IN CASA DEL CAV. FERDINANDO TOMMASI
Innanzi di fare orrevol menzione di questa Sacra Accademia tenuta lo scorso venerdì santo nella privata cappella del sig. cav. Tommasi per celebrare le tre ore di agonia di N. S. Gesù Cristo, ci permetterà il sullodato sig. Tommasi se delle squisite doti del suo animo alcun cosa tocchiamo, che, senza aduggiare la dilicata sua modestia, riveli a’nostri lettori di quali e quante virtù va adorno questo nostro concittadino, nel quale non sai se più devi ammirare l’attitudine, l’amore, ed il genio che addimostra nella cultura delle arti belle, ovvero quelle sublimi qualità del cuore, tesoro espansivo e fecondissimo che riaccende le speranze nel cuore dell’afflitto, rianima la vita languente del poverello, spira nel petto al derelitto la fiducia nell’uomo, e spande su tutti un raggio della divina bontà e provvidenza. Oh come l’anima si riposa dolcemente e si ritempera nella contemplazione di tali tesori che, quantunque rari, non sono però, dobbiam dirlo ad onore dell’umanità, non sono eccezionali! Gli è un’opera santa e doverosa quella di additare all’universale simiglianti modelli di pratica virtù sociale, e far voti affinché non restino senza imitatori e seguaci.
Il cav. D. Ferdinando Tommasi è un giovin napolitano, d’ illustre e nobil lignaggio, di avvenenti fattezze corporali, di brillantissimo ingegno, di cuore caldo d’evangelico amore. Favorito da fortuna, questa volta non cieca, ei non si estima avventurato di esser ricco che per chiamare i poverelli al banchetto della fraterna carità. Generoso e benefico, ei sa esserlo con gusto, con dilicatezza, con un tatto finissimo: nel beneficato ei sa ridestare un sentimento di dignità che lo innalza agli occhi medesimo del benefattore, la cui mano, quasi direi, si eclissa sotto il beneficio. E per citare, tra mille, un esempio della dilicatezza ch’ei pone nelle opere di carità, dirò come una delle splendide sale del suo appartamento sia fregiata di ritratti, da lui medesimi con somma valentia dipinti, e rappresentanti costumi napolitani dell’infima classe del popolo. Questi ritratti non sono parto della sua fantasia, ma bensì tolti dal vero; imperocchè egli si fa venire in sua casa alcuno de’più miseri e vecchi industriosi, quelli che preferiscono al vagabondaggio ed al mestiere di accattone lo esercitare un’industria dalla quale ricavar possono appena di che sostenere il vigore della vita, e si pone a ritrarli sovra ampie tele. S’intende che ciascuno di questi ritratti per esser compito, debba un certo tempo esser necessario, epperò la seduta del povero è compensata ogni dì da ricca mercede. E quando il lavoro è terminato, non però il modello è posto in obblio, ma un piccolo assegnamento gli vien fatto per tutta la durata della sua vita. I tal modo la cultura delle arti non va disgiunta in questo nobil giovine dalla più cara delle sociali virtù, la beneficenza. Ed è bello e commovente spettacolo il vedere quelle immagini di virtuosi poverelli fregiar le mura dell’ opulenza, quasi ospiti di quella magione!
La casa del Cav. Tommasi è il ritrovo di tutti gli artisti, in mezzo ai quali non ultimo ci va posto, sia nell’arte di Raffaello, sia in quella di Pergolese, sia finalmente in quella del Dante e del Tasso. Pittore, poeta, architetto, compositore di musica, egli è tutto: ciascuna delle nove muse gli è sorella e gli detta le particolari sue ispirazioni; e non di leggieri asservar si potrebbe in quale arte o cavalleresca disciplina ei sia più eccellente, però che sempre ti sorprende e ti sforza ad ammirarlo, in qualunque cosa si faccia.
Sposo avventurato di gentile e nobil donzella, che ha con lui comuni le doti del cuore e dello spirito, padre di leggiadri pargoletti, i Cav. Tommasi è uno di quei nomi, di cui la nostra Napoli va superba, e che desterà sempre un sentimento di simpatia, di riconoscenza, e di affetto nel cuore dei suoi concittadini.
Dopo questo esordio, del quale preghiamo non si offenda la sua ritrosa ed eccessiva modestia, imperocchè mai non vanno lodate abbastanza le virtù del cuore, eccoci a parlare della Sacra Accademia che ebbe luogo in casa di lui, per la ricorrenza della solenne giornata, di cui disse il Petrarca
Era quel dì che al sol si scoloraro,
Per la pietà del suo Fattore, i rai
Bello e nobil pensamento si fu quello di riunire nella propria casa egregi artisti e valorosi dilettanti nello scopo di celebrare la sacra commemorazione delle Tre ore di Agonia. Dipinto e preparato avea già da sé medesimo il Tommasi nella sua cappella un Golgota col Cristo in mezzo a’due ladroni, e con le tre donne piangenti a piè della croce. Queste figure, poste negli effetti di luce richiesti per la mesta funzione, erano improntate di tanta lugubre verità che l’anima ne risentiva tosto melanconica impressione. Da qualche tempo eziandio il Tommasi lavorava a tutt’uomo sovra una musica cui destinava a siffatta solenne ricorrenza, e a lui, che chiedeva alla Religione le sue celesti ispirazioni, questa ispirò di fatti melodie così tenere, così commoventi, così sublimi, da lasciarne un ricordo imperituro nell’animo nostro. Solennità di momenti terribili, lenta e divina mestizia che ti s’infonde nell’anima fin dai primo concenti, commozioni profonde che ti scuotono le fibre; sono questi gli effetti del musicale componimento del Cav. Tommasi. Molto ci rincresce di non potere artisticamente esaminare nei suoi minuti particolari questo stupendo lavoro, e lascerem però ad una penna più esperta e ad una pagina meno efimera siffatta cura; ma non potremo far di meno di seguir nelle diverse sue parti un tal componimento, e comunicare a’lettori le nostre particolari impressioni.
