La Napoli non letteraria divorava i suoi romanzi: vicini alla sua realtà e denuncia di soprusi e violenze. E, dopo un secolo, il popolino continua ad amarlo
Accanto a una pila di fotoromanzi usati sono allineati, sulla bancarella di via Tribunali, una trentina di romanzi di Francesco Mastriani: La cieca di Sorrento, La comare di borgo Loreto, Il mio cadavere, La sepolta viva. «Si può dire che vendo quasi esclusivamente i libri di Mastriani», mi dice il bancarellaio, «i fotoromanzi, più che altro li espongo come ornamento».
Su una bancarella di via Monteoliveto trovo copie della Contessa di Montes, del Barcaiuolo d’Amalfi, della Pazza di Piedigrotta, dei Lazzari, della Medea di Porta Medina e dei Misteri di Napoli, alcune delle quali fresche di stampa. «Oltre che da una tipografia di Napoli», mi spiega il bancarellaio, «mi vengono forniti da un paio di case editrici di Milano. I romanzi di Mastriani, oggi, sono più che mai richiesti dalla gente del popolo».
A cento anni dalla morte, lo scrittore napoletano Francesco Mastriani continua a essere il protagonista delle librerie e delle bancarelle dei quartieri popolari.
In questi ultimi tempi, anzi, è stato oggetto di un vero e proprio revival, anche critico: da non sottovalutare, inoltre, le versioni teatrali di alcuni suoi romanzi.
Benedetto Croce aveva visto giusto quando parlò di Mastriani come di «Un romanziere d’appendice che non è solo importante per la conoscenza dei costumi e della psicologia del popolo e della piccola borghesia partenopea, ma che rimane il più notabile romanziere del genere che l’Italia abbia mai avuto». Sottolineando come il popolo napoletano considerasse Mastriani «il suo filosofo, educatore e vindice», Croce aggiunge: «Mastriani ebbe come lettori tutta Napoli, esclusa la gente letterata».
Alla base delle opere di Mastriani che introdusse in Italia quel romanzo d’appendice francese che ebbe i massimi autori in Eugenio Sue, Saverio di Montepin e Ponson du Terrail, c’è una formula collaudata: in ogni storia si dipanano labirintiche vicende di madri che si disfano del «frutto della colpa» per ritrovarlo, anni dopo, incamminato sulla via della perdizione; di nobilotti che sposano ragazze traviate, e di figli spuri che ritrovano fratelli illegittimi.
Il tutto in un ambiente popolato di camorristi, ladri, mezzani e carcerati che si redimono al momento giusto, o che muoiono per poi risuscitare in seguito alle pressioni di coloro che seguivano a puntate, sui giornali, queste incredibili e ingarbugliate vicende. La differenza sostanziale tra Mastriani e gli scrittori d’appendice francesi sta nel fatto che il romanziere napoletano non sollecita mai la morbosa curiosità del lettore e che le sue pagine sono pervase da un acuto senso di protesta: contro la pena di morte, l’obbligatorietà del servizio militare; contro il mancato indennizzo ai carcerati ritenuti innocenti, e la mancata estensione della pensione di vecchiaia ai non statali. Non per niente la moderna critica ha riconosciuto in Mastriani «Una delle prime voce del socialismo italiano».
Autore di 107 romanzi, Francesco Mastriani nacque a Napoli il 23 novembre 1819 da una famiglia della piccola borghesia. La sua biografia assomiglia stranamente a quella di alcuni protagonisti dei suoi libri. Fin da bambino rivelò un’eccezionale inclinazione per la letteratura: a 16 anni aveva già letto i quattrocento volumi del suo professore di francese. I suoi compagni di scuola lo chiamavano «lo storione»; e in cambio di un libro cedeva al fratello Ferdinando il proprio diritto settimanale di andare al teatro. Nelle ore libere andava al «Caffè d’Italia», si sedeva accanto a comitive di turisti e li ascoltava attentamente. Con questo sistema imparò l’inglese e via via lo spagnolo, il tedesco e il greco. Rinunciando agli sudi in medicina verso i quali suo padre, un assistente edile, voleva indirizzarlo, a 18 anni si impiegò presso una società industriale e, nello stesso tempo, dava lezioni di francese e inglese. Scriveva articoli per giornali e componeva drammi che andavano in scena al teatro «Fiorentini». Nel 1847, tre anni dopo aver sposato la cugina Concetta, Mastriani pubblicò sul periodico «Il Lucifero» il suo primo romanzo. S’intitolava Sotto altro cielo ed ebbe immediatamente un grande successo popolare. La gente del vicolo, il popolo minuto, si riconobbe nei personaggi di quel romanzo. I cantastorie del Molo, i quali fino a quel momento avevano raccontato al loro pubblico eterogeneo ma attento le imprese dei cavalieri di Ludovico Ariosto, incominciarono a leggere anche i capitoli dei romanzi di Mastriani. La platea ascoltava incantata le vicende narrate dal romanziere napoletano, arrivando a snobbare gli antichi eroi privilegiando questi nuovi, così assimilabili alla realtà partenopea di quei tempi. Mai, fino a quel momento, uno scrittore napoletano aveva incontrato tanta popolarità.
