GALLERIA BIOGRAFICA ARTISTICA CONTEMPORANEA

SAVERIO MERCADANTE

   Volete voi conoscere se un artista ha vero genio? Non guardate a’trionfi delle recenti sue opere, ma a quelli che si ottengono ancora i suoi primi lavori. Due sono i segni certissimi a cui immancabilmente si ravvisa il genio; il primo è la perseveranza; il secondo è il piacere che deriva dalle sue opere in tutt’i tempi e in tutt’i luoghi. Non mi parlate del gusto variabile che caggia a brevi intervalli e secondo l’indole d’una nazione. Il bello è di tutt’i gusti, di tutt’i paesi, di tutt’i secoli. Quando un’opera d’arte, piaciuta tempo addietro, cade oggigiorno, non è il gusto che è mutato, sibbene è l’opera stessa, la quale, composta co’colori e colle forme dell’epoca senza il necessario appoggio del bello e del vero, dovea di necessità cadere col cadere dell’epoca in cui fu fatta. Si rimane alcune volte maravigliato nell’osservare che un’opera d’arte, un lavoro musicale, un dramma, o altro componimento di questa fatta, il quale in un paese riscuote applausi e lodi senza fine, venga poscia in un altro appena tollerato e qualche volta eziandio altamente riprovato e messo al bando.

   La storia musicale de’tempi nostri è un perpetuo testimone di questa vicenda di prosperi e sfortunati successi; e basta gittar lo sguardo su le gazzette teatrali e ne’fogli letterarî italiani e stranieri per convincersi di questo fatto dispiacevole, ma troppo evidente per dinegarsi. Se non sapessimo quanto gusto e quanto discernimento hanno le popolazioni della penisola in materia di arti belle, e specialmente di musica, diremmo che oggi più non se ne intendono o che giudicano a capriccio, per passione, per simpatie, per animosità o per altra qualsivoglia tendenza. Ma questo è assurdo a pensare come calunnioso a dire, imperciocché non è il gusto che si deprava né il discernimento che manca; bensì crediamo che dipende così fatta oscillazione da alcune cagioni intrinseche ai componimenti e non mica a quelli che li giudicano.

   È innegabile che da qualche tempo una scuola novella ha invaso il regno musicale. Questa scuola cui si è dato il nome di genere declamato ha fatto delle scene liriche un teatro drammatico, dove gli attori non cantano, ma gridano a seconda delle diverse passioni che si agitano. Si è sacrificata la melodia al fragore, la grazia alla forza, la spontaneità del canto all’ esagerazione della voce; epperò un certo stento si scorge nella tessitura de’pezzi, un soverchio studio del declamato, un gonfiore di note di accordi, e un abuso di strumenti, tale da affogare il canto nelle masse de’suoni che partono dall’orchestra.

   Era ben naturale che questo genere strascinasse i compositori ad una certa frenesia di note acute; si che oggimai, tranne qualche rara eccezione, si sono spinte le voce a tal diapason, che ci è da sgomentarsi pe’poveri artisti, le cui laringi non possono a lungo durare agli strazî cui vengono assoggettate. Oltre a ciò, essendo oggidì la forza della voce e delle braccia il solo elemento che si richiede per essere artista, non è maraviglia che ne sbuccino gran copia provvisti soltanto di atletiche forme e di ottimi polmoni.

   E siccome questo genere declamato ha d’uopo di soggetti drammatici della più scapigliata esagerazione, vengon fuori certi argomenti da far porre le mani fra i capelli per istrambezza, per orrore, per carneficine. Si scava ne’cimiteri della decrepita scuola di Vittor Ugo e consorti: si toglie da Shakespeare ciò che questo gran genio ha di più brutto: quindi, posizioni sconce, inverosimili, esagerate, e tanto più ridicole quanto più tragiche.

   Mercadante avea ricevuto dalla natura una fibra eminentemente musicale. Quando la scuola creata dal gran Pesarese gittava torrenti di armonia nello sdolcinato canto de nostri antenati; quando una musica calda di maschie e prepotenti passioni subentrava alle molli cantilene del caduto secolo, Mercadante, nato con ammirabile ingegno, fu compreso dal novello spirito musicale, e, obbedendo alle proprie tendenze e alla propria attitudine, non lasciò di regolare il suo genio su i gran passi rossiniani. Il favore onde vennero accolte le sue prime ispirazioni gli fu di sprone ad opere di più lunga lena; sicché in breve tempo Napoli contava una gloria di più, e l’Italia seppe che in su le rive del Sebeto sorgeva un astro che dovea rifulgere di bella e splendida luce.

   Una melodia solenne, maestosa, ispirata da profondo studio del cuore umano, e sempre consona agli affetti che vuole esprimere o destare; un’armonia che parla alla mente ed al cuore, che desta sentimenti energici e potenti, uno strumentale irreprensibile e giusto fin nelle sue svariate fioriture; un gusto squisito nel variare la tessitura de’pezzi; ecco i principali caratteri delle dolce musiche del Mercadante. A torto s’incolpa al sommo maestro il poco studio ch’ei pone nelle cabalette. Prescindendo dal poco fondamento che ha siffatta accusa, è innegabile che la tragedia lirica e il melodramma per un teatro di prim’ordine richiedono moltissima elaboratezza negli adagi, i quali costituiscono il vero canto: la cabaletta, rara presso gli antichi, non è che il compimento forzato d’un canto; soddisfa alle masse e non mica alle intelligenze; parla agli orecchi e non a’cuori.

