Il feuilleton visto da Sanguineti
Non un maestro, più probabilmente un iniziatore «onde i sociologi e gli artisti trarranno il grande materiale del romanzo napoletano» come scrisse di lui Matilde Serao. Ed il punto è proprio questo qui, nell’aver definito una partenza da cui si dirameranno le narrazioni su Napoli disegnando i contorni di una città di bassifondi, misteri, ombre, vermi, lazzari e diseredati, immagini che tutto sommato non appare granché mutata ad oggi, la offrono gli scrittori che in un luogo simile ci vivono o i viaggiatori che vi si fanno docilmente rapire.
Francesco Mastriani fu il primo, il «ricognitore della suburra napoletana» descritto da Antonio Palermo, l’osservatore della «plebe misera e corrotta», l’interprete pur attraverso i fogliettoni di realismo minuto e dalle tinte forti degli orrori e dei degradi ottocenteschi, il resocontista di successo della commedia umana del ventre di Napoli.
Insomma, a ragionar di Mastriani si scopre di aver a che fare con materiali per nulla passati di attualità, di muoversi in uno scenario ferma da cent’anni e oltre. Vero, professor Sanguineti?
«C’è del vero, ma non tutta la verità. La letteratura di Mastriani fu di grande ascolto ed il suo successo ha contribuito a cristallizzare un’immagine che ha avuto molta fortuna. Oggi no, quest’immagine non è sostenuta se non da quel tanto che è sopravvissuto. Dove pare si rimescolino molte cose, dalla canzone al teatro, e rimangono in vita determinati cliché dalla napoletanità e del mondo mediterraneo, elementi autentici ma anche fortemente caricati».
Edoardo Sanguineti, critico e storico della letteratura, docente all’Università di Genova, mette in guardia dalla trappola-Mastriani.
«Credo che resti a lui il merito di aver documentato in qualche modo certi aspetti di vita napoletana d’epoca che altrimenti si sarebbero perduti. Ha un valore di testimone, di documento su cui riflettere però dopo aver spento i colori eccessivi accesi. Per esempio sotto l’aspetto linguistico rinveniamo nei suoi racconti gerghi malavitosi che ci possono aiutare a comprendere il codice camorristico di oggi. Ma attenti alla trappola, a guardare cioè queste descrizioni come una sorta di rappresentazione perenne della realtà napoletana. In letteratura tutti sono nipotini di quelli che li hanno preceduti, però Mastriani ci può tornar utile solo a capire le radici storiche del presente, non il presente tout court».
Mastriani comunque è stato un iniziatore almeno per aver reso un tipo di idea di Napoli, la Napoli stracciona, miserabile e canagliesca, vittima di altrui ingiustizie, che si contrappone a quella di una Napoli segnata dalla nostalgia dell’armonia perduta, della giornata di sole irrimediabilmente annebbiata. Sono stereotipi pure questi, ma qual è il più prossimo al giusto?
«Con cautela potremo dire che da ambedue le parti c’è di vero, questi stereotipi contengono eguali porzioni di ragioni. Io sono sempre molto perplesso di fronte a cliché, e credo che mai come in casi simili la verità bisogna cercarla altrove, al di là della letteratura. Siamo infatti sul serio convinti che l’interpretazione che noi diamo alle espressioni dello spirito della gente sia sempre corretta e precisa? Prendiamo la canzone napoletana, i canti popolari che noi ascoltiamo e ci sembrano così solari. Per i viaggiatori dell’Ottocento ad esempio erano al contrario un segno di struggente malinconia. Voglio dire che molto incide il modo di ascoltare e di leggere le testimonianze della tradizione, nella cornice turistica da mentalità gioiosa si conserva sempre una porzione di malinconia che merita maggiore attenzione e minore superficialità. Il fatto è che non è ancora sufficientemente studiato come esse nascano, si formino, risorgano o muoiano. C’è sempre quel gioco tra occhio interno ed occhio esterno, quel curioso dialogo tra abitante ed osservatore per cui è estremamente difficile – tornando a Napoli e a Mastriani – che un napoletano sappia distinguere i suoi tratti distintivi».
Sicuramente, però Mastriani seppe costruirsi un rapporto stabile e duraturo con il pubblico, un carisma nutritosi al gusto del popolo minuto e all’antimodernismo ottocentesco. Le sue storie hanno impianti e situazioni (famiglie povere vessate dalle ricche, intrecci amorosi e sensuali, personaggi morti che risorgono a grande richiesta) da serial televisivo, diremo oggi. Cos’è, un anticipatore pure in questo?
«Non l’unico, però. Rappresenta bene questo tipo di narrativa di appendice molto popolare che poi sarebbe passato per il romanzo rosa, il fotoromanzo e la telenovela televisiva. Gli schemi d’intreccio hanno nobili origini, nel mondo epico, lungo l’intero ‘800, Zola, Balzac e Dickens, offrendo trame elementari che si replicano all’infinito. Ma la sua fortuna è data proprio dall’esplorazione dei bassifondi, dalla formula dei misteri che riassume un po’ il suo genere. Esplorazione assai curata, decisamente abile se ne parliamo ancora oggi».
GENEROSO PICONE