Nel 1851, a 32 anni, Mastriani scrisse La cieca di Sorrento, che doveva rimanere il suo romanzo più celebre; fin d’allora, oltre all’edizione autorizzata, ne furono stampate molte altre alla macchia. Pur affannandosi in un lavoro massacrante (portava perennemente in tasca una boccetta d’inchiostro, in maniera da poter scrivere in qualsiasi luogo) Mastriani, sfruttato dai tipografi che riunivano in volume i suoi romanzi, e prima ancora dai giornaletti che li pubblicavano a puntate, era estremamente povero. Dei suoi quattro figli ne sopravvisse, per gli stenti, solo uno; lo scrittore non riusciva a trovare nemmeno i soldi per pagarsi l’affitto della casa. Una biografia di Mastriani, scritta dal figlio Filippo, mette in rilievo soprattutto il fatto che lo scrittore era costretto a cambiare, di solito, un’abitazione all’anno. Benché avesse un impiego alle dogane e desse lezioni provate di lingue, Mastriani fu costretto a fare il correttore di bozze al borbonicissimo Giornale delle Due Sicilie. Purtroppo, ammalato agli occhi, lasciava molti refusi nelle bozze. «La gran festa della regina madre», per esempio, uscì stampata in questi termini: «La gran fessa della regina madre», e lui rischiò il licenziamento. La caduta dei Borbone, nel 1860, diede respiro ad un nuovo Mastriani che, finalmente, con la «trilogia socialista» di Le ombre, I vermi e i Misteri di Napoli poté esprimere liberamente il suo pensiero. Nel 1889, ormai settantenne, minato dal catarro e dalle cataratte, si trovò ancora in difficoltà col padrone di casa: nessun altro proprietario d’immobili, inoltre si dimostrò disposto ad affittargli un appartamento. Dovette intervenire il direttore del «Roma» (il quotidiano su cui allora Mastriani pubblicava i suoi romanzi) e affittare per lui, una casa a proprio nome. Mastriani morì il 6 gennaio 1891, lasciando sul lastrico la famiglia. I lettori del «Roma» dovettero fare una colletta affinché si potessero svolgere i funerali.
La critica contemporanea si è avviata, già da tempo, verso una rivalutazione dell’opera di Mastriani. Del resto, anche se, oggi, l’ombra del «padrone di casa» a Napoli non è più in agguato, certi problemi, purtroppo, rimangono gravi come quelli di ieri.
VITTORIO PALIOTTI
VITA DI CARTA
Francesco Mastriani nasce a Napoli il 23 novembre 1819 in una famiglia piccolo borghese. L’inclinazione per la letteratura si rivela subito. A 16 anni ha già letto i quattrocento volumi della biblioteca del suo professore di francese. Giovanissimo, conosce già alla perfezione greco, inglese, tedesco, spagnolo, che ha imparato da autodidatta. Per un libro è disposto a qualunque sacrificio. Si racconta addirittura che rinunciava puntualmente al suo diritto settimanale di andare al teatro in favore del fratello, in cambio di un nuovo volume. La sua carriera nel campo delle lettere comincia presto: prima articoli per i giornali e i drammi, rappresentati di solito al teatro Fiorentini, con enormi successi di pubblico. Ma la sua passione erano i romanzi. Nella sua vita ne scrive 107, tutti applauditi dai lettori, che hanno il grande merito d’introdurre in Italia il romanzo d’appendice francese. Nonostante i successi letterari la vita di Mastriani non fu affatto felice. Povertà e difficoltà riempivano le sue giornate. Per gli stenti perse tre dei suoi quattro figli. La biografia scritta dal figlio Filippo racconta che la famiglia era costretta a cambiare casa a volte più di una volta all’anno. Mastriani morì il 6 gennaio del 1891 lasciando la famiglia sul lastrico.