   Ciò non pertanto, il Mercadante non è meno felice nelle cabalette che ne’larghi, nelle quali ei serba sempre il pensiero primario. È vero che in parecchi spartiti, tra i quali il gran Giuramento, egli ha sbandito quasi le cabalette e i crescendi, triviali consuetudini che snervano la forza drammatica della musica; ma questo, anziché difetto hassi a domandar pregio singolare del Mercadante, il quale è stato in ciò seguito da altri maestri, ed in ispezialità dall’autore del Trovatore e del Rigoletto.

   Osiamo asserire che non vi ha oggidì in Europa un compositore che meglio del Mercadante conosca l’estetica dell’ arte sua. Anche quando l’ispirazione in lui vien manco, egli è grande per la verità della forma onde traduce il pensiero del poeta. Sempre riflessiva, profonda, drammatica e, diremo quasi, sempre seria e maestosa anche allora che vuol esprimere un concetto scherzoso, la musica del Mercadante non lascia vuoto di  sorta veruna, ma riempie in certo modo i sensi e l’anima.

   Si è lasciato il Mercadante strascinare dalla corrente? Si è egli lasciato trasportare dalla scuola che oggi predomina? Ha egli talvolta sacrificato la verità e la ragione all’efimero plauso della sera? Ah! con nostro rammarico è pur d’uopo che il confessiamo: i genî e i sommi intelletti non vanno esenti dalle passioni che governano gli uomini. Mercadante non ha avuto la forza di tacere o di porsi apertamente contro l’esaltamento della scuola che regna oggigiorno; ma l’autore del Giuramento e della Vestale è grande anche ne’suoi fuorviamenti; e la maestà, la robustezza, la filosofia del suo stile porranno sempre le sue musiche al di sopra di quei cattivi modelli, a cui tante mezzanità sacrificano oggi il loro avvenire e forse i germi di altre glorie musicali.

   Saverio Mercadante è nato in Napoli, nel 23 novembre 1798[1], da Giuseppe e Rosa Bia, proprietarî di Altamura (Terra di Bari). Avendo, insino dalla sua più tenera fanciullezza, addimostrato amor grandissimo e somma attitudine all’arte musicale, venne nella età di dieci anni affidato al Collegio della Pietà, dove imparò a suonare il violino, e giunse a tal perfezione, che dopo alquanti anni egli era estimato il primo sonatore del Collegio.

   Ma già la composizione lo attirava, nella quale ei doveva percorrere sì luminosa carriera; e cominciava a dar non dubbioso barlume del suo avvenire nel primo componimento per ballo e per musica ch’ei fece in occasione della venuta in Napoli di Re Carlo IV di Spagna: questo componimento fu eseguito con gran successo alla Floridiana.

   Studiava il contrappunto con il celebre Zingarelli. Non contava ancora quattro lustri, quando scriveva per S. Carlo l’Apoteosi d’Ercole e per Teatro Nuovo Violenza e Costanza; partiva indi per Roma, dove scrisse Scipione che fu coronato dal più lieto trionfo. Recatosi a Milano, vi componeva l’Elisa e Claudio che fe’risuonare di bella fama il nome del giovine maestro; così che, già invitato in molti paesi d’Italia e dell’estero, si portava in fretta a Vienna, e vi die’a luce al teatro italiano di questa metropoli il Signore del Villaggio ed altri lavori che ottennero tutti lusinghiera riuscita.

   La capitale del Portogallo il chiamava all’onorevol posto di direttore di quel teatro, pel quale compose la Donna Caritea e i Due Figaro. Andò poscia a dirigere il teatro italiano di Madrid, e vi scrisse il Don Chisciotte.

   Noi nol seguiremo in tutt’i suoi viaggi a Venezia, a Bergamo, a Torino, a Genova, a Parigi, e nei suoi frequenti ritorni in patria. L’elenco che chiuderà questo cenno biografico, di tutte le musiche da lui scritte, quello de’paesi per cui le scrisse, darà un’idea della sua infatigabile vena. [2]

   I clamorosi trionfi de’Normanni, della Zaria, della Gabriella, del Reggente, del Bravo (dato a Milano e per quale il maestro venne coronato di allori sul proscenio), del Giuramento, della Vestale, del Proscritto e degli Orazî e Curiazî (sublimi lavori che fecero echeggiare le (ci mancano 26 righe per completare l’articolo)

                                                                          FRANCESCO MASTRIANI

[1] A noi risulta esser nato il Mercadante ad Altamura il 17 settembre 1795, e morto a Napoli il 17 dicembre 1870 (N.d.T.)

[2] Egli scrisse fino a quattro spartiti in un anno. Innumerevoli sono i suoi componimenti per chiesa.