L’orchestra che si componeva semplicemente d’una violoncella, cui era destinata la parte direm quasi vocale de’ motivi, d’un pianoforte, d’un melodium, e d’un controbasso. Più sotto indicheremo gli egregi professori e dilettanti posti a ciascuno di questi strumenti, e tributerem loro la parte degli elogi loro dovuta per la perfetta esecuzione.
Una sinfonia dà principio alla religiosa commemorazione. I primi accordi sono terribili e spandono nell’anima un arcano senso di terrore, rivelandoti che un gran mistero sta per compiersi, che il Giusto de’giusti, il Santo de’santi sta per consumare il cruento sacrificio, onde fu riscattata l’umanità. A quei primi accordi siegue un agitarsi di frasi musicali, un accennar di smozzicati motivi, di melodie soffocate, quasi misteriose voce che s’innalzano dalla creazione compresa di spavento e di maraviglia. D’un tratto irrompe un torrente di selvaggia armonia, quasi maledizione del creato contro l’uomo che crucifiggeva il suo fattore; e quindi lo staccarsi, l’isolarsi gemebondo della violoncella, i suoi teneri e flebili accordi, che ti ricordano il perdono implorato dal Cristo su gli autori della sua morte, e le lagrima della Vergine Madre, e i sospiri di Sionne che sta per essere vedovata del suo diletto figlio e consorte. Questa sinfonia è una specie di pot-pourri di tutto il lavoro; essa è tessuta con mirabile magistero, e ti rivela, in miniatura, tutta la grandezza del componimento.
Alla sinfonia seguita un’introduzione eseguita da tutte le voci, che comincia con le parole:
Ecco l’ora de‘sacri portenti.
La musica che si sposa a questa parole ti pone nelle ossa un brivido di terrore, e poco stante lo svolgersi di commoventi melodie ti sforza alle lagrime.
Segue un Assolo del basso (Achille de Bassini). Le parole di quest’Assolo han per subbietto la prima parola del Cristo, che implora il perdono sul capo dei suoi carnefici, quia nesciunt quid faciunt. La voce limpida, forte, modulata del de Bassini ti andava ricercando tutte le fibre del cuore. La violoncella, mirabilmente toccata dall’egregio professore Antonio Panzetta, seguiva le modulazioni del canto, e quasi identificavasi con l’umana voce, per non esprimere altro che la prece divina del perdono.
Un duetto tra basso e tenore (de Bassini e Malvezzi) interpreta le parole del Signore alla Madre Addolorata. L’alternarsi delle due voci in questo pezzo mirabile, e i due artisti furono superiori ad ogni elogio: il Malvezzi in ispecialità sembrava ispirato; i suoi occhi vibravano un fuoco di religiosa compunzione; e la sua voce si spandeva piena di forza e di energia sul dolce modularsi del violoncello che parea toccato dalla mano invisibile d’un angelo.
Al duetto seguì un altro Assolo di tenore, eseguito dall’esimio dilettante sig. Marchese Michele Saltelli. Il metodo di canto di questo filarmonico è modellato su quello di Rubini; tutto grazia, flessibilità, delicatezza, la cantilena a mezza voce di genere tenero o patetico è quella, in cui il sig. Saltelli spiega tutta la soavità del suo canto. Epperò un subbietto così tristo e commovente come il Sitio del Cristo non potea che perfettamente convenire a’mezzi di questo dilettante, che ci strappò parecchie volte le lagrime, e ci lasciò vivo desiderio di riascoltarlo in altre accademie. Questa cantilena del Saltelli era sempre delicatamente seguita e quasi replicata come un eco dal violoncello.
Non ci ricordiamo esattamente della seguela degli altri pezzi; ma possiam dire senza esagerazione che quello che seguiva era sempre superiore al precedente, per modo che l’ultimo pezzo, cantato da tutte le voci, e che esprimeva gli ultimi aneliti dell’Uomo-Dio, in tal’opera maestrale che sorprendea per novità di concetti, per elevatezza di frasi musicali, per una imitazione perfetta degli estremi momenti d’una vita che si spegne. Quest’ultimo pezzo, nonché qualche altro precedente, fu egregiamente cantato non pure da sullodati Signori de Bassini, Malvezzi, e Saltelli, ma da’due valorosi professori di canto Signori Vincenzo Cammarano (tenore) e Giovanni Colangelo (basso).
Il ch: maestro Pasquale Mugnone, che stava a pianoforte, il cav. Giacomo Monforte che toccava maestralmente il melodium, e il sig. Antonio Mugnano controbasso, furono gli altri gentili e distinti professori che concorsero ciascuno per la sua parte alla brillantissima riuscita della Sacra Accademia, e questi nomi tanto noti nel mondo musicale ne sono di per loro medesimi il più bell’elogio.
Da ultimo ci corre l’obbligo di tributare sincera e debita lode al Rev. D. Gennaro Rotondo, Cancelliere della Real Cappellania Maggiore, per la profonda eloquenza di che fe’mostra ne’ sermoncini che servirono d’intervallo tra ciascun pezzo musicale.
FRANCESCO MASTRIANI