BIBLIOGRAFIA

   Sull’estetica di Domenico Anzelmi 

  È venuta non a guari a luce la seconda edizione della Estetica di lettere ed Arti delle del nostro egregio letterato Domenico Anzelmi, la quale corre ormai non pur tra le mani de’giovanetti, a’quali una saggia direzione consiglia un libro di tanta utilità, ma eziandio di quanti hanno in pregio lo studio delle buone lettere, e massime della composizione. Noi non sapremmo fare migliore elogio di quest’opera che ponendo sotto gli occhi de’nostri lettori alcuni capi di essa, in ispecialità quelli che riguardano le arti. E stimiamo cominciare appunto dalla Introduzione, nella quale bellamente si espone la intenzione principale dell’opera e lo scopo cui mira.

   “È antico vezzo disconoscere da una parte il passato, e dall’ altra imporlo come gioco al presente. Lungi egualmente dall’ insano orgoglio di vilipenderlo e dalla servilità d’idolatrarlo, io lo raccomando come fido consigliere all’ingegno nella ricerca di quelle verità che non s’ignorano impunemente al culto delle lettere e delle arti belle. Avvezzo a riguardar le une e le altre come una sola, non comprendo perché alcuni, stimando buona ventura per l’artista poter vagheggiare una statua od anche un torso di Fidia e di Prassitele, una tela di Leonardo o di Raffaello, odano con riso beffardo raccomandare al letterato qualche pagina di Omero o di Dante, di Demostene e di Tullio.

   Vagheggiamo ingenuamente il consorzio di sì cara famiglia, cercando di trarre utili documenti non pur dall’intima essenza delle cose, ma dagli esempi venerati da tutte le generazioni che ne han profittato prima di noi. Si uniscano dunque a ragionar meco letterati ed artisti. La diversità de’mezzi non dispensa gli uni e gli altri dalla conoscenza de’principî comuni; e se ha da arrossire il letterato che si trovi straniero nel santuario delle arti, non ha meno a vergognar l’artista se di ciò che gli scalda il cuore non sa render ragione né ad altri né a sé stesso. Monche ed imperfette resteranno le lettere finché non escano d’solinghi recinti in cui la pedanteria le incatena, finché non si accendano alla contemplazione del bello moltiforme; vili e spregiate le arti finché i loro cultori pensino e parlino come il volgo. Un letterato ristretto nel suo patrimonio esclusivo è certo un nume innanzi ad un artista senza lettere, anche quando questi faccia meglio di lui parlar nell’opera un qualche affetto. Ma che è mai un semplice erudito al paragone di un artista che operi con sapienza?

   Per ciò che concerne a’precetti, io credo che due soli se ne siano scritti la cui osservanza possa rendere utile ogni altro ragionevole ammaestramento: Non dire o far nulla senza ingegno; − Prendere una materia adeguata alle sue forze. Ma sventuratamente, in virtù di queste massime, ciascun esser deve giudice di sé stesso, prima che soggiaccia al giudizio altrui; ed a ben pochi l’amor proprio consente credersi privi d’ingegno o ineguali ad un qualche assunto”.

                                      FRANCESCO MASTRIANI