nastri, di mani e di piedi; immaginate sguardi fulgidissimi pel baglior de’lumi e per l’ ebbrezza del piacere; ciocche ondeggianti di profumati capelli, sete svolazzanti, veli che si staccano, sospiri che trottano, occhi che ammazzano, lingue che assassinano; e poi, il susurro di mille voci, i concenti d’una bella musica, il calpestio di mille passi; e tutto ciò confuso da’prismatici effluvi de’globi di cristallo, de’ doppieri e de’ brillanti.
Rosalba era la figliuola del Barone; epperò corteggiata da tutti que’moscherini della moda, che le si aggiravan d’intorno come i pianeti intorno ad una stella fissa. Rosalba non istava però fissa; ell’era vispa come una pulce, bella come la figlia d’un Barone, e seducente come il denaro. Correva su e giù per la sala; balestrava i suoi sguardi a dritta e a manca; e, volgendo i suoi occhi ad un cantuccio, vide un bel giovine con due baffi neri, il quale stavasi seduto in mezzo ad un crocchio di altri giovinotti, disputando d’ ogni maniera di scienze e d’arti. Le sue parole erano fulminanti, ed il suo accento aveva un tuono maschio e vigoroso, in ispezialità quando esaltava a cielo i vantaggi del giornalismo. Chi lo credea profondo scienziato chi stimavalo piuttosto artista o autore drammatico, e chi il reputava un chiarissimo letterato. Certo è che, non conoscendosi la sua professione, la tanto svariata eloquenza di cui facea sfoggio, non potea che dargli orrevol posto tra gli sventurati figli d’Adamo che sanno leggere e scrivere.
Non è mestieri ch’io dica che quel giovine aveva conquistato il cuore di qualche bella; e non vi dico una bugia asserendo che anche Rosalba, in veggendolo, ebbe a ragguardarlo con vero diletto, e non tanto fu presa all’esca delle parole di lui, quanto all’ invincibile seduzione di que’due baffi maestosi che coronavano l’eloquenza di quel sapiente co’ guanti color paglino.
Il signorino ballò e si distinse; cantò e fu applaudito; suonò e destò entusiasmo; declamò e fu un prodigio; insomma die’ pruove incontrastabili d’una scelta ed accurata educazione. Egli per altro avev’adocchiato una graziosa donnina, e questa lui; i loro sguardi avevano spiegato l’immenso loro amore; si fecero coppia fissa nelle contradanze, ed in un valzero ebbe luogo il seguente rapidissimo dialogo fra di loro:
«Qual è il vostro nome, anima mia?».
«Luisella; e voi, signore?».
«Ciccillo. Dov’abitate, mia bella Luisella?».
«Strada Concordia, n. 21».
Questa strada richiamò nel pensiero del giovine una vaga rimembranza.
«Ciccillo, alle 10 mio padre non è in casa».
«Ci vedremo, cuor mio, alle 10 immancabilmente ci vedremo. Oh quanto io ti amo!».
Quest’ultima parola fu soffocata da un passo falso fatto da lui, e poco mancò non cadesse colla sua bella e si fracassasse il capo.
II.
II domani, verso le otto, un giovine sparuto e dimesso saliva lentamente, con una cartella sotto il braccio, lungo la strada Concordia; e sprofondando il mento nella cravatta, entrava nel palazzo n. 21. Egli era Ciccillo; ma non aveva l’aria franca, disinvolta o superiore d’un ballerino uomo di lettere; non portava alle mani i guanti di color paglino, ed a’ piedi gli stivaletti colla vernice inglese. Il povero diavolo, salendo su quella malaugurata scala, guardavasi d’intorno sospettoso d’essere riconosciuto; suonò poscia il campanello più morto che vivo, sperando che avendo anticipato di due ore il convegno, non troverebbe levata di letto la signorina; ma le fanciulle non dormono dopo una festa di ballo ed in particolare quelle tali che han fatto vari giri di valzer collo stesso cavaliere.
Al suono del campanello, Luisella stava lisciandosi le belle trecce, e, siccome per chi ha qualche gioia nel cuore il moto è necessario ed inavvertito, ella, senza badarvi, corse ad aprire, scinta com’era co’capelli e tutta gaia da far morire di feroce passione chi l’avesse mirata. Immaginate il turbamento e la sorpresa di Ciccillo vegendosi innanzi la leggiadra sua innamorata d’un’ora!… La fanciulla raccolse da lui un giornale in quarto, cui egli le presentò, nascondendosi quanto più poté in tutta l’altezza della cravatta; ella voltò subitamente le prime pagine del giornale, e, senza neanche guardare in volto colui che l’avea recato, si pose a cercare le figure d’incisione.
Ciccillo era dunque (e non vi faccia niuna maraviglia) il distributore del giornale Il Poliorama pittoresco. Egli era stato al ritrovo fissato la sera precedente: ma, invece del saluto d’ amore, avea tolto dalla sua bella una grossa moneta di cinque grana, la quale non appena insaccata, egli sparì… per sempre.
Luisella corse al suo tavolino di acconciatura, indi al balcone per aspettare l’amante.
Questa è la sorte di tutte le belle: aspettano sempre! Noi intanto avvertiamo loro per iscrupolo di coscienza che l’uomo della sera non è l’uomo del mattino.
FRANCESCO MASTRIANI